The Nobel they are a-changing?

Letteratura
Chi abbia pratica con la storia recente del premio ricorderà le voci di corridoio che nel 2005 seguirono allo slittamento dell’annuncio del nuovo Nobel per la Letteratura; uno slittamento non inconsueto, sintomo di una giuria divisa. Le prime voci davano favorito il romanziere Orhan Pamuk, all’epoca incriminato dalla Turchia di vilipendio contro l’identità nazionale per aver parlato apertamente del genocidio curdo-armeno. Pamuk, però, uscì dal conclave da cardinale (si sarebbe rifatto l’anno dopo): il Nobel andò infatti al drammaturgo Harold Pinter, che con le sue iniziali causò inconsapevolmente una seconda e pazza voce di corridoio, ovvero che J. K. Rowling fosse tra i papabilissimi della short-list ai voti (e questo è un aneddoto che tralasciamo).
La terza ultima voce voleva che il motivo della spaccatura tra i giurati fosse dovuto alla presenza in quella stessa lista di due alieni al mondo letterario, il reporter polacco Ryszard Kapuściński e il cantautore Bob Dylan. 
Sono dicerie che potremo verificare solo nel 2056, alla desecretazione degli atti di votazione. Spesso, tuttavia, le dicerie restituiscono un barlume di quanto accade nelle stanze dell’Accademia Reale di Svezia, se si ha la prudenza di non prenderle troppo alla lettera. Gli stessi bookmaker inglesi, che ci azzeccano anche quando non ci pigliano, sono una prova di questa natura sibillina dei rumors: il rincorrersi febbrile degli ultimi giorni nelle quotazioni al ribasso tra Philip Roth e Don DeLillo ha decretato infine che il premiato fosse sì statunitense, e pure ebreo, ma non chi si attendeva.
 
Due righe per l’eterno cardinale Philip Roth. Da domani non cambia nulla, e le quarte di copertina dell’Einaudi continueranno a riportare i Pulitzer, i National Book Award e i Pen/Faulkner Award vinti, le edizioni complete della Library of America e le medaglie d’oro; un elenco che nella sua precisione enfatizza l’assenza del solo riconoscimento sfuggente come un capitone.
 
Se volessimo sapere qualcosa che nessun altro potrebbe raccontarci su quanto è  successo ieri mattina a Stoccolma dovremmo invitare a cena Sara Danius. Non solo per il suo primato di primo segretario donna dell’Accademia Svedese, e neppure per la mise à la Guesch Patti con la quale l’anno scorso annunciò il premio a Svjatlana Aleksievič, quanto per il sospetto di essere davanti a un’eminenza grigia del nuovo che avanza: dalla sua entrata in carica il Nobel è andato dapprima a una giornalista (Svjatlana Aleksievič, per l’appunto) e a un songwriter oggi, accantonando così per il secondo anno consecutivo i soliti poeti, romanzieri e drammaturghi, e aprendo l’accademia a due continenti storicamente ai margini della Letteratura maiuscola.
 
Solo i prossimi giorni ci diranno come l’apertura degli svedesi al songwriting verrà accolta dai difensori della tradizione. In attesa dei brontolii di Harold Bloom – un Bloom che definì ridicola la scelta di Dario Fo, il Giullare che se n’è andato nel giorno del Menestrello – già George Steiner nelle sue lezioni americane raccolte in La lezione dei maestri, scrisse: […] che Keats provochi intuizioni di cui le liriche di Bob Dylan sono ignare è o dovrebbe essere lampante. Non è esattamente quel che si chiamerebbe una mano tesa, ma per certi versi la diffidenza è un bene, perché non ci si ritrovi improvvisamente a guardare qualsiasi chitarrino come a un Montale dei nostri giorni in attesa di canonizzazione.
 
Festeggiamo quindi il nuovo premio Nobel per la Letteratura. Riascolteremo per la settantesima volta The Freewheelin’ e Oh mercy, freschi di una nuova prospettiva, e in un gioco che conosciamo già ci chiederemo una volta di più quale tra Highway 61 Rivisited e Blonde on blonde sia la moglie e quale l’amante – dilemma al quale non verremo mai a capo. 
Là fuori qualcuno ha iniziato a ricomporre la frattura crociana tra le presunte arti minori e maggiori, nella speranza che la salita al Parnaso continui a essere praticabile solo per chi porta con sé originalità, bellezza e profondità di cognizione. Proprio come pretende e chiede Harold Bloom. Ma oggi sappiamo che col premio a Bob Dylan il compasso è stato allargato con giustizia. (Palinuro)
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