Storia e attualità

WEINSTEIN.

Essendo stato Mr. Miramax, potremmo accusare Harvey Weinstein di anche di aver procurato a Benigni un Oscar come migliore attore per La vita è bella. Come migliore attore, eh, quello che non hanno mai vinto Mastroianni, Michael Keaton o Greta Garbo. Ma sarebbe sbagliato: quella vittoria fu un paragrafo del sogno americano; sogno che si autoalimenta da sempre grazie a veicolatori come lui. E lui, è un talento sopraffino, peraltro. Questo non gli potrà esser tolto.

Un dietro le quinte del sogno, lo immaginiamo altrettanto da sempre: più o meno torbido, sì, ma non ce ne preoccupiamo; finché le quinte, un giorno, si aprono e giungono accuse di molestie; si rinnova il mito popolare dell’orco – sono in molte a sottolineare la mole di Weinstein, la sua famelicità – e all’improvviso ciò che immaginavamo, da navigati interpreti della vita, e che quindi accettavamo inconsciamente come contropartita dello show dell’Universo (chissà che pompini avrà fatto lei per arrivare lì! è uno standard del tema in questione) non è più innocuo né da deridere: declinare un’offerta sessuale può significare non ottenere ciò che si spera o peggio, aver paura di non poterla declinare. Ci tocca cambiare posizione! Ci tocca diventar moralisti! Ecco: il mio oggetto d’interesse è questa veloce, tragica rilocalizzazione di pensiero.

Mentana, che si diverte (ma fa bene) a scrivere sui social concetti che dovrebbero risultare ovvi ma evidentemente non lo sono più, ha affermato non sarebbe proprio una grande scoperta, quella degli abusi per fare carriera! Il che naturalmente non significa fare spallucce; significa che non si può far finta di cadere dalle nuvole e che, se davvero non si tollera più questo metodo, bisognerebbe da subito agire a tutto campo, invece di limitarsi a seguire l’ennesimo servizio de Le Iene con una loro attrice che finge di essere un’indifesa ragazza in cerca di lavoro, per smascherare durante il colloquio, con tanto di abiti succinti, l’imprenditore maialone di turno (e tutti sappiamo che chi guarda quei servizi, li guarda per l’attesa di una tetta in bella vista nonostante qualche pixel gaglioffo, non certo per altro).

Le molte denunce di molestie tentate e/o determinate da Weinstein, tutte scaturite solo dopo le prime dichiarazioni (di Ashley Judd e Rose McGowan) in un articolo sul NY Times, da un lato fanno pensare a un regolamento di conti interno, perché è ridicolo credere che si trattasse di un segreto ben custodito; anche se è plausibile l’improvvisa impossibilità di mantenerlo, un tale segreto, se lo si è subito; dall’altro, richiamano gli studi sulla massa del grande Elias Canetti.

La massa è un immenso Blob di quasi impossibile gestione, potente e adrenalinico, ma il coraggio che elargisce non è dotato di altrettanta capacità di comprensione: adatto perciò al concetto attualissimo secondo cui Non importa dove ma andiamooooo, e velocementeeeeeeeeeeee!, che rinnova in un certo senso il mito dell’inquietudine di esistere attraverso una qualsivoglia azione vivificante, come per gli antieroi di On the Road di Kerouack. E allora sì, per qualche giorno respiriamo tutti velocissimamente l’ebbrezza di chi ha acceso una miccia che è diventata incendio dichiarativo di massa, passando per Giovanna Rei a Porta a Porta la quale, ridendo, ci ha rivelato che Weinstein ha dei brufoli orribili sulla schiena, facendo poi tappa su Crepet e i suoi maglioncini color pesca che, per allontanare subliminalmente il maschio italiano dai comportamenti di Weinstein, li derubrica come l’effetto di un’impotenza non accettata (che torna ad essere stigma sociale, quando è comodo, e non più una malattia), fino a giungere, ad esempio, su Asia Argento.

Costei, anch’essa vittima di Weinstein, si è sentita legittimata a confessarlo sull’onda del suddetto Blob, e ha ricevuto anche una discreta serie di improperi essendo in parte impopolare, anche perché il suo personaggio ha molto della deriva erotizzante: ricordo che scriveva su Max o una rivista simile, molti anni fa, di quando conobbe Harmony Korine e che, volendo provare la sua bocca, si mise a baciarlo (pare sapesse di cannella); poi, le foto nude, i film licenziosi con Abel Ferrara, le allusioni a una certa libertà sessuale. La società mal digerisce la trasgressione subita, se capitata a chi di trasgressione, per quanto all’acqua di rose, vive: si tratta di sottoinsiemi dell’Insieme Te la sei cercata. Ti tocchicchiano le chiappe al lavoro? Beh, vai a giro con certe gonne! e così via. Il che può esser pure vero, eh: a volte, si vuole provocare; o non fa parte dell’esistenza perché è rischioso dirlo, a seconda del momento?! Peraltro, la diga rotta dal Blob ha permesso alla Argento di rivelare un’altra violenza, a 16 anni, subita a suo dire da un regista italiano. Atteggiamento incongruo, come fosse da un momento all’altro diventato possibile sparare a mezzo stampa un forfettario di confessioni non più inconfessabili, seppur (credo) traumatiche? Forse. Ci dobbiamo aspettare allora che circa 100.000 sardi – secondo l’Immaginario barzellettiero – dichiarino a breve sconfinato amore per le loro capre predilette?: «Amaltea mia, sono il tuo Puddu, non era solo sesso, ora ho la forza di belarlo al mondo, ajòòò!». Insomma: troppo furbo, il coraggio ex post? Io non intendo condannare a priori queste forme di Domino Rally sociale perché sono per loro natura ibride, come d’altronde lo è il confine fra un complimento malizioso e il fatto che quel complimento spaventi chi lo riceve. Troppo facile, ancora una volta, dividere in cattive e buone strutture umane complesse.

Per questo, disprezzo francamente chi protegge se stesso e deve mostrare di essere sempre all’avanguardia sui diritti civili, come la Streep, che ha dichiarato a otto secondi di distanza dalla denuncia di molestie di non aver mai saputo che il suo ex amico Weinstein fosse anche così; o come tutti i pelosi commentatori, tutti i piccoli influencer per l’occasione travestiti da moralisti, reputando gravissimo l’accaduto, come se l’affermarlo fosse un’ostia da deglutire prima di poter affrontare l’argomento. Certo che è grave, cretini! Ma il moralismo non è a tempo; non è un abito, maledizione. Forse a volte Weinstein, che voleva essere guardato mentre faceva la doccia, ha ricevuto un netto e sincero consenso da qualcuna delle future dive, amanti evidentemente dell’igiene intima; forse qualcuna non l’ha considerato un mostro, ma parte di un sistema che da sempre funziona così e al quale ci si piega, anche perché molti degli accusatori potenziali di oggi, altrove, insegnano che bisogna essere determinatissimi, disposti a tutto, per raggiungere i propri scopi.

Ora, Weinstein è un mostro senza se e senza ma. Invece nell’universo ci sono più se e ma che nettezza. Ed è per questo che è difficile capire il mondo in un batter d’occhio. È per questo che il tuo amico ricco ma dichiarante 8.000 euro l’anno perché «tanto i politici ti vogliono solo inculare e allora li inculo prima io!», rimane tuo amico. O che tradisce la moglie, tu lo sai, ma glissi. Da parte nostra ciò che è dignitoso è, nel caso in cui l’amico ipotetico fosse scoperto, continuare ad assegnargli quell’amicizia (e per parte nostra intendo chi, come me, vede molte schifezze ma non se le può sobbarcare tutte e, almeno un poco, lascia vivere, anche per pietas, scegliendo di combattere quelle che ha più a cuore). Rosenberg, scrittore e produttore, ha ammesso che tutti lui compreso sapevano, ma il gioco valeva la candela perché Weinstein era la gallina dalle uova d’oro. Di fronte al giudizio massificato e al problema che emerge all’improvviso, si svela a volte la qualità umana, la dignità di una persona; che coesistono proprio nello stesso corpo e nella stessa mente di chi ha accettato di tacere su vicende poco pulite.

Wein in tedesco significa vino: l’ebbrezza, il rituale della festa; ma il verbo weinen è piangere: risvolto amaro, ad esempio, che capita se se ne beve troppo, di vino. Stein invece è pietra, roccia, macigno: quello della molestia, tanto quanto quello dello stigma sociale. Uniti i termini, si forma un tipico cognome ebraico, Weinstein, che traduciamo con tartaro, quella robetta fra i denti di cui ci vogliamo liberare, benché entro una certa forma li protegga. Si tratta di un termine complesso, con se e ma; non di qualcosa da etichettare velocemente per sentirsi migliori. (Lu Po)

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