Una certa malattia mentale: intervista a Bobo Rondelli (prima parte)

Musica

Amatissima -soprattutto dal sottoscritto, che l’ha realizzata- intervista a Bobo Rondelli: era il luglio del 2009. Qua trovate la prima parte, la seconda online già domani.

Su Bobo Rondelli, cantante, cantautore, cantastorie livornese, se ne senton dire di tutti i colori.
Qualcuno dice sia l’erede di Piero Ciampi, anch’egli livornese, qualcuno lo definisce l’ufficiale divulgatore della livornesità fuori dai confini della città labronica, altri credono che egli sia un poeta maledetto, uno di quelli con cui è difficile parlare.
Nel primo album realizzato con gli Ottavo Padiglione (Ottavo Padiglione, 1993) Bobo Rondelli è rock, nel secondo (Fuori posto, 1995) è gitano, in OndaReggae del 1999 è reggae, in Per Amore del Cielo (2009), realizzato da solista, è melanconico.
Più che concedere fiducia alle possibili maldestre definizioni, per comprendere Bobo Rondelli mi sarebbe stato utile conoscerlo, ed è anche per questo proposito che nasce questa intervista, realizzata nella sala fumatori e gioco d’azzardo di un bar di Livorno.

Questione livornesità: sembra che tu abbia avuto successo, che tu sia Bobo Rondelli grazie al fatto d’esser nato a Livorno, mentre..

(Mi interrompe) Sinceramente non ho avuto un gran successo, sennò in questo momento forse sarei stato da qualche altra parte…(sorride)

Allora diciamo il relativo successo? Il buon successo? La domanda mi viene pensando a chi sarebbe Bobo Rondelli se fosse nato 20 anni prima, in un posto come Genova… magari saresti stato tra i vari Lauzi, Gino Paoli, Tenco…

No, nominare questi qui è inutile, questi sono mostri sacri… è come dire che le Fender Stratocaster di una volta suonavano meglio delle chitarre che si trovano oggi… Loro sono riusciti a fare quel che chi canta deve fare: le canzoni non sono tue, sono di tutti, te peschi nell’aria, devi captare gli umori della gente… un Dio che si aggira.
I paragoni forse si possono fare con quelli attuali.
Nonostante la grandezza di Dè Andrè, di Battisti, grandezza che rimane, ne abbiamo avuti anche molti altri, che uno con pazienza si scopre… eppoi probabilmente Piero Ciampi è stato il numero uno,non perché fosse livornese, ma lui era meno sacerdotale, ieratico, lui cantava e basta…

Proprio su Piero Ciampi, in ogni intervista, o recensione, si legge che tu ne sei l’erede… quanto senti che sia reale, questa eredità? Quanto la senti vicina?

Ma dicano cosa gli pare, a me non me ne frega nulla… io se dovessi andare in un isola deserta porterei Lennon e McCartney, soprattutto perché m’han liberato dai boy scout… (ride). Ciampi aveva canzoni belle, profonde, estremamente dolorose, ed ha di bello che si racconta nudo e crudo, non si prende sul serio… Forse è la città che ti costringe a fare questo, il nascere qui… ai tempi suoi prendevi la chitarra e andavi all’avventura a Parigi, ora puoi tentare di farlo, ma dopo neanche mezz’ora ti prendono e ti portano al commissariato…

Io avrei dovuto assistere ad un concerto tuo, che in realtà non hai fatto perché pochi minuti prima la polizia ha ordinato di smontare del palco… e ti sei ritrovato a suonare in un bar della zona, in un posto strettissimo, col pubblico a neanche un metro.

Sì, è vero… ma non è che “mi sono ritrovato”, io mentre smontavano sono andato in questo bar a bere, ed a qualcuno è venuta l’idea di fare un po’ di casino lì dentro… e mi sono molto più divertito, perché facevo cosa mi pare, rhythm ‘n blues
Quando diventa sempre la solita cosa, quando porti fuori un album per mesi e mesi, e fai sempre lo stesso concerto, spesso ti viene a noia, invece in quel contesto non c’erano problemi di lasciare un marchio artistico, un’ impronta… Io ho suonato, ti piace o non ti piace, a me m’importa una sega… io suono, poi sai, quel che è bello per un suonatore è cercare di dir la propria cercando di abbracciare… ora c’è bisogno di abbracciare un po’ la gente, secondo me… Personalmente poi, di trovare amici sparsi un po’ in giro… è per questo che per me è un bel lavoro.

Infatti ho letto un’intervista tua in cui qualcuno ti chiedeva perché hai iniziato a suonare, e te, forse anche per provocare, rispondevi che era l’unica cosa che ti permetteva di conoscer gente e non lavorare…

Sai, il mio babbo mi portò da ragazzo in cantiere a spicconare, e lì ho preso una sorta di non appartenenza a quel tipo di lavoro… Forse sono un’ anima più nobile, di sangue blu… (sorride)…poi il mio babbo è morto senza vedere la pensione, il mio nonno è morto in miniera… ahò, c’avete rotto i coglioni, io ho già dato… e poi sai, è un lavoro anche il raccontarsi.. tutti fanno “eh, sei fortunato”, e io rispondo “vabbè, vacci te!”… Vedi, più la vita ti fa male, più voli.. c’è spesso questo legame, che più sei morto tante volte.. anche se alla fine non ho da lamentarmi della mia vita.. delle nostre.. stiamo dentro al feudo.. C’è poco da fare il “martirio artistico”, quando uno raggiunge la fine del mese, e fa il lavoro che gli piace è un uomo fortunato.
Poi il denaro è bello, è utile, ti fa brillare, ma sicuramente ti regala meno belle canzoni, ti toglie la vita con la gente.

Le canzoni tue da dove nascono? Dall’osservazione di persone, di luoghi, o è un processo interiore, che riusciresti a realizzare anche rinchiuso tra quattro mura?

Sicuramente dal lavorar tanto sulla musica, passare ore su chitarra e pianoforte, poi ti viene una melodia, e ti fai portar via.

Cominci dalla musica o dal testo?

Spesso c’ho un idea da raccontare, poi mi viene la musica, poi metto insieme, poi aggiusto… Ma succede anche che abbia una bella melodia, e prima o poi ci infilo una storia.

Passando dall’esperienza Ottavo Padiglione a quella solista il processo di scrittura e composizione è cambiato?

No, nell’Ottavo Padiglione le canzoni le facevo comunque io. Ora cambia nel non dover dar questa impronta di gruppo rock… alla fine uno sente più le parole… a me non va di cercare un suono, seguire una linea… Se domani incontro Caetano Veloso e gli piaccio magari faccio un disco con lui, la musica è bella quando è un viaggio. A me piace tanta, non tutta, ma tanta musica.

Te hai un album, il primo (Ottavo Padiglione), che, nonostante non sia facile dare etichette, è proprio rock, mentre un altro (Fuori posto) sembra uscito dai Balcani…da una banda romena… Quali sono i motivi di questi cambiamenti nel tuo orientamento musicale?

A seconda di chi trovavo come produttore. L’album con Denis Bovell (Ondareggae) ha dato un impronta reggae, quello con Stefano Bollani è swing. Ma a me non interessa, ogni canzone è una storia, a cui dai un vestito… Nell’ultimo album (Per amor del cielo), prodotto da Filippo Gatti, siamo stati abbastanza nudi e crudi, anch’io comincio a esser maturo… prima ero forse un po’ troppo giovane e istintivo, ecco, poi con gli anni maturi un po’… cominci a dire “voglio questo, sennò non lo faccio uscire”… Prima ero un po’ troppo perso, se vuoi, dietro donne e alcolici… Ora sono più maturo… ho due bambini… sono vicino al Dio Padre (sorride)…anch’io sono padre. Quando hai due bambini vedi tutto in altro modo.

Prima in macchina stavo ascoltando appunto Per amor del cielo, album quasi agli antipodi rispetto al tuo primo con gli Ottavo, soprattutto per quanto riguarda le atmosfere, i testi.

Ma se vogliamo anche in quell’album c’è già un embrione di quello che una persona trova nell’ultimo… Se prendi Gigi Balla, se la suoni chitarra e voce probabilmente è più forte di come fu arrangiata all’epoca… ma sai, quando fai un disco ha ragione sempre chi ci mette i soldi. Puoi brontolare quanto ti pare, ma ti dicono “i soldi ce li metto io…”. Mentre questo disco con Filippo Gatti non è costato niente, lo abbiamo fatto quasi da perdenti, ci siamo conosciuti, lui aveva le macchine per registrare… in completa libertà, pur cercando di arrivare alla gente… è importante che una canzone arrivi alla gente, sennò che canzone è?

C’è un bel pezzo tuo che è Un’altra vita, che ripresenta il classico problema, quando si ascoltano le parole di un cantautore, di quanto esse siano autobiografiche…

(Mi interrompe) Sì ma io non è che sia cantautore, sono un po’ cantastorie… Mi sento anche cantante, capisci? Cantautore è più… è una licenza più poetica… dicevi?

Io questa canzone l’ho interpretata come autobiografica, ma alla fine il cantante è spesso bugiardo.

Certo.

E quindi non si capisce bene quanto di autobiografico ci sia in pezzi così, come in Quando non ci sei, in cui dici “se pensi di avermi lasciato sappi che ho sempre desiderato separarmi da te”, e “ti amo quando non ci sei”… se sia artificioso o se la vita ti porta a scriver cose così.

No… vedi.. l’amore è spesso un treno che viaggia in ritardo… quando ci sei ce l’hai, poi… ma tutto è così… gli umani sono più perversi della semplicità e perfezione degli altri animali… Noi in fondo siamo su questa terra a distruggerla… noi maschi ci riteniamo più forti, facciamo le guerre, picchiamo le donne, quando in tutte le specie animali è la femmina la più forte, quella che fa tutto, perfino caccia…
Noi siamo distruttori, e ci siamo inventati che Dio è maschio, quando invece abbiamo qui davanti il contrario (ovvero la ragazza che mi accompagnava nell’intervista, ampiamente incinta)… Quindi questa potenza della donna è importante, anche in… in una separazione matrimoniale il maschio… nell’amore l’uomo è attaccato a un cordone ombelicale respiratore… infatti la donna ti dice poi “non sono mica tua madre” e te dovresti dirle “sì, sei il suo continuo!”… Ma la frase “ti amo quando non ci sei” è una frase così… Poi m’hanno detto oltretutto che è una frase di Pablo Neruda.
Io non lo sapevo, quindi non gliel’ho proprio rubata coscientemente… Ma è bello se fai così, perché te fai una cosa e dici “toh, l’ha pensata anche Pablo Neruda, allora non sono totalmente scemo”… Come la melodia di Gigi Balla, è di Rachmaninov (compositore russo)… Non lo sapevo, l’ho sentita alla radio due anni fa… e ho detto “e ci credo che era bella, e ci credo che la cantano allo stadio a Livorno…”

Che è dove l’ho ascoltata io la prima volta.

Ma è un onore aver messo delle parole, che possono esser adeguate o meno, su una melodia di Rachmaninov. La musica è di tutti, entri in contatto… a certi livelli si sente di processi e abusi, e plagi, è l’industria discografica… Io ora mi faccio meno domande su una melodia, io la faccio, poi vedo… Se arriva a tutti, se per due minuti fermi il tempo di qualcuno… Perché quando te ascolti una canzone il tempo si ferma, si dilata.

Il tuo obiettivo è quello?

Il mio obiettivo è essere malato di mente e non andare dallo psicanalista, e ti fai pagare te con un microfono in mano invece di pagar lui.
Lo faccio solo per questo.
Ma per farsi veder da tutti ci vuole una certa malattia mentale… Se fossi in pace con me stesso, se avessi una bella pensione non mi farei più veder da nessuno, se mi dicessero “non ti fai più vedere” ci farei la firma… Poi ogni tanto entro in un bar, mando affanculo tutti, poi me ne vado (risata)… Sto scherzando… Il bello è prendersi sempre in giro.

Appunto. La prima volta ti vidi che avevo quattordici anni, qui in zona tua..

Dovevo esser giovane anch’io…

Sì, e io ero nel periodo in cui la musica rock pensi ti possa ribaltare la vita, e ricordo che tu cantasti Brain Damage, e la storpiavi, ci parlavi sopra, e io pensai “questo qui dev’esser scemo, un coglione totale”, era il periodo in cui i Pink Floyd erano intoccabili.

Eri un coglione te… Cioè, io bestemmio, figuriamoci se non posso prender per il culo i Pink Floyd..

Certo, figurati. Lo spirito canzonatorio ti piace, eh?

Scusa se t’interrompo, ma non prendevo in giro i Pink Floyd, ma colui che trovi al parco, tipo te, che arrivava e faceva “fammi fa’ un pezzo”, prendeva la chitarra e faceva il solito pezzo…tan tararà…trrrrrrrrrrrrrrrran (canticchia l’arpeggio iniziale di Wish You Were Here), e sul “trrrrrrran” cadeva il mondo…

Appunto, tipo me.

Era la parodia di uno che suona “Wisciuuereceirs” (lo dice imitando il tipico adolescente livornese poco avvezzo alla pronuncia inglese).

In effetti forse mi risentii per quello..mi sentivo accusato.

Tan tararan… Braaaaaaaaan… e su bran c’è la caduta… Quando si suonava nei parchi, arrivavano quelli grandi, più stonati di noi: ”mi fai fa’ un pezzo?”… Come quando sei bambino e giocavi a pallone e arrivava quello più grande, ti prendeva il pallone e te lo ridava quando gli pareva. Ho provato a farlo io ora ed è mancato poco che mi menassero bimbi di quattordici anni. Quando sei piccolo e devi star zitto, stai zitto, ora sono grande e non posso fare il prepotente perché i bimbi sono peggio di me…(sorride)… Scusa, t’ho interrotto…

Sì, mi interessava questo spirito canzonatorio, abbastanza irriverente, che in Per amor del cielo viene meno, lasci più spazio alla malinconia..

Sì, è stato omesso, sì. Quando fai un disco lo devi confezionare con un’impronta che hai. Se metti tutto quel che ti viene in mente può essere forse, so che è una brutta espressione, “meno vincente”… Poi dal vivo uno può regolarsi diversamente, può sdrammatizzare temi come la morte. Quello che secondo me mancava a De Andrè è questo… (ne fa l’imitazione) questo essere troppo… capito?, questo prendersi troppo sul serio. A me fa pensare che ci sia dietro uno che ha paura, qualche debolezza. Il dover stare fortificato a difendersi, a convincersi di essere meglio degli altri… Io per adesso di questo me ne sto fottendo, ma ho abbastanza sensi di colpa verso chi va sulle impalcature tutte le mattine. Ecco, forse se mi dovessi inchinare mi inchinerei davanti a uno di loro. Ma questo lo diceva anche De Andrè, non sto contestando la grandezza…

No no, è chiaro.

Io, per esempio, parlo sempre di donne, di donne. Anche se non combino più niente… Contestiamo Berlusconi per la cosa più bella che sta facendo… Donne giovani, e allora? È comprensibile… Il terribile è come ci prenda per il culo, tutto quello che avviene ai piani alti.
Ma per quanto riguarda le donne, che faremmo al suo posto?
L’amore poi è un’altra cosa. Ma quando diventa tutto usa e getta, anche l‘amore… diventa un elettrodomestico. (p)

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