Storia e attualità

Top Ten mortale: Collezione aprile-dicembre 2016

Vergare una top ten sui musicisti che quest’anno ha spazzato via e spedirla ai riveriti editori non è banale, quando le stelle, musicali e non, cadono una dopo l’altra quasi a grappoli. Mentre lo faccio, so da poco che Carrie Fisher, attrice di pochi film memorabili ma, quei pochi, DAVVERO memorabili – Blues Brothers, Harry ti presento Sally, soprattutto la serie di Star Wars – è stata falciata da questo 2016 che, dopo un periodo di calma apparente, come un sicario svogliato ma desideroso di finire il proprio lavoro entro l’anno, sta dando le ultime fatali stoccate. George Michael ha sovrastato i giorni di Natale, ma nello stesso lasso di tempo sono stati risucchiati dal Mistero il batterista Mouzon e il chitarrista degli Status Quo; così, quasi con spirito forfettario. Già da un po’, la dipartita dell’armonicista più celebre del jazz, Thielemans. Per gli aficionados di tali top ten necrofile, rimando alla prima collezione (http://dirtmagazinexxx.com/top-ten-mortale-2016-collezione-gennaio-marzo/), marchiata a fuoco da Bowie ma anche da Glenn Frey o Emerson degli Emerson, Lake & Palmer; ultimamente, Lake ha raggiunto il suo compagno di tanti concerti, ed è fin troppo semplice chiedersi se Palmer sia superstizioso o no: se non lo è, ha l’occasione di dimostrarlo in modo definitivo. I grandi nomi tolgono spazio ad altri che meriterebbero anni di lutto musicale, come Alan Vega dei Suicide; d’altronde, se si parla di Cohen o Bowie è un po’ difficile stare al passo, mediaticamente parlando: specularmente, la morte di Lennon spinse nel dimenticatoio quella di Darby Crash dei Germs, avvenuta lo stesso giorno. Ma bando alle ciance! Prima che ci rimetta la pelle qualcun altro, stilo la playlist in tutta fretta!

Prince (Prince Rogers Nelson, 1958 – 2016) – Little red corvette. Aneddoto celebre su di lui: chiedono a Clapton come ci si senta ad essere il miglior chitarrista del mondo, e lui risponde: «Non so, dovreste chiederlo a Prince!». Sign o’ the times è un brano epocale anche per chi non è grande conoscitore, come me, del genietto imprendibile (dall’alchimia degli stili ai vari nomi: quanta inquietudine, velata dal funk e dai baffetti), ma ho scelto questo brano perché segnalato da un mio amico americano. E Prince mi sembra geniale in modo molto americano.

Status QuoWhatever you want. Scelta obbligata per Richard John Parfitt (1948 – 2016) che con questo pezzo ha regalato agli altri chitarristi uno di quei riff che tutti, almeno, una volta, avranno suonato.

Leonard Cohen (L. Norman Cohen, 1938 – 2016)Everybody knows. C’è la top ten apposita, su Dirt, scritta nel giorno della morte di questo gigante. Perciò, visto che scegliere dieci delle sue canzoni fu un tormento, qui piazzo una delle escluse. Tanto, non si sbaglia comunque, anche andando a caso. Solo intensità.

Dead or aliveYou spin me round (like a record). Peter Jozzeppi Burns (1959 – 2016), forse artista in atto della nostra Era, più di quanto non lo sia stato, in potenza, negli anni Ottanta del suo successo: ma quella potenza fattasi atto (incarnata letteralmente da devastanti operazioni chirurgiche, che fanno pensare alla body art di Orlan, e da una sessualità combattuta: latenze, appunto, diventate davvero attuali oggi, nella loro disperazione un tempo nascosta dal glamour) se l’era costruita quando cantava questo tormentone, grazie al quale, per un paio di settimane, i Dead or Alive furono i rivali ufficiali dei Duran Duran.

Joe CockerDelta lady. Il mad dog englishman è già morto da un po’, lo sappiamo; ma Leon Russell (Claude Russell Bridges, 1942 – 2016), questo brano, l’ha scritto. Ed è un capolavoro d’energia e gioia di vivere bluesata. Ci sono musicisti, come lui fondamentali, nella Storia della musica, che rimangono però nell’alveo dei turnisti di extralusso: l’esempio più lampante del ventennio è forse Tony Levin, pur essendo fedele da tempo al progetto crimsoniano di Fripp.

George Michael (Georgios Kyriacos Panayiotou, 1958 – 2016) – Older. Anche chi lo ha lasciato collocato fra le sue chiome edoniste, anche chi non sopporta il pop elegante o meno che sia, scorra il rosario: Careless whisper (uno dei sax più caldi e evocanti un periodo di sempre), Last Christmas, Wake me up before you go-go, I’m your man, Freedom, con gli Wham! (ad esempio); da solo, Faith, Father figure (apice del pop sofisticato dai tempi di Nick the Nightfly di Fagen), Cowboys and angels, Jesus to a child, Star people, Outside (ancora una volta: ad esempio). Difficile, liquidarlo. Poi, cavalca al momento giusto l’onda della cover ritmata cotta in salsa da crociera, come con Roxanne; ma è stato molto bravo in generale, con le cover (As insieme alla Blige: bestemmio, ma mi piace più la loro versione di quella di Stevie Wonder). Va contro Blair; s’infogna. Si outsida; si rinfogna. Non so  in che ordine. L’ultimo video che ho visto di lui è un’irriconoscibile True faith, grande brano dei New Order, sopraffatto dagli effetti vocali; anch’essa, resa elegantissima. Una metafora, per me, di questo artista controverso: eleganza (nel video della preziosa Older è Linda Evangelista, a dargli voce) e sopraffazione. Tormento e lacca; autodistruzione e cesello.

Suicide – Che. Alan Vega (Boruch Alan Bermowitz, 1938 – 2016), che dire di questo cantante-non-cantante che, insieme a Rev, con un solo album è entrato nel Gotha della musica di sempre? Agnelli li omaggia con Milano circonvallazione esterna, ma è il meno; il più, è quell’irriproducibilità di una gamma così alta di adesione alla riproduzione di un’epoca virtuosa e drogata, di una New York così vera e irreale, di una forma tanto alta e artistica di vicinanza alla vita. Che, con il suo organo da chiesa per rendere sacra la parola e la sua secchezza, è il brano che mi emoziona di più dell’album omonimo dei Suicide. Un album che ogni volta non si ripeterà, ascoltandolo, pure essendo così radicale e tutto uguale. Con quegli urletti pazzeschi!

King Crimson – Epitaph. Morto Emerson e quindi già consumata con lui la scelta di Lucky man (per quanto Take a pebble, ad esempio, sia fantastica), con Greg Lake (Gregory Stuart Lake, 1947 – 2016) non resisto e schiaffo nella top ten Epitaph, il brano che mi ha fatto scoprire il suono del mellotron: fate conto che si tratti di un amore mai finito. Poi, se consideriamo che il grande Lake è appunto nella band del primo album dei King Crimson, per me potrebbe stare qui anche un suo fortore, pur se acidulo, sgraziato e inglese (quindi, acidulo e sgraziato: inglese, insomma).

Papa Wemba (Jules Shungu Wembadio Pene Kikumba, 1949 – 2016)  – Rail on. La musica africana che possiamo conoscere finché non ci addentriamo veramente  in essa è quella della World music, quella filtrata da Gabriel, dai francesi e così via, ok; ma Yolele di Wemba (l’avrete sentita in uno spot fino a qualche tempo fa) è un brano che ascolterei all’infinito. Ho scoperto Rail on grazie ai cd in serie di La Repubblica (che per caso ha fatto anche cose buone, anni fa), con una versione live di dolcezza pura e semplice, come quella dei bambini che adorano un amico, una bambina o un giocattolo perfetto.

Mina – E se domani e Lino Toffolo (L. T. Rossit, 1934 – 2016) – Lancillotto 008. Uno (Giorgio Calabrese, 1929 – 2016) è un autore di testi, l’altro un attore-cantante: ibridi. Con questa fragile scusa accorpo due brani italiani d’immensa fattura. Mi si perdoni la banalità se di Calabrese non so evitare E se domani, ma: «E se domani / e sottolineo se» penso sia (insieme a moltissimi altri!) una delle quintessenze della sapienza scrittoriale in musica: c’è il subliminale, lo slogan, la letteratura, la narrazione, l’efficacia e non vado avanti per non impazzire (ma Calabrese è autore ad esempio de Il nostro concerto o Arrivederci di Bindi; traduttore con Domani è un altro giorno per la Vanoni, Pedro Pedreiro con Jannacci, o con vari brani di Aznavour. La traduzione dei testi – si pensi anche a Bardotti – era un’arte, e costoro erano intellettuali veri prestati alla canzonetta, così come accadde al design e alla pubblicità negli anni sessanta con Armando Testa ed altri). Per quanto riguarda il sottovalutato (lo si diceva anche quando era vivo. Chissà, la verità! Ma a me ha sempre fatto questa impressione) Toffolo, egli è stato splendida e caratteristica voce di Johnny Bassotto, Io di più, L’Isola del tesoro; nel mio cuore, Lancillotto 008 è uno spartiacque (cercatelo, se non l’avete presente. Ripeto: CERCATELO! Non era un cartoon, ma un vero telefilm con scimpanzé nella veste di attori). Pensate al mio prosieguo adolescenziale! Ma non importa; voglio salutare queste emozioni, completamente scarico di difese nei confronti della retorica. Love. E che la morte sia la vita e viceversa. (Lu Po)

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