Una non-recensione svogliata

Musica

Attenzione attenzione, Ignaro ed Ignoto Lettore, questa è una non-recensione senza spoiler, il che significa: non aspettarti alcuno sforzo da parte del sottoscritto per cercare di descrivere in maniera definita e coincisa il contenuto musicale di Fading Frontier, album del complessino yankee Deerhunter. L’esperienza aurale è tua e solo tua, e prescinde da qualsivoglia tentativo di descrizione, in quanto la resa della musica in parole è oltremodo vana e fine a se stessa, nonché inefficace sotto svariati punti di vista. Ti consiglio quindi di rilassarti, berti la varietà di tè caldo a te più gradita e goderti il raffazzonato e bizzarro flusso di coscienza ed auto-psicanalisi che segue.
Buon ascolto, buona lettura, buon vivere.

T.B.

Bradford Cox è un uomo strano. A 16 anni, ovvero l’età più o meno esatta in cui mi imbattei per la prima volta nei Deerhunter , grazie allo splendido Microcastle, lo vedevo come una figura inusuale, stonante e quasi illogica rispetto ai volti puliti, le camice stirate e le pettinature conciate del rock indipendente americano; nessuna posa da divo, niente eco mediatica né tantomeno la volontà di apparire come un’icona, cosa che accomuna molto spesso le rockstar di oggigiorno, alla disperata ricerca dei wahroliani 15 minuti. Non di Follia, ma di Fama. Concedendo un recupero di 3 minuti 3 dal 4o uomo.
Cox non ha niente di tutto questo ma, dalla nascita, si porta dietro una peculiarità che definire tale sarebbe in realtà leggermente offensivo: egli è affetto infatti da una rara sindrome, la Marfan, che “colpisce il sistema scheletrico, gli occhi, il cuore e i vasi sanguigni, i polmoni e le membrane fibrose che ricoprono il cervello e la colonna vertebrale”, e che in pratica ti riduce, dalla preadolescenza fino alla fine dei tuoi giorni, ad apparire come un anoressico cronico, con una sensibilità differente nel tatto ed un’elasticità innaturale nelle ossa. È per questo che Bradford, ad un certo punto della sua vita, si è appassionato di escapismo, nel tentativo di divenire un novello Houdini, di rendere la sua diversità “normale”, omologabile come superpotere ed accettabile quindi dalla società. Questa parrebbe essere la storia di un freak, che non avrebbe di certo sfigurato nell’opera di Tod Browning, in quanto anche dotato di una certa dose di autoironia che molto spesso sfocia in una sorta di pseudo narcisismo perverso, e che si manifesta anche sul palco, quando svolge la comune amministrazione come frontman poliedrico dei Deerhunter.
Credo che comunque questo mio timore per l’ignoto, per la silhouette puntuta e scattosa di Cox, quasi fosse un personaggio in stop-motion di Tim Burton (regista che, peraltro, e non ci è difficile immaginarlo, adora) si è automaticamente sopita all’ascolto della sua opera musicale, che non lascia trasparire assolutamente una sensibilità artistica senza pari, bilanciata dall’auto ironia di cui sopra, che ha a sua volta generato l’alter ego dandy e sbruffone dello schivo Bradford, Atlas Sound.
È così diventato il supereroe che avrebbe voluto essere, affiancato molto spesso da comprimari bizzarri quasi quanto lui, o così monotoni ed apparentemente insignificanti da fare il giro e diventare grotteschi. Una volta, se non ricordo male, lessi un’intervista alla band su di una rivista in cui l’interlocutore dei nostri li definiva come “un gruppo di impiegati statali e postini anonimi guidati da un improbabile costume halloweeniano rivestito di vintage, con la chitarra in mano”. Ma forse la mia mente mi tende un tranello. Anche se fosse, sarebbe un’ottima descrizione.
A vederli, i Deerhunter sono proprio così, anonimi e peculiari allo stesso tempo, e fa impressione pensare che tale musica, evocativa, intrippante e caleidoscopica venga dalle loro mani e dalle loro teste. Suonano, tra l’altro, senza la pretesa di essere una voce dei vinti o degli outsider di tutto il mondo, perché i testi di Cox parlano sì di amori spezzati, mancato affetto ed altro melò assortito, ma anche di streghe, animali tropicali, cacce al chiar di luna, luoghi della memoria infantile spostati e sconvolti, quasi da divenire luoghi fantasiosi e fantascientifici. Sono un magnifico paradosso.
Un mio amico, una volta, mi ha detto che un amico di un amico li ha visti suonare, e dopo il concerto, tutto esaltato e rincoglionito dai feedback, si è recato a passo svelto verso il banco del merchandising, in cerca di qualche maglia, disco, cimelio, cazzata random. E non c’era niente. O meglio: c’erano dei sassi dipinti, venduti a 3 euro l’uno come “pietre focaie rituali”, probabilmente colti dallo sterrato poco fuori il locale, prima del concerto.
Che mattacchioni.
Sono comunque segni di una rivincita verso la natura beffarda, a mio modo di vedere; Cox pare “usare” (utilizzando un termine poco nobile in queste istanze) questa sua diversità, a volte travestendosi in una donna brutta che imbraccia una sei corde di inestimabile prestigio, altre volte dandosi per omosessuale, anche se in realtà è queer, ovvero completamente ignaro, o conscio e dispettoso nei confronti delle regole del grande giuoco dell’Ammmore. Qui, in realtà, non c’è niente di serio. Alla larga, aspiranti Baudelaire, depressi cronici in cerca di un triste appiglio artistico. I Deerhunter sono pura gioia, autocompiacimento, psichedelia infantile.

E poi il nome, Deerhunter: come il famoso film di Micheal Cimino, con De Niro e Christopher Walken. Ma quanto era bello? E poi, C’è un legame? Molto probabilmente, si. A suo modo, l’opera ci pone di fronte a degli emarginati inclusi a forza in una società che ancora prendeva i reduci di di guerra come amabili paranoici da coccolare, anche se le coccole non erano coccole, ma razioni di eroina vendute uno sputo al grammo, se ti andava bene. Se ti andava male, beh, c’è un altro film che te lo spiega, e s’intitola Jacob’s Ladder (in italiano qualcosa con “perverso”, annoverabile comunque nella vasta schiera di titoli tradotti in maniera, come dire, sfacciata). Ma questa è un’altra storia. È che gli emarginati sono ormai le rock star del presente, belli ed osannati perché brutti e poco considerati, meno brutti dei finti belli, delle popstar da copertina glitterati, pieni di trucco e gonfi di sè. Meno banali dei flirt da tabloid, delle scaramucce legali tra artisti o presunti tali, delle bocche gonfie di proclami e botulino.

Ad ogni modo, Ignaro Lettore, ti starai chiedendo che cosa ne è di Fading Frontier, di questa loro sospiratissima ultima fatica, gingillandoti le mani, fremendo, magari sorseggiando gli ultimi istanti di un tè ormai troppo freddo per essere un té caldo.
Ma io non ti dirò niente, perché potresti ascoltartelo, questo Fading Frontier, invece di esitare; ma potresti anche ascoltarti Monomania, Halcyon Digest, Rainwater Cassette Excange e giù via verso gli esordi. Non è così brutto come sembra.
E ti ho pure spiegato il perché all’inizio di questo raffazzonato, bizzarro flusso di coscienza e memorie fasulle.

Buon ascolto, buon vivere.

Pace.

Tommaso Bonaiuti

Fading Frontier

Price: EUR 18,90

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