Trent Reznor al 10050 di Cielo Drive: spirali discendenti nella casa dell’orrore

Musica

Los Angeles, 9 agosto 1969
Tra le fresche e verdi colline di Beverly Hills si respira un’aria di serenità. Non è un caso, infatti, che i più illustri divi del cinema hollywoodiano abbiano ormai da tempo deputato come luogo di residenza questo piccolo, isolato angolo di paradiso.
Cielo Drive, un lungo viale che attraversa e simbolicamente unisce le colline sovrastanti L.A., non è da meno: viali alberati, piccoli parchi e graziose villette.
Ma proprio lì, in quella notte tra il 9 ed il 10 agosto del ’69, la placida atmosfera residenziale verrà infranta dal sangue.
Perché in quella maledetta notte si compirà uno dei più efferati ed insensatamente folli atti di violenza della storia recente degli Stati Uniti d’America: il massacro dell’attrice Sharon Tate per mano di alcuni membri della celeberrima “Manson Family” al 10050 di Cielo Drive, seguito dall’irruzione nella residenza (ed ennesimo omicidio) dei coniugi La Bianca.
Charles Manson, il mandante, ordina infatti che Tex Watson, membro della setta, porti con sé tre nuove adepte (le giovani Susan Atkins, Linda Kasabian e Patricia Krenwinkel) per eseguire un’irruzione violenta nella villa di Cielo Drive del regista Roman Polanski e della moglie Sharon Tate. Il resto, ahinoi, è storia: la Tate viene brutalmente uccisa, e così gli amici che con lei erano nel soggiorno della grande casa (un attore polacco, amico di Polanski, la sua compagna ed un parrucchiere).
Sharon Atkins, estasiata dalla violenza ed in preda alla follia, segna un monito, un minaccioso messaggio o, se volete, il lascito del suo “maestro”: scrive, con il sangue delle vittime, “PIGS”,  sulla porta anteriore della residenza.
Poche ore dopo, si compie “helter skelter”: ennesimo blitz, vittime diverse. Il caos regna su Beverly Hills, la violenza schiaffeggia il sonno dei suoi abitanti, il sangue scorre e ne sporca la limpida vegetazione estiva.
Se vogliamo proprio ricercare un vero colpevole della vicenda, sollevando così decenni di polemiche e pretesti, potremmo facilmente rintracciarlo nella figura carismatica e misteriosa di Charles Manson,  il padre indiscusso della Family.
Manson, criminale già in età precoce, musicista fallito e riscoperto santone è, come accennato, uno tra i più controversi personaggi che siano mai stati dati in pasto ai media e, suo malgrado, uno tra i più influenti (quasi sempre negativamente, a scanso di equivoci) nei decenni a venire. E tutto ciò avviene per un semplice, quanto insignificante (rispetto a ciò che è avvenuto quel 9 agosto) dettaglio: Manson non ha ucciso nessuno.
Manson, piuttosto, ha ucciso il movimento hippie. Ha spazzato via il buonsenso, i falò sulla spiaggia, la rinnovata fiducia verso un mondo più pacifico, le serate di Haight-Ashbury nella Summer of Love, e ci ha sbattuto in faccia l’abuso di droghe, il ritualismo, Altamont.
Manson ci ha dato un lato oscuro, grazie a quella che, a distanza di anni, da molti è considerata un’autentica dichiarazione d’intenti, piuttosto che l’insensato capriccio del leader schizofrenico di una banda di fricchettoni.
Manson E’ il lato oscuro e, in quest’equazione del male che ha soffocato le caleidosocopiche luci di una generazione, ha lo stesso potere sanguinolento e marcio che ha avuto, sulla suddetta generazione, la stessa valenza della guerra in Vietnam.

La morte dell’innocenza.

Mr. Self Destruct
I Nine Inch Nails sono una band che è riuscita ad imporsi nell’ Alternative nation dei ’90 con grandi concerti, furbe manovre di marketing e soprattutto grazie all’estro ed al fascino oscuro del proprio leader, Trent Reznor.
Ad essere precisi, potremmo dire che Reznor è i Nine Inch Nails.
Moderno Paganini, Trent Reznor è innanzitutto fautore di una delle creature musicali più singolari degli ultimi vent’anni, capace di imporsi su tutto e tutti, nell’età aurea di Cobain e compagni, tra l’ascesa del rap e la rinascita dell’elettronica. Capace di comparire ovunque, d’imporre il proprio marchio sulle spille dei goth, sulle toppe dei metallari e sulle riviste di settore. Capace di tutto, pure di ritorcersi verso il suo creatore, Mr. Autodistruzione: perché Reznor, come tutte le menti lucide e creative, ha un pessimo rapporto con se stesso.
Il successo lo divora a poco a poco: prima i festival, poi la TV, i ritmi snervanti del tour ed una lunga serie di simpatici deterrenti per l’animo.
Reznor è Paganini: ha venduto l’anima a Satana per avere un talento dannatamente chiaro, lapalissiano ed indiscutibile. Ma Reznor è anche furbo, perché l’anima (l’altra anima, quella artistica) non l’ha venduta a Satana (l’altro Satana, il business): ha sottratto tutte le sue proprietà intellettuali, la sua figura artistica, i suoi diritti alle etichette e, nella sua grande e doverosa ambizione, ne ha fondata una tutta sua, la Nothing records.
Così Trent diviene un ottimo esempio di organizzazione, di artista polivalente: una macchina apparentemente perfetta. ‘Apparentemente’, appunto.
Tanta cura per la propria immagine, per il successo, per la gloria, e troppo poca per se stessi: il destino dei grandi musicisti.

1994: La Spirale Discendente
A Cielo Drive, tutto è tranquillo.
Proprio alla fine della strada, dove finisce la civiltà ed inizia il Benedict Canyon, un monolite naturale, si ergono ancora i 430 m² della residenza 10050, dove discrezione e pudore non sono comunque riuscite a distogliere l’attenzione di turisti in cerca di luoghi-feticcio per qualche brivido in più.
In compenso, la dimora ospita un nuovo proprietario, da quasi due anni.
Micheal Trent Reznor è nato il 17 maggio del 1965 a Mercer, Pennsylvania; “Vacche, desolazione e campi di grano”, così il futuro gotha dell’industrial descrive la sua gioventù, passata perlopiù sui libri di storia e davanti ad un pianoforte a coda, in casa di sua nonna.
Prima di “Mr. Self Destruct”, del nuovo Ziggy Stardust, della superstar controversa, c’era un ragazzo che si trasferiva dalla campagna alla città, come un antico fattore dell’ottocento che si sposta verso la globalizzazione, l’Industria.
Pittsburgh diviene il laboratorio ideale per sperimentare le sue prime idee, quelle che poi andranno a costituire gran parte del sound della sua macchina infernale.
A fine anni ottanta, dopo solo poche esperienze in gruppi di stampo new wave, come gli Exotic Birds, Reznor compone e suona da solo il suo primo full-lenght, Pretty Hate Machine. L’accoglienza, alle prime, non è particolarmente calda, ma basta poco tempo e qualche buon singolo (Head Like a Hole, Sin), per vedere il nome Nine Inch Nails stampato sui poster dei maggiori festival nazionali.
Il resto, come si suol dire, viene da sè. Dopo circa due anni in tour, Reznor si prepara a fare le cose in grande, fondando una propria etichetta e cercando collaborazioni di peso per produrre un EP. Nel frattempo, dopo una breve gita a Fort Lauderdale, Florida, il Nostro punta la sua attenzione su di un gruppo, generalmente gabbato, il cui leader è un tizio strano, pallido, alto e magro, che usa truccarsi in maniera stravagante; Reznor, da grande estimatore della teatralità e di Bowie (con cui collaborerà in più riprese negli anni successivi), trova qualcosa in quell’accozzaglia di personaggi improponibili, e decide di tenerli sotto la sua ala protettiva. La nothing diventa la nuova casa di un giovane talentuoso, Brian Warner: nasce Marilyn Manson.
Già, la casa. La neonata Nothing records ha maledettamente bisogno di una casa. Nel ’92, Mr. Trent abbandona i caotici sobborghi di Pittsburgh e, in preda ad una sorta di febbre dell’oro, si trasferisce a Los Angeles.
In cerca di una dimora/studio, Reznor ispeziona ogni strada, ogni casa in vendesi, senza però trovare realmente ciò che cerca. Forse, ciò che cerca è semplicemente serenità, un luogo isolato nel quale poter scaricare le proprie vene.
Dopo il lungo setaccio, emerge che una proprietà dal discreto aspetto, ma notoriamente abbandonata a se stessa da tempo, è libera e pure a buon prezzo; il 10050 di Cielo Drive si presenta con lo charme e la decadenza di un vecchio barone dostoevskijano, e questo già pizzica il senso per l’oscuro ed il macabro che da tempo ossessiona la mente di Reznor.
Passano veloci i mesi, e tutto è messo a punto, senza sbavature; la casa, svuotata del suo vecchio e tarlato arredo, diventa un largo spazio asettico in cui il maudit Reznor dimora con una vasta crew, composta di tecnici, ingegneri del suono, musicisti, poeti, puttane. Il seminterrato è il luogo deputato a divenire la sala d’incisione, con un banco mixer da far impressione al Sound City ed il suddetto pool di tecnici (puttane escluse, ovviamente) a spippolarvici sopra, generando i magici suoni della fabbrica dell’orrore targata NIN.
Un curioso aneddoto che Reznor ama raccontare di quegli anni, è quando venne a far visita nella vecchia dimora la cantautrice Tori Amos; la roscia, all’epoca forse infatuata dal fascino tenebroso del nostro, propose una cena al lume di candela, nel tentativo di lenire la frenesia creativa che stava, a poco a poco, allontanando Trent dalla società, preso com’era a concludere la sua opera, e letteralmente imbullonato nelle quattro mura dello studio, con zero finestre e la porta principale chiusa da travi e lucchetti di vario tipo.
Pazzo.
Insomma, la cena non si svolse, perchè l’ottimo pollo al forno che la Amos diceva di saper fare, semplicemente, non si cuoceva. Niente funzionava, nè il forno, nè i fornelli, eppure tutto era a posto, contatore e compagnia. Lui, con malizia, sostiene ancora che la Amos non sapesse realmente cucinare un buon pollo, mentre la rossa del sud ha sempre ricordato l’evento, durante le interviste, con una certa inquietudine.
“Era come se non avessi più la capacità di fare una cosa che sapevo fare da tempo, senza troppi problemi, senza pensarci. Una volta che sperammo di poterlo cuocere in qualsiasi modo, Trent aveva già alzato la cornetta e ci ritrovammo al tavolo, con tovaglia rossa e candele, a mangiare thailandese d’asporto. Che smacco”.
E insomma, qualche paturnia e qualche pollo non cotto dopo, l’Opera Magna di Reznor è completa: The Downward Spiral viene rilasciato l’8 marzo del 1994, e l’accoglienza, dovuta anche ad un hype smisurato nei confronti dell’uscita, appare quasi scontata.
Non solo, come risaputo, l’album ottiene consensi dal vasto pubblico dell’Alternative Nation dei novanta, ma divide, spacca e sciocca le associazioni dei genitori, i bacchettonissimi religiosi americani e tanta altra bella gente che non dovrebbe trovare molto spazio tra queste righe.
Oggetto del contendere: il video del “singolone”, Closer, che mostra scene al limite del pornografico, inquietanti scenari alla Seven ed una povera scimmietta legata ad una croce, il tutto condito da una leggera metafora cristologico-sessuale che lascia poche sfumature d’intuizione.
Reznor sciocca e conquista, è l’autentico mattatore di quella stagione musicale e TDS è ad oggi considerato come uno dei dischi più geniali del suo periodo, nonchè tra i più misteriosamente affascinanti, per via del luogo in cui ha avuto origine. (Tommaso Bonaiuti).

Non entrate in quella casa

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