TOP TEN MORTALE 2016: collezione Gennaio-Marzo

Musica

Scopri l’anno bisestile!, dicevano gli Afterhours anni fa (nell’1.9.9.6); e, d’altronde, la tradizione ci ricorda che «anno bisesto, anno funesto». Io NON VOGLIO CREDERE a tali influenze stregonescastrologiche – la mia indole di Leone, infatti, mi rende altero di fronte a siffatte concezioni; purtroppo, avendo la Vergine come ascendente, sarò anche precisa e razionale, ma sotto sotto le superstizioni mi rendono isterica – però, è un fatto che l’ecatombe musicale prosegua. E senza scordarsi le altre morti eccellenti, chiaro; a proposito, specificamente per l’Italia: un saluto a Eco. Dite quel che volete, ma il problema è che, anche se non l’ho mai letto, nemmeno in quanto semiologo, e l’ho percepito come parte di un’intellighenzia lontana e sempre meno incisiva, una cosa la so: in Italia, in questo momento, non trova un sostituto. Lo stesso vale per Paolo Poli, Renato Bialetti o Cesare Maldini; ognuno di loro, nel settore in cui sono diventati qualcosa, rappresentavano una way of life and work che sta cessando d’essere assieme alla loro esistenza fisica. E lasciatemelo dire anche di Guia Lauri Filzi (Lo sa chi lo sa!).

Ci siamo già occupati, qui su Dirt, di George Martin; ultimamente, ci ha lasciato il sax scorticato – come una tela di un Lucio Fontana impazzito – di Gato Barbieri. Dobbiamo citare, poi, almeno il grande pianista jazz Paul Bley, e due star della direzione d’orchestra come Pierre Boulez (anche compositore, dalla visione sempre volta al nuovo) e Nikolaus Harnoncourt (direttore ma soprattutto filologo della musica: il maggior studioso di esecuzioni attraverso gli strumenti d’epoca di questi anni). Ordunque: per sfatare la diabolica carneficina, un po’ come si fa in Messico, festeggiamo la morte stilando un’ideale top ten di canzoni dei musicisti che ci hanno lasciato, limitandoci ai primi tre mesi (ormai, si naviga a vista! Infatti, questo stesso articolo era destinato già alla pubblicazione quando – oplà! – il clima s’è fatto di nuovo piovoso, stavolta di un colore porpora, e se ne è andato anche Prince; chiaramente, ci occuperemo di lui nello specifico: sarebbe insolente liquidarlo qui con due parole e un Kiss d’addio).

Emerson (Keith Emerson, 1944 – 2016), Lake & PalmerLucky man. Scelta facile? No, non per questo. Emerson è stato uno dei grandi tastieristi del rock progressive; come Rick Wakeman, di quelli molto virtuosi e, spesso, ridondanti. Qui, invece, l’assolo finale di Moog eterna per sempre questo strumento mitico, con una melodia semplice che lascia al suono la piena espressione delle sue potenzialità; il miglior Emerson è quello che sa tradire, un gocciolino, se stesso.

David Bowie (David Robert Jones, 1947 – 2016)Rock and roll suicide. Totalmente arbitraria, la scelta. Questa è una delle mie preferite, ma voi sostituitela con la vostra: ce n’è, da pescare!

Gianmaria Testa (1958 – 2016)Polvere di gesso. Cocco del Premio Recanati prima e del Club Tenco poi, amico dei critici che piacciono agli altri critici, aneddoticato per sempre dalla scelta di rimanere capostazione fino alla sicurezza economica attraverso la musica, apprezzatissimo all’Olympia di Parigi (Paolo Conte, grande quanto empatico sui generis, alla domanda se Testa potesse essere un continuatore della sua fortuna in Francia, lo liquidò così: «Con simpatia per questo musicista, io quando vado all’Olympia ci resto due settimane, non una sera»). Mi piaceva, ma quell’alone, di cui lui non aveva neanche colpa, me l’ha tenuto lontano. Polvere di gesso, però, è sempre stata per me una canzone magica, davvero distante dal resto della sua produzione: fra quelle italiane, a mio umile parere, una delle più belle degli ultimi vent’anni.

Michel Delpech (Jean-Michel Delpech, 1946 – 2016)Wight is wight. Cosa dovrebbe essere, la risposta francese a Black is black dei Los Bravos?! Ma nooo!, basta cantarla in italiano, come fecero i Dik Dik, per capire come mai alberghi in questa gloriosa top ten: «Sai cos’è l’isola di Wight / è per noi l’isola di chi / ha negli occhi il blu della gioventù…».

Black (Colin Vearncombe, 1962 – 2016)Wonderful life. «No need to run and hide / it’s a wonderful, wonderful life / No need to hide and cry / it’s a wonderful, wonderful life». Stoicismo, Epicureismo, l’abbandono al Cosmo di cui è capace certa mistica orientale- tutto in un ritornello; basta una sola canzone, per l’eternità.

Edoardo De CrescenzoE la musica va. Che c’entra? Beh, l’ha suonata, De Crescenzo, con l’apporto ritmico di Naná Vasconcelos (1944 – 2016). E guardate che è una bella canzone, eh! Non è il primo risultato che è apparso su internet. Poi, sì, il brasileiro ha suonato anche con Don Cherry, ad esempio! Ricordo ancora che la versione straniera di questo brano, a Sanremo, fu affidata a Phil Manzanera.

Earth, Wind & FireSeptember. Maurice White (1941 – 2016), non so quale delle componenti fosse, della band: Il fuoco? Il vento? Ma so che ha fatto ballare anche gente incollata alla sedia per contratto; e con stile sopraffino.

Steve Young (1942 – 2016)Seven bridges road. Ebbene sì: per paura di scordarmi qualche nome clamoroso, sono andato su Wikipedia dopo aver scritto dentro l’oblunga finestrina di Google “morti famosi 2016”. È così che ho scoperto questo autore; a quanto pare, è stato fra i precursori della Southern music (mi limito a riportare, per ignoranza). Ascoltata questa canzone, che sembra essere stato il suo maggior successo, mi è piaciuta: ha qualcosa di antico, di epico.

EaglesTequila sunrise. Glenn Frey (1948 – 2016), sanguigno, in parte arcigno, maschio, con Don Henley il maggior artefice di quella macchina da guerra chiamata Eagles, quintessenza di una buona percentuale degli elementi che hanno composto l’American Dream. Della sua carriera solista, è divertente ricordare The heat is on, con quel riff di sax anni ’80 i-r-r-e-s-i-s-t-i-b-i-l-e.

Jefferson AirplaneWhen the Earth moves again. Questa e non altre, della grande surrealistic band, perché l’ha scritta Paul Kantner (1941 – 2016). Un’icona, di quegli anni psichedelicamente pazzeschi. Fra gli altri progetti, l’album con Grace Slick e Freiberg, in cui figura l’immenso capolavoro Sketches of China, firmata anch’essa da lui, insieme alla splendida Grace; volevo, però, ricordarlo attraverso la sua epopea nei Jefferson Airplane. Volerà da qualche parte anche adesso (ma sìììì, un po’ di retorica ci sta sempre bene, a braccetto colla morte!), nutrendo la sua mente a dismisura.

 

(Lu Po)

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