Vetusti ruoli sociali spiegati ai nativi digitali – Il chitarrista da spiaggia

Oscenità varie

 

Mi si potrebbe definire un chitarrista da spiaggia. Nella prima gioventù non ho frequentato granché, pur abitando a ridosso del mare, quel tipo di festicciole estive dette spiaggiate ‒ se si è della Costa Etrusca o della Versilia non è raro imbattersi nel fiorentino, nell’empolese o nel pratese che inneggiano alla spiaggiaaaaàa (per poi affermare, col piede sull’acqua, che è marmaaaaàa: marmata: fredda) ‒ ma ne so abbastanza per affermare che le spiaggiate avranno pure molte variabili, ma sono sempre composte da un set base di elementi inamovibili: molti alcolici, di pessima qualità, per risparmiare; fumo; griglie che grondano gli umori delle carni e tante, tante limonate e, ovviamente, non mi riferisco per quest’ultime, alla bibita. Ognuno scelga, riguardo a tale azione, il verbo che più lo aggrada, il cui cuore romantico risiede in un’onomatopea – sfrrrrranellare, pomìiiciaaaare – o in un’area semantica: come appunto limonare, ciucciare e via dicendo. Un livornese con un determinato curriculum non può andarsene da una festa del genere senza aver confidato all’amico grasso, che gli ha chiesto delucidazioni sul perché Maria Sole e lui siano scomparsi per un lungo lasso di tempo (lunghissimo, per l’amico grasso: chiaramente egli è innamorato senza speranza di Sole), qualcosa come: «Boja, ‘e c’ho ciucciato un’ora e via!». Imbattendosi, per di più, in una rima inaspettata, che umilierà l’amico grasso fino in fondo: gli viene rubata anche la poesia.

Ed ecco che si arriva a me: un altro elemento fondativo delle spiaggiate (o di qualsiasi party adolescenziale che manchi di un presunto Dj o similia) è il ragazzo che porta la chitarra e la suonicchia, e male; a volte veramente MOLTO male ma tant’è, tutto si fa all’ingrosso, così come la vodka al melone acquistata è la peggiore sulla terra: basta che la ruota giri a ritmo costante. Il chitarrista da spiaggia un po’ fa rumore, un po’ trascina l’ubriaco di turno e lo fa starnazzare e, nei momenti più intimi, raccoglie gli animi.

Di solito questo ruolo si sceglie passivamente, quando ci si sente accerchiati dall’anonimato poiché altri ruoli adolescenziali son già stati arraffati da ragazzi più rapaci, col fiuto della definizione schematica. È una possibilità, avere la chitarra, né più né meno: si è poco riconoscibili nel gruppo, non sei antipatico ma è un rischio assegnarti una vera e propria simpatia, le ragazze si scordano il tuo nome e così, prima di soccombere, ci si può alzare dalla sedia e dire: «Beh, io ho la chitarra». «Beh, ma allora portala!», sarà la logica risposta – e il gioco è fatto.

Vorrei partire dal lato intellettualmente stimolante: la posizione del chitarrista da spiaggia è di grande privilegio, in quanto rappresenta un punto fisso d’osservazione. Non ci si muove, si suona; e l’immobilità aguzza la vista. Molto probabile, dunque, che questa figura abbia un discreto quadro generale della situazione (chi va con chi; se la coppia secolare scoppia; se qualcuno si sta sentendo male). Non ci si può infatti buttare via, ubriacarsi, fare il bagno nudi; nessuno presta attenzione al tuo strimpellio ma, interrompendolo, tutti direbbero: «Hey, perché hai smesso?». Al contempo – e questo lato è meno stimolante –  si è parte di uno scenario, si serve, proprio nello stesso senso del telo da bagno per sedersi o le birre per lasciarsi andare. Tale considerazione si condensa in un’unica, monolitica certezza: le ragazze se le farà qualcun altro. Non che non esista ma è una rarità, la ragazza che ama lo strimpellatore dell’occasione: un elemento cioè meditativo, perché in modo impercettibile, ma chiaro, il chitarrista da spiaggia riceve dal proprio ruolo un’aura riflessiva, di chi scriva le poesie a letto, e gli vorresti leggere in faccia frasi come «Non dovresti bere così tanto, ti fa male» o «Mi piace fermarmi sulle cose e andarci a fondo». Il chitarrista da spiaggia, ti comprende. La maggior parte delle volte, la ragazza che cerca questo tipo di persona ha fatto di necessità virtù ovvero, non essendo piacente, la butta sul profondo.

Ha qualche velleità, il chitarrista da spiaggia: unico fra trenta beoti ad aver imparato mezzo accordo, ama la musica; e al sesto pezzo di Battisti che viene demolito dal coro ubriaco potrebbe affermare «In verità non è ora che fa O mare nero o mare ne», oppure «Dieci ragazze s’è già fatta. La conoscete Questo inferno rosa??! Sentite questa che è belliss…». Ma nessuno vuole veramente cantare correttamente La canzone del sole (piuttosto, chiunque vuole farsi Sole). E nessuno conosce Questo inferno rosa. Il momento in cui il chitarrista da spiaggia prende coraggio, o si sente più di un mero strumento lasciandosi improvvidamente prendere dall’entusiasmo, di solito corrisponde al picco negativo della festa: ma insomma!, non si tratta veramente di eseguire dei brani, semplicemente di essere parte del ritmo della serata, di far girare la ruota. E tu, alzando la cresta, l’hai fatta cigolare. La natura riflessiva che hai arricchito col tempo, ti fa intendere all’istante, l’errore. Questo inferno rosa non verrà più riproposta. L’ascolterai a casa, se hai fortuna colla tipetta alla quale farai leggere Neruda dal momento che, ancora, non ha deciso se baciarti o meno: ella, forse, veramente non lo ha realizzato ma, entro qualche giorno, capirà che ti vede più come un amico. O, mare nero! (Lu Po)

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