Yemen: guerra civile internazionale

Storia e attualità

Uno sguardo sulla situazione in Yemen, dove l’Arabia Saudita è a capo di una coalizione contro gli houthi con funzione anti-iraniana: tra guerra civile, terrorismo islamico, crisi umanitaria e conflitto tra sciiti e sunniti, il quadro geopolitico è complesso e a più livelli.

Che cosa sta succedendo in Yemen?

Dal 25 marzo in Yemen è in corso un conflitto tra le forze antigovernative del movimento houthi sostenute dall’Iran e quelle di un contingente internazionale a difesa del presidente Hadi, guidato dall’Arabia Saudita e composto anche da Bahrein, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Kuwait, Marocco, Qatar e Sudan. In un primo momento alla coalizione aveva aderito anche il Pakistan, ma un recente voto del Parlamento ha censurato la posizione del Governo, vincolando il Paese alla neutralità. Per dirla in modo estremamente schematico – e a breve si vedrà perché – in Yemen si sta assistendo all’internazionalizzazione di fatto di una guerra civile, all’interno di un più ampio contesto di scontro nel mondo musulmano tra sunniti e sciiti – il duello tra Arabia Saudita e Iran per la supremazia nella regione del Golfo Persico. Tornando alle vicende di questi giorni, l’operazione saudita “Tempesta decisiva” prevede lo schieramento di 150mila soldati e di oltre 100 velivoli, nonostante per il momento non siano ancora state avviate manovre di terra su vasta scala. Gli houthi, cioè i principali avversari (stimati in 100mila unità), sono colpiti soprattutto per via aerea e tramite l’azione delle forze speciali, però dopo venti giorni non è chiaro se la missione stia avendo successo.

Qual è il bilancio dei combattimenti?

Non si hanno ancora dati certi sulle vittime: si sa solo che i morti civili sono tra 300 e 500 e che la città di Aden, nella quale infuriano i combattimenti fra truppe yemenite e houthi, è in piena emergenza, senza viveri né acqua. Il tutto mentre formazioni terroristiche, compresa al-Qaida nella Penisola araba, stanno traendo vantaggio dalla situazione per lanciare una nuova offensiva nel Nord e nel Sudest dello Yemen.

Qual era la situazione alla vigilia dell’intervento militare?

Per ricostruire come si è arrivati a questo scenario caotico si dovrebbe andare molto indietro nel tempo, perché le vicende odierne sono frutto di un percorso storico piuttosto articolato. Conviene pertanto partire dal 2011, quando il fenomeno delle Primavere arabe raggiunse lo Yemen, costringendo l’allora presidente Saleh alle dimissioni nel febbraio del 2012. A succedergli fu Hadi, il quale tuttavia non è riuscito a gestire le grandi problematiche politico-economiche del Paese. Lo Yemen è uno dei più importanti campi di battaglia del terrorismo islamico, obiettivo primario per gruppi come al-Qaida o Ansar al-Sharia (da non confondersi con l’omonima organizzazione in Libia). E in questo senso non bisogna dimenticare che il Paese è stato spesso interessato dalle azioni dei droni statunitensi. C’è poi il problema delle divisioni interne alla popolazione yemenita, per linee sia puramente politiche (fino al 1990 esistevano due Stati separati), sia etnico-religiose. Gli houthi, per esempio, sono una minoranza sciita in un Paese sunnita e già dal 2004 hanno cominciato a contestare il potere di Saleh per ottenere maggiore autonomia, avviando varie campagne militari contro il Governo. Dopo l’ultima offensiva del 2014, a febbraio il presidente Hadi ha abbandonato la capitale, rifugiandosi ad Aden. L’esercito yemenita deve fronteggiare anche la resistenza delle formazioni fedeli a Saleh, che adesso hanno trovato una parziale alleanza proprio con gli houthi. L’intervento dell’Arabia Saudita è motivato quindi dal timore che lo Yemen possa divenire una terra divisa tra i gruppi del terrorismo islamico e l’influenza dell’Iran – il quale, a sua volta, supporta attivamente l’insorgenza degli houthi in funzione anti-saudita.

Fin qui si è parlato molto degli houthi, ma chi sono?

Gli houthi sono i componenti di un movimento yemenita, di religione musulmana, più precisamente sciiti zaiditi – hanno comunque aderito anche fazioni sunnite o non religiose. Già qui c’è un primo punto sul quale soffermarsi: la religione islamica non è un corpo unico, omogeneo e indissolubile, perché al proprio interno ha molte e profonde divisioni. La maggiore è quella tra sunniti (85-90%) e sciiti. A loro volta gli sciiti hanno varie ramificazioni, una delle quale è lo zaidismo, variante ormai rimasta solo in Yemen. Da un punto di vista politico – e geopolitico – il Paese che più ha investito per la rappresentanza e la difesa del sunnismo è l’Arabia Saudita, mentre il campione dello sciismo è l’Iran, due attori che hanno maturato una forte rivalità per la supremazia nel Golfo Persico. Il nome del movimento deriva dalla famiglia di alcuni dei suoi fondatori, gli al-Houthi, e per i primi dieci anni i suoi appartenenti avevano come obiettivo la difesa dell’identità zaidita in Yemen, in contrapposizione al tentativo del Governo di favorire il culto sunnita. Nel 2004, da uno scontro tra il presidente Saleh e i vertici degli houthi, scaturì la rivolta del movimento contro le Autorità centrali, terminata nel 2010. In quel periodo il gruppo, in origine politico-religioso, assunse un carattere decisamente militare, dotandosi dell’organizzazione che tuttora li contraddistingue. Con l’avvento della Primavera yemenita gli houthi tornarono all’azione, occupando importanti città nel Nord del Paese, combattendo contro le forze governative e riuscendo a conquistare la capitale tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015.

La guerra in Yemen, quindi, è una manifestazione della lotta tra sunniti e sciiti. Qual è il quadro internazionale? Dove si pone l’Occidente?

Il conflitto tra sunniti e sciiti dura dagli albori dell’Islam e ha trovato nello Yemen un altro sviluppo. A preoccupare, oltre all’emergenza umanitaria e agli esiti di una guerra che potrebbe rapidamente divenire molto sanguinosa, è lo spazio che tra i contendenti si crea per il terrorismo di al-Qaida. Senza dimenticare la delicata questione del nucleare iraniano: come si è già ricordato, al giorno d’oggi l’ostilità tra sunniti e sciiti si presenta soprattutto nello scontro tra Riyadh e Teheran, generando un quadro molto complesso nella polarizzazione delle alleanze. Proviamo a parlare in termini geopolitici, cominciando proprio dall’inizio, ossia dagli schieramenti in campo in Yemen. Da un lato ci sono gli houthi, in maggioranza sciiti e sostenuti dall’Iran, il quale a sua volta è un punto di riferimento per altri attori dello sciismo, cioè Assad in Siria, Hezbollah in Libano e i vertici dello Stato iracheno. Agli houthi si sono aggiunti in modo opportunistico i fedeli dell’ex presidente Saleh. Dall’altro lato formalmente c’è il Governo yemenita, ma in realtà a muoversi è l’Arabia Saudita, con quasi tutti i membri del Consiglio di cooperazione del Golfo e altri alleati arabo-sunniti. In mezzo c’è il terrorismo islamico, che per comodità sintetizzeremo con al-Qaida, gruppo sunnita (come l’ISIS) in aperta contrapposizione con gli houthi. La questione qui si complica, perché la posizione dell’Occidente, in particolare quella statunitense, è con l’Arabia Saudita e i partecipanti a “Tempesta decisiva”, nonostante da molti suoi esponenti – soprattutto dal Qatar – partano finanziamenti diretti all’Islam combattente (si legga ISIS), ai rami della Fratellanza Musulmana (considerata ostile) o al Governo libico a maggioranza islamista di Tripoli (mentre l’unico esecutivo in Libia riconosciuto a livello internazionale è a Tobruch). Tra l’altro, all’interno del contingente saudita non mancano divergenze anche aspre (per esempio tra Egitto e Qatar), accantonante però in ottica anti-iraniana. L’azione dello schieramento saudita, comunque, è diretta solo contro gli houthi, e non contestualmente anche contro al-Qaida. Lo Yemen è un Paese strategico, soprattutto perché dalle acque dello Stretto di Bab el-Mandeb transita quasi la metà del petrolio mediorientale – i sauditi stanno perdendo importanti infrastrutture per l’avanzata degli houthi, gli USA vedono minacciate le basi dei propri droni – e perché la sua tenuta è fondamentale per la sicurezza dell’intera Penisola araba. (Beniamino Franceschini)

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