Van Gogh Alive: come vivere l’arte

Arti visive

Premetto: non sono mai stato un grandissimo fan di Van Gogh, nel senso che, pur riconoscendogli una visione unica e una capacità pittorica indiscutibile, non rientra tra i miei artisti preferiti; ma sono un appassionato di arte in generale, e mi piace fare nuove esperienze, soprattutto se hanno a che fare con la fruizione dell’espressione e permettono nuovi modi di vivere un universo artistico, motivo per cui sono andato a vedere questa mostra denominata -a prima vista un po’ pomposamente- Van Gogh Alive – The Experience.

La mostra (che poi vera e propria mostra non è, come vedremo a breve) è localizzata all’interno della ex Chiesa Santo Stefano al Ponte Vecchio di Firenze, e già di per sé questo approccio è per me vincente: utilizzare architetture, inutilizzate altrimenti, per ospitare un qualsiasi evento artistico o culturale, è il segno di quanto questo mondo abbia ancora qualche carta da giocarsi per emancipare i giovani (e meno giovani) cervelli orfani di stimoli ed opportunità.

Arrivo alla mostra e non c’è nessuno a fare la fila: questo mi mette nello stato d’animo adatto; niente attese, nessuna delle classiche e allucinanti file dopo le quali, al momento di entrare, già non ne puoi più della vita, figuriamoci della mostra e dell’artista in questione. Accedo alla chiesa, e lì si apre un mondo: quello interno, sensoriale, intimo di un artista tormentato ed in continua ricerca, pieno di certezze e di dubbi, con le luci e le ombre che solo gli animi sensibili riescono a contenere (o forse ci riescono fino a una certa soglia, considerato il vissuto psicologico di Vincent). E allora rifletto e penso: è così che dovrebbe essere una mostra. Un’esperienza, un tuffo in un mondo parallelo fatto di sensazioni volte a creare un contatto con un mondo che un quadro attaccato ad una parete non può illustrare.

Per capirci meglio: l’esperienza è un unico, multisensoriale viaggio fra i pensieri e le visioni dell’artista in cui musica, parole – tratte dalle 902 missive che Van Gogh scrisse a parenti ed amici intimi – quadri, disegni e riferimenti si inseguono come in un susseguirsi di maree atte a far vivere un’esperienza tra le più intime ed emotive che -a opinione personale- si possano sperimentare in presenza dell’arte. È un mondo parallelo, una sorta di realtà alternativa che ti fa entrare in contatto con un vissuto fatto di considerazioni, ricerca, pensieri: rispetto a una mostra canonica (ossia, realizzata con quadri attaccati alle pareti e microscopiche didascalie che riassumono l’opera in sé e, ogni tanto, un forex illustrativo del periodo storico) questa concezione di esposizione è tutta un’altra cosa, e la sensazione è quella di essere avvolti, permeati dal mondo e dall’opera dell’artista.

Ci troviamo così, incalzati dalle note di una viola che ti scavano e scuotono sotto lo sterno, a leggere pensieri come “Il girasole, in un senso, mi appartiene”, mentre sulle quattro pareti della chiesa si inseguono giganteschi in altissima definizione i particolari o i totali dei quadri con soggetti i girasoli da lui realizzati, e non c’è niente di più bello e naturale. E di vissuto, e di vivibile. 
Forse il segreto sta tutto lì: nella differenza che esiste tra l’arte di cui si fruisce, e quella che viene concretamente vissuta; la tecnologia può a volte -ed è questo il caso- ridarci quel palpito, quel trasporto, quell’estraniazione dal mondo che l’arte una volta donava.
Perché, per come io intendo l’arte, essa dovrebbe essere questo: un viaggio che sappia essere emotivo e sensoriale, non un susseguirsi di immagini fini a se stesse, circondate da testoni calvi, e resse e spintoni con tedeschi in ciabatte per un posto in prima fila; finalmente, per concludere, un evento artistico in cui l’unico rammarico è, ad un certo punto, dover uscire e tornare nel mondo reale. (Pitt)

Manet. Ediz. illustrata

Price: EUR 22,50

5.0 su 5 stelle

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