Trump vs. Hillary – le ultime due note (su cose un po’ più ignote)

Oscenità varie

Premessa. Mi sono addormentato verso le 4:00 di notte, quando annunciavano l’assegnazione della Florida a Trump; che continuava ad essere impercettibilmente avanti anche in Ohio e, addirittura, in Michigan. Perciò, già si capiva l’aria; la buona e inossidabile (nonché curiosa visivamente: la guarderei per ore. È androgina, è una maschera; è bella, è brutta?!) Giovanna Botteri, da RaiNews, non era più in quel momento una corrispondente, ma un accorato essere umano che sfogava la propria preoccupazione e la propria rabbia a un Friedman che, da americano, poco prima, aveva ri-spiegato che New York è in «prossimità intellettuale» con l’Europa e non è l’America; l’America, vera, è ignorante, disinformata e vuole proteggere se stessa. La Botteri, come una confidente notturna al telefono, era tutto cuore e gli gridava: «Ma Alan!, ti rendi conto, dopo tutto quel che è stato fatto, perderemo l’Obama care» – l’unica messa in protezione del piano obamiano per la riforma sanitaria non portata a termine che, se sarà spazzata via, porterà a una sanità non più per benestanti, ma per bene-benestanti – «Ma come, Obama ha riportato in positivo il bilancio e adesso diamo tutto in mano a questo qui. Il mio operatore, che è una bravissima persona, dovrà andarsene!».
Un momento di televisione bellissimo. Carmelo Bene avrebbe chiamato in causa l’oblio di sé, che restituisce la bellezza dell’essere osceni, ovvero fuori-dalla-scena: la scena razionale, soggettiva, dei propri abiti consueti. Si ritorna oggetti (non più stancamente s-oggetti), strumenti, come un artista nella performance o uno sportivo nella trance agonistica, del proprio Essere; dei Pinocchio in mano alla Verità e in «prossimità», stavolta, col Cosmo. Davvero, una goduria. Grazie Botteri.

Era già tutto previsto (cit. Cocciante). Vista l’inaspettata vittoria di The Donald, che può destabilizzare gli animi più sensibili, vorrei dare qualcosa di confortante ai gentili lettori: essere decisamente autoreferenziale (come sempre. Rassicurante, no?!). Parto dunque dall’articolino del giorno precedente, con le otto note; qui, arrivo a dieci e faccio ammenda. Sì, avevo scritto che la vittoria dei capelli tinti era difficile, non impossibile, e che bisognava smettere di sottovalutare certi reflussi gastrici del mondo, per quanto più apparentemente o sostanzialmente incivili; ma la conclusione del pezzo faceva capire che, alla fine, per me avrebbe vinto la Clinton, che reputavo il finto nuovo (mal)celante, in realtà, il vecchissimo (Dio, mi sto autocitando!). Bene: ho sbagliato. Perché gli States avevano istintivamente chiaro che Hillary era il vecchissimo e hanno optato per il nuovo, anche se ributtante e inquietante (ma già le prime dichiarazioni di Trump sono più distensive – vedremo i fatti!). E la vittoria è davvero più schiacciante di quel che i risultati meri mostrino, perché mr. Bellicapelli ha speso un terzo della Clinton, non aveva l’establishment a favore, non aveva Springsteen a fargli il concerto, non aveva gli Obama né i media (tranne la rete Fox) a sponsorizzarlo.
Americanisti di classe come Teodori capivano ora dopo ora, nella notte italiana, che la vittoria di Trump recava lo stesso segno del Brexit (altrettanto inaspettato). Allora cominciamo a capire, se ci si pensa, che l’autorevolezza guadagnata dalla Le Pen in Francia sta nella stessa area di questo risultato. E che – clamoroso ma significativo di questo pazzo pazzo mondo – per una volta, davvero, l’Italia è stata un po’ un laboratorio. Ditemi se due anni fa qualcuno avrebbe detto che il sindaco di Livorno – la città in cui è stato fondato il Partito Comunista Italiano – sarebbe stato il grillino Nogarin, o che l’Urbe eterna sarebbe passata per pura inerzia a una donna sconosciuta chiamata Raggi; lo stesso Renzi, ricordiamolo, ha fatto la scalata ai democratici contro molti degli stessi democratici e tuttora ha nemici e amici che non sono mai o quasi mai stati accanto a tavola; così come Trump è diventato il candidato repubblicano malgrado i repubblicani.

Che vuol dire allora, che l’area di cui sto parlando è quella del ritorno al conservatorismo, ai protofascismi? No. Renzi, ad esempio, può essere un furbetto, un politicastro, ma non è né proto né veterofascista. Si tratta dell’area della voglia di nuovo, la stessa che portò all’incredibile prima vittoria di Berlusconi contro la gioiosa macchina da guerra occhettiana: voglia di nuovo anche se dai capelli tinti improbabilmente, anche se connivente a un passato fascistoide, anche se pieno di nei e la faccia da scout fiorentino sciroccato, anche se VaffaDaySon. Un’area – come vuole l’Epoca ibrida – trasversale. Perché non è l’ideologia, oggi, a unire; è un’attitudine mentale rispetto a qualcosa che viene percepito, a ragione o torto, come qualcosa di troppo stantio, raffermo, marcio, passato. Si tratta, credo, di una contingenza, in questo senso, se Trump ha vinto; perché se i democratici avessero letto in filigrana l’attualità, avrebbero detto a Hillary: «Sai quanto ti stimiamo. Sei la Santa Protettrice dei Pompini delle Amanti. Sei competente e la tua presidenza, lo sappiamo, è la ragione di tutta una vita; ma sei morta e non lo sai. Noi appoggeremo Bernie Sanders». Che forse avrebbe fatto all in, visto che univa la civile vis del democratico e l’irregolarità del nuovo, all’interno dei democratici.

Non sono quindi d’accordo col concetto della rivincita dei bianchi che lavorano nell’America profonda. Sì, può rappresentare una percentuale che spiega il risultato, e la Storia insegna che dopo l’avanguardia, l’impressionismo, il cubismo (Obama) si deve fare ricambio col classicismo, il ritorno all’Ordine, il conservatorismo (Trump, Bush), in una dialettica infinita fra due sentimenti opposti. Ma il cuore del discorso sta proprio, per me, nel desiderio del mondo di cominciare a sapere qualcosa che ancora non sappiamo ma abbiamo fretta di apprendere, semplicemente perché si sta peggio di prima. Come spesso il corpo è più intelligente della mente, la ggente ha appena vergato uno dei comandamenti dell’agenda di questa nuova Era, che ancora non conosciamo bene: si è disposti a smettere di essere prudenti (se sono stanco, troppo stanco, ma devo continuare a battere cassa, allora il corpo che fa? Mi fa svenire: mi obbliga a fermarmi; perché il corpo sa, quando deve stendersi. Forse batterò la testa su uno spigolo; ma la priorità è stendersi a terra, e altro, il corpo, non vuole sapere). Qualsiasi cosa ci sia là fuori, non è più l’Epoca precedente, e se la politica istituzionale non riesce a staccare con essa il cordone ombelicale, lo fa il mondo. Il tempo dirà se questo coraggio nei confronti delle incognite, questo fastidio per il dominio dei Mercati di cui si è succubi e che ora saranno per un po’ in difficoltà proprio grazie a tale scelta, è incoscienza (ma le due cose coincidono, spesso); o meglio, come cantava la Zanicchi nel suo breve ma intenso periodo da cantante intellettuale: «La notte era chiara la strada era sicura / fu forse coraggio o forse fu paura». Solo che adesso, proprio perché la strada non è sicura, il mondo è disposto a buttarsi alla cieca pur di scoprire i colori con cui stabilirne la nuova segnaletica; e siamo al punto che per ora, è stato trovato il color volpe sbiadita di The Donald l’improbabile. (Ciu Ccio)

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