Virgin Records: tra tubolari metallici, palestre, esorcisti e mitologiche botte di culo

Musica

Richard Branson è un uomo fortunato, senza alcun dubbio; ha parecchie ragioni per ridere sotto l’ormai canuta barbetta, che lo rende comunque un uomo di bell’aspetto, superati i sessant’anni. Ma non è per questo che il nostro Richard è felice.
Lo conoscerete, almeno per sentito dire, sapendo che è uno degli uomini più ricchi del mondo, nonché uno degli imprenditori più geniali della sua epoca, e se hai meno di vent’anni, senti Virgin ma non ti viene in mente un atto di castità, bensì una palestra iper attrezzata e tanti culi che saltellano sui tapis roulant, beh, il merito è soprattutto suo.
Mr. Virgin crea, come spesso accade, un impero dal nulla.
Adesso, il logo stilizzato della sua superpotenza, scarabocchiato su di un fazzoletto agli albori dell’impresa da un illustratore (mai retribuito) deputato alla creazione di un logo ben più professionale e consono, appare ovunque: nelle sopracitate palestre, su aerei che affrontano tratte atlantiche, addirittura su navicelle spaziali, sui lati delle monoposto, sulle vostre carte di credito e sui voucher del viaggio di nozze che avete sempre desiderato, ma soprattutto nel retro consumato degli album con cui siete cresciuti, da “Nevermind the Bollocks”dei Sex Pistols a “Homework” dei Daft Punk, l’effige bransoniana è ovunque, rappresentando nel corso dei decenni un esempio atipico, quasi megalomane di machiavellico sogno e di trasversalità imprenditoriale.
Eppure, come detto, prima delle tratte oceaniche, dei lanci in orbita e delle grandi vendite discografiche, la Virgin non era altro che uno dei tanti negozi di dischi di Oxford Street, a Londra, gestito appunto dal futuro Sir Branson e dal suo primo socio in affari, Nik Powell.
Era il 1971 e i due, per arrotondare, smerciavano sottobanco album export di pregevole fattura, sogno bagnato di qualsivoglia collezionista dell’epoca o semplice curioso; è così che, secondo molti, il krautrock arrivò sugli scaffali di Oxford Street e nelle sale da tè della medio borghesia inglese.
I nostri eroi, però, sgamati con le mani nella marmellata, sono costretti a chiudere cassa e bandone e, con pesanti tassazioni sulle loro spalle, vengono aiutati da mamma Branson, costretta a quel punto a pignorare i propri immobili anche a costo di salvare la baracca. Nonostante il clamoroso buco nell’acqua, Branson & socio si rimboccano le maniche ed acquistano con i soldi rimasti una piccola tenuta in campagna a nord di Oxford, che servirà da dormitorio, studio d’incisione e sede della Virgin Records, fondata ufficialmente nel 1972. L’esordio sulla ruota della fortuna per Mr. Branson, campione e collezionista di clamorose botte di culo e trovate folli-ma-geniali allo stesso tempo, si ha proprio con la fondazione dell’etichetta che renderà unici i pomeriggi di tanti brufolosissimi pischelli brit di fronte al loro stereo.
Il primo pezzo che la neonata scuderia di Branson si assicura è un pezzo assai pregiato, un ragazzo di bell’aspetto e dall’aria vagamente new age che viene dalla provincia di Reading: il suo nome è Mike Oldfield, ha solo vent’anni ma ha composto, suonato e registrato DA SOLO un opera strumentale in due atti, che tergiversa tra derive psichedeliche, musica orientale, neo classica e prog.
“Tubular Bells”, opera prima di Oldfield, è anche il battesimo del fuoco di una Virgin che, da pesce piccolo, si tuffa nella grande vasca degli squali, nella spietata giungla della discografia europea. Certo, un esordio così è assolutamente coraggioso, ai limiti dell’incoscienza, con un musicista poco più che maggiorenne, assolutamente carneade che presenta un’opera tutt’altro che accessibile ai più. Ma siamo nel ’73, si dice Branson, qualche fricchettone da catturare con il retino sarà pure rimasto in giro, e poi il disco è una bomba, spacca, è unico nel suo genere e non farà prigionieri.
Poi, da oltreoceano giungono clamorose voci: uno yankee burbero ma di mano ferma, regista e sceneggiatore, che corrisponde al nome di Friedkin William, per gli amici “Capitan Willy”, vuole quel disco come colonna sonora del suo prossimo film, un’oscura storia di possessioni demoniache, diabuli nordafricani, preti che volano dalla finestra e zuppa di piselli su tutte le lenzuola. Una storia che, sentita oggi, non avrebbe senso d’essere interessante in nessun modo possibile, no way. Ma allora era pura avanguardia, chiedere a genitori, zii o chi per loro delle crocerossine all’ingresso del cinema, pronte a traghettare un esercito di svenuti male in sala. Il potere di Cristo ti espelle, zuppa di piselli.
Insomma, Cap. Willy non è uno qualsiasi, ha la stoffa dell’americano duro e puro, anche perché solo una manciata di primavere prima ha girato uno dei pilastri del noir hard boiled, un “Il braccio Violento della Legge” bollito caldissimo e qui con un Gene Hackman in stato di grazia, ancora non baffomunito ma con la faccia di chi a sparare non ci pensa due volte. E’ una storia amara, che finisce come non vorremmo, con i soliti baguettari che se la svignano ed un carico di eroina purissima a zonzo per New York City – ma anche questa, è un’altra storia.
Il carognissimo Friedkin si supera solo due anni più tardi, appunto, in quel 1973 che consacra L’Esorcista a film più teribbbile sulla faccia della stratosfera, con qui un Max Von Sydow magistrale anche quando se ne sta seduto a pensare ai cavolacci suoi, una bimba con qualche problema di gastrite e torcicollo ed una serie di denunce da parte di ottusissimi timorati di Dio che non vedono l’ora di formare un Reich Vaticanense al fine di bruciare qualsiasi copia in circolo della pellicola: Sayonara, bastardi.
L’ Esorcista è già l’horror perfetto così, al primo screening della produzione, ma i dirigenti Warner ok, si saranno pure cacati sotto come nulla, ma vogliono una colonna sonora. Friedkin, con solito piglio, è ottusamente convinto che “Tubular Bells”, operetta new age che teoricamente dovrebbe essere un inno alla natura, sia la perfetta colonna sonora di una favoletta neogotica dai contorni leggermente profani, senza se e senza ma.
Non è l’intero disco a colpirlo, in realtà, ma quei primi 2 minuti che, già a sentirli come tappeto sonoro di un sacrilegio di primissima scelta fanno paura, mettono sul piatto uno degli arpeggi più freddi e sovrannaturali che la musica da acidomani dei ’70 abbia mai proposto.
Ci sta, è il suo.
E Branson? Beh, il solito culo: il successo della pellicola ha numerose conseguenze, come la creazione di tanti piccoli imperi del male bacchettoni e scassacacchio dell’era pre-Moige, ma anche una vagonata (meritatissima) di Premi Oscar e, giustamente, il successo della sua azzeccatissima colonna sonora (non originale, peraltro).
Il disco va ovviamente in orbita nelle classifiche UK e un po’ovunque nel mondo, da Caltanissetta a Brooklyn, e la Virgin s’impone al primo colpo nel mercato discografico con un disco, come si sarebbe detto all’epoca, “di rottura”. Per fortuna non di coglioni, perché “Tubular Bells” è invecchiato bene, anche meglio dei suoi successori orchestrali o addirittura elettronici, ri-registrati da Oldfield per marciare duro sul suo più clamoroso successo. Beh, dopo “Moonlight Shadow”, s’intende.
E così, il colmo: un new age di vent’anni in testa alle classifiche, probabilmente per sempre oscurato dall’ombra del suo esordio trionfale, un Branson in estasi, che forse già nel 1973 uscendo dalla sala, con mostri e diavoli in testa, pensava a lanci spaziali e voli intercontinentali.
Da allora è cambiato molto: Branson è il riccone sfondato che tutti conosciamo, la “rockstar degli imprenditori”, investito Sir ma anche investito dalla solita botta di culo e di quattrini, che spende sistematicamente in qualsiasi gingillo lo possa affrancare, dalle corse dei cavalli alla F1, fino alla creazione di una sua linea di vestiti da sposa, firmata Virgin (ah-ha, il colmo proprio: resisti fino alla prima notte di nozze, bellezza!).
La gente va sempre al cinema ma non sviene, poi va in palestra e ci rimane, con lo sguardo paonazzo e pieno di rabbia verso il carico di pesi che dovrà affrontare, torna a casa e rimette duro, come la bambina snodabile de “L’ Esorcista”; la bambina snodabile invece ha smesso di fare film, perché lo shock di rimanere su quel set con un pazzo furioso che costringeva anche un allora già bicentenario Max Von Sydow (nato vecchio, è risaputo) a rimanere fino a tarda notte a ripetere battute e minacce clericali l’ha allontanata dal cinema, roba che a confronto i reduci del Vietnam sono stati a Disneyland e si sono sentiti giusto un pochino male. sull’ottovolante di Pippo.
Oldfield ha ri-registrato “Tubular Bells” un miliardo di volte, ma anche tanti altri bei dischi (“Hergest Ridge” ed “Ommadawn”, giusto per citarne un paio) con cui ha fatto prosperare Branson e la sua etichetta ma non è mai stato riconosciuto di ciò quindi, dopo litigi ed una vita a suonare strumenti impossibili si è ritirato in estremo oriente dove suona gnu a otto corde. Con i piedi.
Gene Hackman, intanto, è sempre il solito bomber.

(Tommaso Bonaiuti)

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