Uomini che odiano le Brontë (come lapidare un libraio e sentirsi migliori)

Letteratura

La notizia sta invecchiando, ma per chi sa leggerla è una favola istruttiva.
In un’intervista rilasciata quattro giorni fa alla redazione bolognese di Repubblica, Marco Bonassi, direttore della Feltrinelli locale, parla della sua personale selezione di opere offerte ai clienti attraverso quell’obbrobrio proprio di certe librerie del Scelti per voi: dieci titoli di saggistica a destra, dieci di narrativa a mancina.
Dimostrando anche un certo gusto, diciamolo: Michael Kolhaas di Kleist, Leviathan di Julien Green, Il soccombente di Thomas Bernhard.

Poi, a metà pagina, il fattaccio: il signor Bonassi (lettore principalmente di saggi e – quando c’è da buttarsi in letteratura – di qualche russo e qualche mitteleuropeo) davanti a una domanda diretta sull’assenza di donne nella selezione ha ammesso di leggere pochi autori donna: E non volevo barare, né fare il politicamente corretto.

BOOM!

Mai l’avesse detto. Come la montagna di Maometto, è stato il politicamente corretto ad andare da Marco Bonassi:

reazione #1 di Autrice Donna – ripresa alla virgola dai giornali:
Forse con una piccola bugia avrebbe fatto più bella figura e sarebbe stata una bella pacca sulla spalla alle battaglie per l’uguaglianza di genere che portiamo avanti quotidianamente (il gender gap non ce lo siamo inventati noi. Così come le varie forme di dislivello e disvalutazione), ma anche senza ricorrere alla menzogna, noi tutte avremmo preferito che lei rispondesse qualcosa del genere: “Lo confesso, non ne leggo molte (di donne). Ma mi rendo conto che è una mia lacuna e conto di colmarla presto”.

reazione #2 di Autore Uomo:
Non presenterò più un libro lì.

reazione #3 di Addettta Culturale Donna:
È come se il direttore di Feltrinelli avesse detto alle sue più importanti clienti: io i libri che interessano a voi in effetti li leggo poco.

Ci possiamo dispiacere per le gioie letterarie che il lettore Bonassi si perde trascurando le poesie di Anna Achmatova, i romanzi di Elsa Morante e Willa Cather o quelli di Flanney O’Connor e Natalia Ginzburg, le opere di Gertrude Stein, Marguerite Duras e Anne Carson, i memoir di Simone de Beauvoir e Janet Frame, i libri di Marina Cvetaeva, George Eliot, Cynthia Ozick e di Edna O’Brein, le poesie di Antonia Pozzi e Sylvia Plath; e ancora Annie Ernaux e Elizabeth Barrett, Murasaki Shikibu, Colette e Alice Munro, Madeleine Bourdouxhe, Katherine Mansfield e Irene Brin, Carson McCullers, Karen Blixen e, per dirne un’altra, di Anna Banti.

Sono ventisette nomi. Ho accantonato apposta quelli di Saffo, Jane Austen, Emily Dickinson e Virginia Woolf perché nella maggior parte dei casi sono le uniche che vengono citate da presunte e presunti suffraggetti e suffraggette. Siam infatti tutti d’accordo con quanto Gin Woolf scrive in Una stanza tutta per sé, ma per difendere i diritti delle sorelle minori di Shakespeare bisogna anche leggerle oltre la retorica – e ciò vale tanto per i lettori di saggi sul Big Bang quanto per tutti gli altri.
Proprio perché le battaglie per l’uguaglianza di genere sono importanti è bene combatterle con le armi giuste e non con pose da indignatissimi pescivendoli.

Veniamo a loro, gli indignatissimi.
Ciascuna delle reazioni sopra citate meriterebbe un’analisi da mito d’oggi. Noi ci rivolgeremo a un vecchio apologo taoista (quelli nuovi non sono pervenuti): ci racconta di quando Confucio espose al vecchio Lao Tze gli argomenti della propria filosofia: Un cuore giusto; un amore generale è imparziale per tutti gli uomini in egual misura; al che Lao Tze lo paragonò a un banditore che va di qui e di là predicando virtù e benevolenza: Quello che fai con la tua predica è dividere in due la natura umana.

Esattamente come i risentiti d’ogni causa con la loro fretta di sedersi brechtianamente dalla parte della ragione, proiettando sugli altri la propria ipocrisia bigotta, per poterli meglio sansebastianizzare in pubblico ed entrare in tal modo in odore di santità.

(Segue dito medio.)
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