Toulouse-Lautrec – Luci e ombre di Montmartre

Arti visive

Personali annotazioni di carattere generale sulla mostra Toulouse-Lautrec – Luci e ombre di Montmartre al Palazzo Blu di Pisa (aperta fino al 14 febbraio 2016). Dopo di che, preferisco dare spazio alle immagini che hanno colpito più il mio sguardo, per incollare temporaneamente su di esse l’etichetta della sensazione o riflessione che hanno provocato. A voi, poi, scegliere la vostra e, con colla vinilica in onore di mr. Art Attack Muciaccia, sostituirla alla mia.

Nel condurre alla lingua italiana senza paura delle vertigini Bitter fruit, Venditti scriveva «È ‘na questijone politica/ ‘na grande presa per cculo»; nel caso di questa mostra, basta togliere «politica» rimpiazzandola con «artistica». Si tratta dell’ennesimo caso di evento strombazzato in modo che richiami tante e tante persone che, si sa, non necessariamente hanno come priorità l’andare a vedersi una mostra (e perciò, in fondo, operazioni come questa sono comunque meritorie, perché rendono appetibili degli alimenti per l’anima poco masticati). I crismi sono gli stessi: utilizzare uno dei pochi mondi o opere o autori di richiamo (Il nostro genial nanetto, Van Gogh, Frida Khalo, l’impressionismo, Ligabue, La ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer) e puntare su di loro anche quando l’esposizione non lo legittimerebbe; così, a Genova, la paventata coppia Van Gogh-Gauguin non era che una delle sale dell’intera mostra; e a Pisa, adesso, si è costruita attorno a una serie di multipli la mostra di Toulouse-Lautrec (pochissimi oli su cartone, alcune opere di altri come Natali, Zandomeneghi, o il grandissimo Degas), ovvero: tutto ciò che è stampabile, ch’esso sia una litografia o un manifesto e così via. Ecco, dall’albo della mostra, un signore che la pensa molto più radicalmente di me!

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Il grande pittore è stato anche grande cartellonista, pubblicitario (entrando così in scioltezza, senza nessuna nostalgia, nella Modernità, che prevede l’inscindibilità fra arte e mercato, arte e spot; una mancanza di nostalgia che s’accoppiava allo studio della realtà intera – come Dalla, ad esempio, che parlava nello stesso album della fine del comunismo e del ragazzetto discotecaro Denis, senza giudicarlo; il fatto che poi il grande bolognese, a casa sua, collezionasse Mimmo Paladino ed altri, non gli impediva di guardare umanamente i mondi differenti dal proprio). Quindi, concettualmente, le opere riproducibili rappresentano parte del microcosmo Toulouse-Lautrec; ma non credo che la mostra sia stata imbastita così per questo! Semplicemente, con i multipli si può giustificare l’iniziativa, perché costano poco. Detto questo – il che è solo un appunto nel campo della comunicazione, sempre più flirtante col mercato piuttosto che con la realtà delle cose – la mostra in sé è impossibile dire che non sia molto bella, perché Toulouse-Lautrec con pochi tratti, i chiaroscuri quasi scarabocchiati, i cartelloni che inneggiano a Jane Avril o a Yvette Guilbert, ha disegnato un mondo, che grazie alla sua arte rimarrà palpitante in eterno. E le opere su cui adesso mi soffermo, saltando quasi a piè pari Toulouse-Lautrec (tanto era un nano, roba da ragazzi; o meglio, un ossimoro vivente: un nano gigante) hanno garantito definitivamente ai miei occhi ore e ore di pensieri e godimento.

Debiti. Toulouse-Lautrec è stata fra le prime ispirazioni di Picasso appena arrivato a Parigi. Ma è facile scorgere in questa immagine il debito che tanto fumetto moderno debba al genial nanetto. In parte si può affermare lo stesso, in Italia, di Fattori: confrontate le sue scene di battaglia, ad esempio, con alcune di Battaglia. Invece è filologicamente giusto che sia parte della mostra la Donna che si lava, a dimostrare quanto Toulouse-Lautrec sia a sua volta debitore e, in un certo senso – aggiungendovi brio, senso del grottesco, mancanza di scrupoli – continuatore di Degas.

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Toulouse-Lautrec, L’automobilista, litografia Toulouse-Lautrec, Donna che si lava, litografia a colori 

Il quadro che vale la mostra. Capita, no? Come un album discutibile, ma che ha al suo interno una canzone di cui ci si innamora. Questo piccolo Bonnard – spesso cromaticamente festoso, anche se talvolta solo in apparenza, e qui apertamente bigio, grigio e verde acidulo, in modo che i colori raccontino tanto quanto l’immagine, il senso di desolazione della scena – è l’opera che per me ha spostato il peso della mostra: vibra.

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Bonnard, Al caffè, olio su tavola

Studio della modernità. Zandomeneghi, poi fra i protagonisti dei macchiaioli, va a sciacquare i panni nella Senna e lo si vede bene, ne Le moulin de la galette, quasi un’imitazione senza autonomia di quanto c’era di più moderno, in quel momento, a Parigi. Mi colpisce però come il pittore abbia colto il senso del Moderno non tanto nei colori e nella scena, ma nel porre a “parafulmine” del quadro e a divisorio (cfr. la capacità decorativo-narrativa di Gauguin, come ne La visione dopo il sermone) il lampione verde: si nota l’apposizione di colore leggera, che lascia scorgere ciò che ha coperto, senza bisogno di ricorrere a un illusionismo lezioso, ritenuto ormai vetusto.

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Zandomeneghi, Le moulin de la galette, olio su tela

Dal manifesto alla tela e viceversa. Più che essere rapito dal quadro in sé, ho avuto grande piacere nel trovarmi davanti un olio del livornese Cappiello, celebre soprattutto per le sue opere pubblicitarie di primo Novecento, veri e propri piccoli capolavori: sue molte immagini per Campari, Maurin, Fernet-Branca o Cinzano.

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Leonetto Cappiello, Signora in un interno, olio su tela

Il primo stato. D’acchito, così, m’appare col rosso accesissimo del tappeto quest’opera di Bonzagni (autore che non conoscevo: è un piacere, ogni volta, scoprire; molto meno, una volta acquistato il catalogo, vedere ridotto il carminio infuocato a un rosso opaco e spento). Pomposa anche nelle dimensioni, subito mi ha ricordato Il quarto stato di Pellizza da Volpedo, con la suggestione che questo Mondanità (splendido titolo, secco) ne risultasse la versione di sangue blu: avanzano, questi ricconi, e per di più una delle dame è girata; certo, si tratta dell’immagine che voleva il pittore, ma non ce la faccio a pensare che sia solo un’esigenza estetica. La spocchia di mostrare le terga allo sguardo/fruitore/pubblico è la sintesi di una classe sociale qui mostrata nella sua fosforescente e sorniona vacuità. Un significato differente – tentare una microrivoluzione comunicativo-musicale – saranno circa sessanta anni dopo rispetto a questo quadro, le terga di Celentano a Sanremo, mentre canta 24.000 baci di fronte a un pubblico attonito per tanto ardire.

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Aroldo Bonzagni, Mondanità o all’uscita del veglione, olio su tela

Per chi l’andrà a vedere, amici, non ho che da aggiungere: buona visione. (Lu Po)

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