Un giorno triste così felice: Sócrates

Letteratura

MagrãoO doutor da bolaIl tacco di Dio. E poi O Bruxo, lo stregone, perché da medico faceva delle diagnosi molto precise, e perché gli piaceva fare delle profezie; molte le azzeccava. Sócrates, scomparso nel dicembre del 2011, è stato molto più di un calciatore: davvero. Lorenzo Iervolino, narratore, membro del collettivo «TerraNullius», ha raccontato la sua storia in un libro, Un giorno triste così felice (66thand2nd, pp 343, euro 17), che va oltre la semplice biografia, ricco di voci, colori – palpitante di vita e di impegno. C’è il Sócrates calciatore e attivista politico, c’è l’esperienza della Democrazia corinthiana, ma anche l’uomo che è stato.

In una delle sue profezie, O Magrão  descrisse la sua morte: di domenica, con il Corinthians campione. Andò così. Quel giorno, prima della partita, i giocatori alzarono il pugno al cielo, per ricordarlo… riguardare il filmato di quella giornata mette i brividi. 

Lorenzo, in quale contesto, sociale e familiare, è cresciuto il giovane Socrates?

Il libro inizia quando Sócrates ha dieci anni. È il 1964 e in Brasile – uno dei paesi più poveri del mondo – si instaura una dittatura militare, che lo accompagnerà per un ventennio. La sua famiglia, almeno per parte di padre, era estremamente misera; dal lato materno le cose andavano un po’ meglio. Suo padre però intuisce che la lettura e lo studio possano riscattarlo socialmente: grazie a una sorta di autoformazione, riesce ad ottenere posti nel pubblico impiego. Ma questo aspetto – l’importanza della lettura e dello studio – influenzarono molto Sócrates.

Una frase che Sócrates ripeteva spesso era «Non pensavo che avrei fatto il calciatore, a me interessava fare il medico».

Per lui, fino ai 22 anni – malgrado militasse nel Botafogo – il calcio è un hobby. Ho parlato con un suo compagno di corso all’Università di San Paolo: per Sócrates la sua vita era lo studio. Tutti si accorgevano che in campo era fortissimo, e i guadagni erano sempre più discreti, ma lui stabilì un accordo con i dirigenti del club: “Se mi mettete in prima squadra, al massimo posso venire in ritiro il giorno prima”. E questo fu. Quando ho chiesto ai dirigenti perché accettarono, la risposta è stata: “era fortissimo”. E così riuscì a laurearsi, indirizzo pediatrico, mentre giocava.

Una volta diventato calciatore professionista, esercitò la professione di medico solo sporadicamente. Era il medico di tutti i suoi amici.

Quando si rese conto di essere un calciatore?

Il 1977 rappresenta una svolta: si è appena laureato, ha due figli. Giocava ancora nel Botafogo, ma iniziava ad allenarsi di più ed entrò nel giro della nazionale. Quando viene acquistato dal Corinthians, che lo soffia al San Paolo, il destino gira.

Quali partite indicheresti tra le più belle giocate da Sócrates?

Per lavorare al libro ho rivisto un sacco di incontri… tutti mi parlavano di un famoso 3-2 in casa del Santos, in rimonta, con il Botafogo: davanti a Pelè, Sócrates segnò di tacco. Da una prospettiva italiana, è importantissimo un altro 3-2: stavolta però con la nazionale brasiliana, sconfitta, al mondiale del 1982, contro gli azzurri. Sócrates segnò anche in quella partita, giocò alla grande.

E due anni dopo arrivò proprio in Italia, alla Fiorentina. Come mai quell’esperienza non funzionò?

Fino al 1984, malgrado fosse all’apice della carriera, Sócrates rifiutò ogni offerta perché stava partecipando a una campagna politica per buttare giù la dittatura. Quando la campagna terminò, con una sconfitta, Socrates decise di andar via, anche perché così aveva promesso. Arrivò a Firenze da esiliato. Aveva scelto questa città anche perché era molto attratto dalla sua storia, dalle opere d’arte che ospita… Prima di partire per l’Italia aveva letto Gramsci e Giorgio Bocca.

Ma l’esperienza sportiva non fu esaltante, sicuramente. Tanto per cominciare la Fiorentina dell’epoca era divisa in due tronconi e lui si trovò nel mezzo, anche per il suo pensiero politico… per questo, durante le partite, toccava pochissimi palloni; o giocava di prima, o addio. In quella squadra c’era Passarella, il suo antagonista per definizione: argentino e di destra, anche lui rigorista e calciatore di punizioni…

Quali altri ostacoli incontrò Sócrates a Firenze?

In Italia c’era una grande attenzione all’aspetto atletico, una cosa che lui non concepiva. Una volta, durante il ritiro, attardato rispetto al gruppo che sgroppava in montagna, incontrò Antognoni e gli disse, sfinito: «Antogno, ma qua giocate con i campi in salita?» A volte invece partecipava all’allenamento mattutino ma si svegliava direttamente il giorno dopo, saltando la seduta pomeridiana e la cena. In realtà all’inizio giocò anche bene, ma a dicembre si fermò. Secondo lui la fatica fatta in estate, durante il ritiro, finì per procurargli un’ernia, che lo limitò.

Che altre storie ti hanno raccontato i suoi ex compagni di squadra?

Tutti ricordano una persona speciale, sicuramente non ordinaria. Giovanni Galli mi ha raccontato che una volta chiamò Sócrates perché sua moglie era ammalata… gli aveva detto un sacco di volte che per qualsiasi cosa poteva contare su di lui, visto che era un medico. Bene, allora Galli lo chiama e gli dice, «Magro, mia moglie ha la febbre, vieni a vedere», e lui risponde certo, arrivo. Passano le ore e di Sócrates neanche l’ombra. Va a finire che la moglie di Galli andò a letto con la febbre a 39, e a mezzanotte finalmente Sócrates arrivò, ma con due amici in comune – e finirono per passare la notte in soffitta, insieme, a bere.

Un vero personaggio, si direbbe. Ma arriviamo, dunque, al Sócrates “politico”.

L’interesse di Sócrates per la politica si può far risalire, simbolicamente, al 1964, quando i militari andarono al potere. Sócrates vide il padre che stava dando fuoco ad alcuni libri. Bruciavano nelle fiamme Il capitale e opere sul bolscevismo. Libri pericolosi. Sócrates si incuriosì, questo episodio gli fece drizzare le antenne, accese una scintilla: tra i 10 e i 14 anni lesse tantissimo, testi complessi, difficili. Negli anni seguenti si dedicò molto allo studio, ma l’avversione per la dittatura e il fascino verso nuove forme di democrazia esploderanno più tardi, al Corinthians, attraverso l’esperienza dellaDemocrazia corinthiana.

In cosa consisteva?

È un processo che iniziò lentamente. Parte nella primavera dell’81, nel momento più basso del Corinthians, quando la squadra retrocede in B… Ma intanto cominciano a incastrarsi alcuni tasselli. Tre su tutti. Innanzitutto nel Paese c’è un’ondata di aria nuova, si afferma una politica più aperta, diversi esuli rientrano in Brasile – tra gli altri i grandi musicisti del tropicalismo. A livello di club c’è un nuovo presidente, un uomo dalla mentalità aperta; per finire, il direttore sportivo è un sociologo, Monteiro Alves, che di pallone non ne sa niente. In questa cornice si inseriscono due leader come Sócrates e il terzino Wladimir, un giocatore meno noto, di colore e di estrazione popolare. A loro, più tardi, si aggiungerà Casagrande (anche lui arriverà in Italia, all’Ascoli e al Torino, ndr).

In Brasile, in quel momento, c’è un forte dibattito, il Paese vuole uscire dalla dittatura. Sócrates e compagni indicano la loro strada, da calciatori: le decisioni non verranno più calate dall’alto, verranno assunte collettivamente. Così negli spogliatoi si svolgono assemblee, si discute, si vota. La squadra si risolleva: questo meccanismo si estende sempre di più, fino a includere orari e metodi d’allenamento, acquisti, politica economica del club. Inoltre, partecipano alle iniziative contro la dittatura.

E come metodo sportivo ha funzionato? Si tende a pensare che nel calcio, per vincere, c’è bisogno del “sergente di ferro”.

Parlano i numeri: quando termina l’esperienza della Democrazia corinthiana, il club ha vinto due campionati paulisti, ha una squadra fortissima e le casse in attivo. Quando arrivano i restauratori, il Corinthians perde la sua forza, il club è in caduta libera.

Cosa pensava Sócrates di Brasile 2014?

I mondiali sono stati assegnati nel 2007, Socrates è morto quattro anni dopo: attraverso articoli e interventi ha avuto modo di esprimere il suo pensiero. Da buon bruxo com’era, disse, all’epoca: “non riesco a gioire, perché so come andrà: investiranno soldi per devastare il nostro territorio, senza ridistribuire la ricchezza”. Del resto assieme ad altri sportivi brasiliani aveva elaborato una proposta di legge che prevedeva un forte impiego di risorse per tenere assieme istruzione e sport. Quando venne eletto, Lula lo voleva con sé al governo; ma le posizioni di Sócrates erano considerate troppo estremiste da settori del Partito dei Lavoratori. (Liborio Conca)

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