Top Ten 2015, forse

Musica

Hey, sottilette! Prima di continuare a leggere vi chiedo: non avrete mica pensato che davvero mi sarei messo a stilare le migliori dieci canzoni del 2015?!

1) Non m’informo a proposito di musica: mi capita; non sono fra coloro che vogliono stare necessariamente aggiornati, per cui sicuramente un po’ di indies, di band nuove, autori al loro primo fuoco, hanno sfornato dei gran pezzi. Ma io, adesso, non ne ricordo (sono andato a controllare il secondo album di John Grant, che mi piace: niente 2015!). Ricordatemeli voi, così conosco o rammento qualcosa di nuovo.
2) Riguardo al cosiddetto Mainstream, non scherziamo! Qualcosa, in questa top ten, c’è, simbolicamente; ma non sono stato in grado di mettermi a sfogliare su Youtube le migliori pagine di Rihanna e dei suoi selfies – semmai, passo direttamente ai selfies – la crescita artistica di Mengoni e della sua trasversalità sessuale, i dolori della giovane Amoroso, o la progressiva entrata nel mondo del porno (ti aspettiamo, piccola! Siamo qui per te!) di Miley Cyrus, la prima cantante che ha azzerato OGNI scrupolo per mantenersi successful (al confronto, la suddetta Rihanna, Britney Spears, Ariana Grande e Selena Gomez sono delle tate ottocentesche di Losanna).

Ma non ho voluto gabbarvi; semplicemente, sottolineare con forte adesione al Grande Spirito della Banalità che le migliori canzoni dell’anno – nuove, vecchie, appena scoperte, rispulciate, ascoltate da vent’anni senza smettere – sono quelle che aggiungono peso alla nostra sostanza di tenerelli esseri umani. Questa non è che la mia ma fatela anche voi, la vostra top ten, se vi va: è un bel modo per fare un bilancio su ciò che è stato realizzato, non realizzato, desiderato, odiato, amato, …-ato, …-ito.

Something I learned today, Hüsker Dü. Ascoltati male scaricando qualche brano (splendida da sempre Standing by the sea), un mio amico mi presta alcuni loro album, fra cui Zen Arcade, rifilato in varie classifiche fra i grandi album di sempre e perciò, da me ignorato. Il fatto è che l’ho trovato anch’io un capolavoro, un capolavoro che inizia con quelle stridule e calde note, che mi hanno messo un po’ in pace con un tipo di schitarrìo violento che, di solito, dopo poco mi annoia. Non così il post-punk etc: ma l’heavy, in ogni sua accezione, mi ha sempre lasciato l’impressione o del Facciamo casinoooooo! liberatorio, che purtroppo non mi ha mai liberato granché; o della lamentela infantile sottaciuta – nobile, freudiana, per i prodotti migliori, certamente – lagnosa e non di più per molti altri prodotti (so che sto bestemmiando, per gli amanti del compianto e grande Lemmy, per i Metallicari, per gli adoratori degli Slayer o dei Pantera; e anche che sto definendo, ma solo per velocità, il continente heavy come fosse un quartierino per di più tutto uguale). In Zen Arcade, per me, non si è nel punk anni Ottanta (come afferma ad esempio Scaruffi), si è proprio nell’heavy; ma è il bambino stesso che parla e che chiede scusa, sardonicamente da un lato e sul serio inconsciamente dall’altro, al padre di non essere come il padre voleva: non c’è più dissimulazione, quindi. Bellissimo quanto registrato meravigliosamente male.

Io non piango, Franco Califano. Strimpello il piano in un ristorante da qualche anno. Il capo cameriere è un pazzo ma, come tutti i pazzi, ogni tanto ne infila una straordinaria: «Me la fai Io non piango? Cosa?! Non conosci Io non piango del Califfo?! Ma sei un cretino! ». Verissimo; adesso è nel repertorio, naturalmente. “Io piango quanno casco nello sguardo de’ ‘n cane vagabondo / perché ce somijamo in modo assurdo / semo due soli ar monno…”. Califfosa in un modo assurdo.

Sabbath bloody sabbath, Black Sabbath. Stesso argomento riconciliatorio con il mondo heavy, ch’esso sia, ripeto, arrabbiato col mondo, divertito, nichilista e così via. Con Iommi e Osbourne domina, penso, la componente ludica, con un taglio estetico gotico di grande influenza: Twilight etc è roba di questi anni, ma certi scenari, briciole d’Immaginario, pipistrelli mal digeriti… O leggi gli scrittori inglesi dell’Ottocento, o è materiale che hanno rimodellato questi ragazzi mattacchioni. L’ho ascoltata a volumi da tortura, in macchina, per quasi un mese. Grazie all’amico che mi ha regalato il cd!

Love sick, Bob Dylan. L’ho visto a Lucca insieme a De Gregori, il menestrello. Asciutto as always: non una parola di più, non una di meno; un bis per pura prassi e arrivederci. Lo devi amare solo per la sua musica, non vuole altro. Questa canzone non la conoscevo, e l’ho goduta dal vivo per la prima volta; così, nella pausa del concerto (certo: breve, il suo, e con pausa di un quarto d’ora) mi sono comprato il notevole Time out of mind.

The final cut, Pink Floyd. Qui si ha a che fare con un grave caso di recidiva. E metto la title track perché è come un panorama del pensiero e, cosa non da poco, contiene l’ultimo assolo perfetto di Gilmour nei Pink Floyd watersiani: ma sia chiaro che, di fatto, questo album l’ho ascoltato per intero un numero impressionante di volte nel corso della vita; l’anno scorso ho semplicemente aumentato la cifra a dismisura.

Spartacus love theme, Bill Evans. Anche in tal caso si tratta di un brano scelto come rappresentante di un cd intero consumato fino allo sfinimento, Conversations with myself, centrato quanto mai nel titolo; a un certo punto, pensavo che Evans uscisse dallo stereo e mi dicesse: «Ti ringrazio veramente. Ora però basta! Ho già ho avuto a fare discretamente io, con le dipendenze». Evans è la terza via del piano: sia disciplina, studi classici, alterigia, che abbandono, splendore cieco – quello per cui si suona e fisicamente si è in un luogo, ma in verità si è in tutto l’Universo e al contempo tutto l’Universo è in te. Il primo interplay di Evans è fra se stesso e il Tutto, ed è ciò che dovrebbe sempre significare suonare.

Imagine, A perfect circle. Io mi faccio ancora le compilations con i cd vergini (si sente ancora dire, questa definizione?!). La pennetta è pratica, ma non dona il senso di ascoltare UNA cosa, è come leggere trenta libri uno dopo l’altro: aberrante. Anche una compilation selezionata con amore vale quanto un’opera compiuta. Una di queste, divorata, presenta una delle migliori cover di sempre: gli A Perfect Circle non sconsacrano Lennon senza, per questo, rispettarlo alla lettera per devozione; ricostituiscono un brano senza farlo diventare irriconoscibile; riescono, insomma, nell’impresa di vincere la sfida della cover con uno dei monoliti più aurorali della musica leggera. Consigliato l’ascolto a un volume che richiederà presto una visita dall’otorinolaringoiatra.

New dawn fades, Joy Division. Nella mia inettitudine non ho iniziato a ascoltarli così tanti anni fa ma, sicuramente, da allora non ho più smesso. L’anno scorso, se lo collego ai Joy Division, è più caratterizzato dalla personale adesione definitiva a Closer; eppure, senza bisogno di pensarci più di tanto, scelgo New dawn fades, che ha abitato la mia macchina per almeno un mese, con decibel degni degli esperimenti di Mururoa.

Maciste contro tutti, CCCP. A questo punto ufficializzo che le mie fissazioni musicali si sono basate su dei ritorni, più che su delle scoperte o su delle reali novità del 2015. Irata, Manifesto, Svegliami, l’intero Ko de Mondo, sono molte le canzoni dei CCCP / CSI che devo ascoltare col chiaro intento di perdere l’udito; sposando un’autoreferenzialità mai sopita, tra queste scrivo Maciste contro tutti perché, mutuando Pollicino con l’eroe forzuto, mi ci rivedo se penso all’anno scorso, e con estrema felicità. Ecco l’importanza di questo esercizio e perciò l’importanza delle canzoni: si condensano in esse visioni d’insieme della propria vita, come contenitori già pieni tranne che per lo spazio di un’ultima goccia, in totale offerta al fruitore.

Luca lo stesso, Luca Carboni. No, non si pensi sia una provocazione. Nemmeno, però, che abbia comprato l’ultima opera di Carboni e per una settimana non abbia ascoltato altro; però, qualcosa che appartenga davvero al 2015 ce lo volevo mettere e, dovendo scegliere, volentieri premio il buon Luca che, anche se adesso non si buca, rimane davvero quello di sempre, lo stesso. Davvero molto belli i primi tre album, quando il giovane bolognese potava sciacquare i panni nel Dalla (fiume preziosissimo, raffinato e scopritore di talenti); il vasto successo, un po’ di timidezza persa dal fisico bestiale e da Jovanotti in poi; e gli album successivi, a volte terribili, ma sempre con l’intento di rinnovare sulla base di una piattaforma uguale a se stessa: lo studio dei sentimenti e del termine Amore, senza paura. Quando non ha venduto più di tanto, non se ne è preoccupato. Ora, più tranquillo, con qualche chilo in più, si gode l’aver sfornato ancora una hit, citando il fantastico video anni Ottanta di Palmer (Addicted to love). Tutto vero, quindi: è sempre Luca lo stesso. E anch’io voglio sentirmi così, rigenerato e rigenerante su un terreno inamovibile. Buon anno, gentili lettori; buon anno! (Lu Po)

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