The Italian Blues

Storia e attualità

Questa volta non scrivo di blues come genere musicale; questa volta si va dentro l’etimologia del termine “blues”, che proviene dall’espressione “to have the blue devils” (letteralmente: avere i diavoli blu) col significato di “essere triste”. Nella lingua inglese il colore blu viene spesso associato alla malinconia. Qui si parla della malinconia di chi si vede costretto a lasciare il proprio Paese o di chi si trova all’estero e non riesce a rientrare. Paradosso tutto italiano nell’epoca dell’Europa senza frontiere.

Qualche giorno fa le testate giornalistiche italiane, e non solo, hanno parlato dei risultati del rapporto “Italiani nel mondo 2016”, stilato della Fondazione Migrantes.
A leggere il rapporto (dovendomi spesso tapparmi il naso perché è pur sempre un “organismo pastorale della CEI”), l’italico azzurro diventa blu scuro. Dal 2006 al 2016 il numero di italiani iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) è aumentato del 54,9% passando da poco più di 3 milioni di iscritti a oltre 4.8 milioni. Da gennaio a dicembre 2015 le iscrizioni all’AIRE sono state 189.699. Di queste oltre la metà il 56,7% sono avvenute per solo espatrio. Nell’ultimo anno 107.529 italiani hanno lasciato il Paese alla volta dell’estero (6.232 partenze in più rispetto al 2015). Oltre la metà di questi, il 69,2% (quasi 75 mila italiani) si è trasferito nel vecchio continente. Una testata tedesca ha scritto che il numero di italiani espatriati nel 2015 ha infranto il record degli ultimi 90 anni.

L’elevato numero di emigranti è superiore a quello di chi rientra e degli immigrati, e questo va aggiunto a un problema demografico importante: muoiono più persone di quante ne nascono.
Non avendo ascoltato, ahimé, il monito del sommo Sassaroli in Amici miei atto II, vivo in Germania, dopo aver vissuto negli Stati Uniti e in Inghilterra, e prima ancora di nuovo in Germania. Insomma, faccio parte dei numeri citati sopra.
Ho lasciato l’Italia nove anni fa, con tanta voglia di fare nuove esperienze, immergermi in culture diverse dalla mia, seguendo la meravigliosa idea dalla quale è nata l’Unione Europea: lo scambio e l’arricchimento culturale e professionale, senza frontiere.
Sono espatriato anche perché dopo la laurea volevo fare un dottorato di ricerca e volevo riuscire a farcela da solo, senza dover chiedere l’elemosina al barone di turno (saluti Prof. B.) per entrare in graduatoria. Avete presente il termine meritocrazia? Non potevo immaginare, però, che stavo per prendere un senso unico.
 

La mobilità è una grande risorsa europea, ma diventa dannosa se è a senso unico. L’unica forma sostenibile di mobilità è quella “circolare”, che porta allo scambio di conoscenze. L’esperienza di singoli individui in luoghi e culture diverse può arricchire la società di cui fanno parte solo se questa offre loro la possibilità di rientro, e se allo stesso tempo è pronta ad accogliere talenti provenienti dall’estero. Purtroppo la realtà è ben diversa: chi lascia l’Italia difficilmente riesce a rientrare e le porte sono chiuse a chi non è italiano e vorrebbe lavorare per un po’ di tempo in Italia.

I dati ISTAT ci dicono che a espatriare sono in particolare i giovani (circa il 43%) nella fascia di età 25-39 anni. Una generazione istruita, con titoli di studio post-laurea, che paradossalmente è anche la generazione più esposta alla disoccupazione e che vede, come il sottoscritto, l’emigrazione come un modo per soddisfare ambizioni e nutrire la propria curiosità. 
Ma espatria anche chi non ha un titolo di studio, in fuga per mancanza di opportunità lavorative soddisfacenti. Emigrano pure gli immigrati. Il rapporto “Italiani nel mondo 2016” parla dei bengalesi, costretti a emigrare due volte: prima immigrati dal Bangladesh, si sono fermati almeno una decade in Italia e poi si sono spostati verso il Regno Unito. A differenza degli italiani, in prevalenza giovani, spesso single in cerca di una realizzazione personale, i bengalesi sono spesso padri di famiglia che si trasferiscono con moglie e figli e trovano impiego nella ristorazione. Molti dei nuovi immigrati, provenienti da Medio Oriente e Africa, con i famigerati barconi, hanno come obiettivo quello di entrare in Europa attraverso il Mediterraneo, per poi spostarsi nei Paesi nord europei.
Per la cronaca, il 28,4% dei cittadini italiani rimpatriati ha oltre 50 anni e un titolo di studio basso (sigh).

Una politica corretta dovrebbe tutelare non solo la libertà di circolazione, ma anche il diritto di migrare e il diritto di rimanere nella propria terra. Invece a leggere dall’estero le reazioni di varie personalità politiche del Bel Paese, il blu scuro comincia a diventare nero. Matteo Renzi, intervistato da Gramellini (!), ha commentato la notizia in modo strumentale, tanto per cambiare, alludendo, a mio avviso, al referendum: “La notizia mi ha fatto male ed è per questo che dobbiamo rendere il Paese più semplice. I ragazzi che vogliono andarsene hanno tutto il diritto di farlo, noi dobbiamo creare un clima che permetta loro di tornare”. Mentre sul Corriere della Sera ha scaricato la colpa ai suoi predecessori, dicendo che la tragicità dei numeri di cui sopra, è conseguenza degli ultimi 20 anni.

Il sempre-dormiente-e-ogni-tanto-monitante Mattarella, ci ha ricordato, bontà sua, che “il nostro Paese ha una storia antica di emigrazione”, e che “oggi il fenomeno degli italiani migranti ha caratteristiche e motivazioni diverse rispetto al passato”, ma “i flussi non si sono fermati e, talvolta, rappresentano un segno di impoverimento piuttosto che una libera scelta ispirata alla circolazione dei saperi e delle esperienze”. Grazie presidente, di cuore, per lo scoop. Poi, un tantino più rassegnato, ha aggiunto: “La nostra cultura, del resto è anche l’immensa ricchezza che gli italiani, nel tempo, hanno seminato nel mondo, abbellendo e rendendo più prosperi tanti territori nei diversi continenti. E questa cultura è poi tornata, accresciuta, nella nostra comunità”. Insomma: che volete farci, siamo italiani, emigriamo spesso ultimamente, però seminiamo sempre bene la nostra bella cultura nel mondo. Fatevene una ragione. 

In un Paese in cui il malaffare è tangibile ormai a qualsiasi livello, e l’ingiustizia sociale è diventata regola, non si legge mai la parola responsabilità. E se si legge è solo per scaricarla sugli altri. Vorrei vedere Renzi, col suo improbabile inglese, quanto riuscirebbe a sopravvivere oltre confine. Qual è la causa delle proporzioni bibliche dell’esodo descritto sopra, se non questa? E di chi è la colpa se non nostra, cioè di chi subisce questo tipo di gestione politica senza mai protestare? 

Quando la scelta di vivere all’estero è obbligata, l’Italia manca. Manca il clima, il sole, il cibo, il rumore e il sorriso della gente riversata nelle piazze. Ci si sente sradicati dalla propria terra, un po’ come essere stati cacciati di casa. E nel contempo non ci si sente quasi mai completamente integrati nella nuova società in cui si vive. L’Italia viene spesso idealizzata da chi vive all’estero, proprio perché non se ne subiscono il lati negativi. In fondo si lavora e le tasse che si pagano vengono spesso trasformate in infrastrutture e servizi sociali; in corruzione se ne perde probabilmente una piccola parte. Quando si aprono i giornali online ci si deprime, rendendosi gattopardescamente conto che tutto cambia per non cambiare niente. In più si nota l’imbruttimento generale, fatto di populismi, razzismo, disoccupazione sempre in crescita, becera demagogia dei soliti furbi. Si legge spesso di mafia e logge massoniche, ed è proprio quando si aprono i giornali che passa la voglia di tornare.

Ci si chiede quando tutto questo è cominciato, ma basta guardare un capolavoro come “Made in Italy” di Nanni Loy, (1965), magari una sera d’estate, per capire che in fondo è sempre stato così. In una trentina di episodi, distinti in cinque sezioni (Usi e costumi; Le donne; Il lavoro; Lo Stato, la Chiesa e il cittadino; La famiglia), il regista acutamente descrive i costumi degli italiani, nel 1965. E la situazione é quasi identica a quella odierna.

Monicelli ha detto (bene) che la speranza è una trappola. A noi emigrati, troppo affezionati a un Paese disastrato, rimane il blues. (Stefano Mineo)

 

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