Una meravigliosa estate 2015 – ma la vita va avanti!

Storia e attualità

Parlavamo, proprio su queste pagine, e in particolare su questa, dell’estate del 2014: la guardavamo osservando i giovani all’estero, noi stessi ospiti nei Balcani, come seduti su un marciapiede ad analizzare il brulichio di cosce, polpacci, ciuffi, bicipiti, seni italiani, croati, olandesi, americani, tedeschi, neri, di latte, di bronzo.
Qualcosa è cambiato, per l’osservatore, cioè io: se prima eravamo in due, ad osservare quell’estate, adesso siamo drammaticamente in uno, cioè io, a osservare questa.

E su altri lidi: i miei. Per un mese e mezzo ospite a casa mia, in quella straordinaria località balneare che amici han definito giustamente di villeggiatura – sottile perifrasi per dire che è un paese per vecchi, insomma, dove succede poco o nulla -, con un mare come non se ne trovano e una tranquillità reale e costante a fungere da toccasana, quando possibile, per l’anima.
Ogni giorno, stessa spiaggia, stesso specchio d’acqua: a stare fermi, semplicemente, distesi o seduti, e per buona percentuale del nostro tempo ad osservare ragazze forse minorenni e a pensare ah, se fossi minorenne anche io!, e non  a voler rubare loro, quanto la loro età: come se minorenni non lo fossimo mai stati, oltretutto, come se nel mio caso essere un supposto adulto bastasse a dimenticare che da minorenne ero un aspirante alcolizzato coi capelli lunghi che per seguire il mito di Axl Rose si annientava ogni sera e che – guarda un po’ – qualsiasi minorenne di allora ripudiava.

Bene, dicevamo: queste giovani snelle, lisce, sode, ché ad esser loro padri oggi vi sarebbe da affogare nell’ansia, ché a non esser loro padri, ad esser ad esempio me, verrebbe da dire copritevi. Che state facendo? Non sapete che il mondo ammalerà anche voi?
Ma non sarebbe meglio, invece, pensare ad altro? Al gioco, per esempio.
Ed ecco che la mia estate è stata di fatto una lunghissima malinconica partita a carte – scopa, prevalentemente – quasi volessi capire se, almeno lì, la vittoria sarebbe arrivata per merito soltanto mio, se la sconfitta mi avrebbe colpito per semplice sfortuna o per l’incapacità di giocare – nel mio caso specifico ben più numerose le sconfitte che le vittorie: chi vuol cogliere qualche metafora faccia pure, sarà piuttosto facile.
Al mare, in spiaggia, sugli scogli, al tavolino: ogni sera al solito bistrot, con il solito cocktail (Moscow Mule: a proposito, dalle mie parti si dice che il cetriolo non ci vada messo), e con la solita neanche troppo sottile metafora a far capolino al termine di ogni partita.

L’estate 2015: circondato da amici abbandonati dalle rispettive amate, e che quelle amate le desideravano davvero.
Schegge impazzite, questi estrogeni, ed allo stesso tempo pensarla così è, senza alcuna ironia, banale, stupido e fuorviante: abbiamo bisogno di una pausa, è il mantra che presumibilmente ogni donna dai 6 ai 60 anni non può evitare di ripetere. Abbiamo bisogno di una pausa, che significa: almeno finché non ci siamo dimenticati a vicenda (ma sulle pause, sull’attesa delle pause, sull’attesa che le pause terminino pur sapendo che le pause non esistono, parleremo altre volte, magari. O magari no).

Ma la vita va avanti, cari amici – così mi è stato riferito -, nonostante le pause, le carte, gli estrogeni: ed io son già tornato a Roma, in questa Roma che ti lascia solo e in cui – pare a me – tutti sono soli come solamente nelle grandi città succede.
Ma chi vi è nato, semplicemente, ci è abituato; chi non vi è nato, vi si adegua – ed eccoli, allora, i veri amici a darti una mano: Esomeprazolo, Lanzoprasolo, Valpinax, Malox, nomi ottimi anche per una eventuale canzone di Franco Battiato o dei vecchi Bluvertigo.

Ed oggi, invece, su una spiaggia del Lungomare delle Meduse di Torvaianica, ad osservare famiglie grasse e, ininterrottamente, a tamburellare con le dita i due grandi successi estivi di Enrique Iglesias, sparati a mille decibel dalle casse dello stabilimento balneare. E via coi i balli di gruppo, poi! E via con la baby dance, gestita da due minorenni che dopo quest’estate da animatrici di spiaggia decideranno di non avere mai figli, o diverranno direttamente sterili.
Insomma, un’estate ad osservare, come quella passata, come quella che verrà: che somiglia molto a un inverno, non fosse per l’ardente Enrique Iglesias, non fosse per Roma che brucia di calore, e di velocità, e di impazienza per tutto e per tutti. (Paolo)

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