USI ALTERNATIVI DEI LIBRI

Letteratura

Il 19 maggio 1988, il poeta e dissidente Iosif Brodskij inaugurò il primo “Salone Internazionale del Libro di Torino” con un discorso dal titolo vagamente woolfiano di “Come leggere un libro“, dove il fresco premio Nobel spiega come affinare il buon gusto per la letteratura, ovvero leggendo molta poesia:
più si legge poesia, meno si tollera ogni sorta di verbosità, nei discorsi politici o filosofici come nella storia, nella sociologia, o nell’arte della prosa. […] Tutto quello che dovete fare è armarvi, per un paio di mesi, delle opere di poeti scritte nella vostra lingua madre, preferibilmente della prima metà del Novecento. Penso che vi ritroverete tra le mani una dozzina di libri piuttosto smilzi, ed entro la fine dell’estate sarete in gran forma.

Segue un lungo elenco di poeti nelle diverse lingue, lasciando in fundo i nomi di Saba, Montale, Ungaretti e Quasimodo, ai quali Brodskij, concedendosi di non aver pretesa di dare ulteriori suggerimenti a un pubblico italiano, riconosce il proprio debito.
Se a distanza di ventotto anni volessimo allungare quella lista senza i pudori che poteva avere Brodskij non mancherebbero i volumetti di Antonia Pozzi e Vincenzo Cardarelli, di Sandro Penna e Clemente Rebora, di Camillo Sbarbaro e Lucio Piccolo, di Mario Luzi e Vittorio Sereni, e – se si è avuto in sorte il vernacolo veneto – le poesie di Biagio Marin, Giacomo Noventa e Andrea Zanzotto. Questo per limitarci ai poeti morti, ma a volerne trovare ce n’è persino di vivi.

Ad accomunare i poeti morti e vivi c’è lo scarso mercato che le loro opere rappresentano nell’oceano mare dell’editoria italiana. Se prendiamo come campione la classifica dello scorso aprile dei cento titoli più venduti presso le librerie Mondadori troveremo valanghe di romanz(ett)i dozzinali, graphic novel e fumetti, i memoir di calciatori e di cantanti, saggistica istantanea, Il Piccolo Principe, manuali per dimagrire e per imparare l’inglese, 1984 in versione flipbook, qualche fantasy adolescenziale, parecchi gialli, e in centesima posizione persino il Mein Kampf, con la sua allure di classico che bisogna leggere per sgomberare il giudizio da preconcetti.
Hitler finisce in classifica, mentre Patrizia Cavalli e Valerio Magrelli cedono il posto alle schiume di cuore di Bisotti.

In termini di tiratura gli oltre sessantamila titoli pubblicati in Italia equivalgono a una media di tre copie a testa per italiano, nessuno escluso, un surplus che i cosiddetti lettori forti non bastano a tamponare. Sia perché i forti lettori sono una nicchia che l’Istat misura nel 14,3 per cento del 41,4 per cento dei lettori totali – e qui chi è bravo con le operazioni calcoli quanto è piccolo il seme di questa matrioska -, sia perché dodici libri annui sono una dignitosa miseria. Dignitosa per i tempi che corrono, e ben vengano; ma se per leggere le inchieste di Maigret occorre più tempo di quanto ne impiegasse Simenon a scriverle e pubblicarle, be’, parliamo piuttosto di lettori volenterosi. (Per inciso, servirebbero quasi sette anni.)

Per cadere nella preterizione evitiamo di notare come una grossa fetta dei lettori seriali sia poi composta dai fedelissimi degli Urania, dei Gialli Mondadori, degli Harmony e di Geronimo Stilton. Per carità, la lettura è un giardino dove le intromissioni del Dovere fanno più danni del ranuncolo, e si può vivere una vita felice leggendo tanto Thomas Bernhard quanto Rosamunde Pilcher. Ciò detto, non c’è accusa di snobismo che ci ripari dal constatare la portata sociale dei nostri consumi culturali: da chi passa il proprio otium ad ascoltare musica scadente, a leggere libri pessimi e a guardare film pacchiani non aspettiamoci improvvisi picchi di profondità quando sarà il momento di far valere il proprio voto e i propri e gli altrui diritti.

Torniamo a Bomba e diamo forma al mistero in forma di domanda: se davvero nessuno li legge, che cristo ce ne facciamo di tutti questi libri stampati? Facciamo qualche ipotesi e diamo qualche suggerimento per dar loro una qualche utilità.

PAREGGIARE UNA GAMBA
L’uso alternativo per antonomasia, tanto che Sagoma Editore ne ha fatto il proprio logo.
Il miglior assortimento di zeppe per sedie e tavoli claudicanti ci viene da Adelphi: dai 7 mm di spessore di La verità, per favore, sull’amore fino ai 26 di Così parlò Zarathustra, il catalogo più bello del mondo ha il volumetto giusto per ogni dislivello. Potremmo dire lo stesso della Collana Bianca Einaudi, ma è indubbio come la policromia dell’Adelphi trasformi una gamba zoppa in un’elegante occasione d’arredo .

FRANCOBOLLI
La mania di far collezioni può condurre un uomo a diventare un naturalista sistematico, un conoscitore d’arte oppure un avaro. (Charles Darwin)
Chi ha pratica con la filatelia conosce il procedimento: si ritaglia il quadrato di busta attorno al francobollo che si vuole staccare e lo si immerge in una vaschetta di acqua tiepida a faccia in su, lasciandolo ammollo finché non la colla non si scioglie. A questo punto il francobollo viene posato su un foglio di carta che ne assorba l’umidità in eccesso, per poi infilarlo in mezzo a un librone per la stiratura, in un secondo foglio di carta assorbente.
Caso vuole che il celebre collezionista Filippo De Ferrari ereditò un’immensa fortuna, subito reinvestita in francobolli, proprio dalle banconote che, pagina dopo pagina, ispessivano i volumi della biblioteca di famiglia.
Il silenzio assordante della Bolaffi su quale sia il volume più adatto alla stiratura viene qui compensato con una dritta che suggerisce La storia del jazz di Arrigo Polillo, Mondadori. Filatelia e jazz, chi se li immagina a braccetto?

PORTAGIOIE
La tradizione delle Bibbie cave appartiene a un’epoca che non conobbe la propria decadenza in piccola cosa di cattivo gusto venuta dalle pagine del fu Postalmarket, dove – nelle intenzioni – lattine farlocche di Coca Cola diventavano ingegnosi nascondigli per i gioielli di famiglia. Vien da chiedersi: se molti ladri trovano il tempo di defecare nei materassi come prevedere che non vogliano pure svuotarci il frigo e scoprire l’ingenuo stratagemma?
Più difficile, invece. che il ladro perda tempo dietro la nostra biblioteca. Consigliabile quindi un ritorno all’antico con l’edizione in volume unico di À la recherche du temps perdu della Gallimard: 2408 pagine che, pazientemente svuotate come una zucca di Halloween, assicureranno l’inviolabilità dei vostri tesori. Uno studio del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento ha infatti dimostrato che solo lo 0,6 % dei condannati per effrazione e furto con scasso è un francesista. Questo rassicurerà chi vive nel terrore di essere derubato nottetempo da Giovanni Macchia. Il quale, peraltro, è morto quindici e passa anni fa.

SOTTOBICCHIERE DA BIRRA
Qui la Sellerio spadroneggia. Con una tiratura d’occasione del Birraio di Preston si potrebbero soddisfare i coperti di almeno quattro stand dell’Oktoberfest. Ricordiamo en passant agli intenditori che le Modeste proposte di Giuseppe Prezzolini accompagnano bene le Bitter Ales, mentre per le Scotch Ale consigliamo la Lettera al dottor Hyde di R. L. Stevenson.

PORTAMENTO
Schiena diritta, collo e talloni allineati e qualche viaggio intorno alla propria camera con un Tascabile Einaudi in equilibrio sulla testa possono trasformare in poche settimane l’Igor di Frankestein junior in una debuttante da Opernball.
Si procede per gradi, passando dalle cento paginette de L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica su su fino alle Novelle esemplari o Delitto e castigo, anche se la prova del fuoco avverrà col mondadoriano Tutte le poesie di Eugenio Montale.
Esercitatevi per due o tre capitoli al giorno e in poche settimane camminerete con la fiera eleganza di una Comaneci.

CARTINA
Molto prima del Rolling words di Snoop Dogg ci furono le cinquanta pagine finali del manoscritto de Il Bildungsroman e il suo significato nella storia del realismo, che nel 1942 Michail Bachtin si rollò a seguito della penuria di carta che funestò i tabagisti russi durante l’assedio di Leningrado. La sola altra copia esistente del saggio andò distrutta durante i bombardamenti che colpirono la casa editrice di Bachtin. Dieci anni di lavoro finite letteralmente in fumo.

SPEGNI LA TV. ACCENDI UN LIBRO.
“Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini”. (Heinrich Heine)
Qui non si parla di damnatio memoriae (vedi Borges: La muraglia e i libri), biblioteche d’Alessandria, falò delle vanità, finali da Nome della rosa, autodafé, roghi nazisti o reati distopici di lettura, bensì del libro come surrogato della legna da ardere. Ne parliamo solo per scrupolo di completezza: il libro non scalda, si consuma rapidamente in fredda cenere e resta un uso di piena emergenza, in stile The Day after tomorrow. Tuttavia possiamo qui citare un secondo episodio storico, che Tony Harrison registrò in due quartine scritte a Sarajevo e datate 20 settembre 1995, dove nei pensieri di un soldato bosniaco il gioco della torre si incrocia a Quale libro porteresti su un’isola deserta?

“Guardai il mio Shakespeare e dissi NO.
Guardai i miei Sartre, che ho letto spesso al lume di candela
e non riuscivamo a lasciarli andare
anche in questo momento di atroce bisogno.
Siccome era fascista come i nostri nemici cetnici
mi soffermai per un po’ sul mio Céline… Ma lui sì che era uno stilista!
Così scelsi il Das Kapital per cuocere
la mia razione ONU di fagioli in scatola.
Area degli allegati”

(palinuro)

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