Suuns: I pieni e i vuoti

Musica

Qualche tempo fa ero nel negozio di dischi in cui vado saltuariamente ad esaurire le mie già risicate finanze, e quel cappellaio matto, autentico spacciatore di sogni che gestisce la baracca e fa girare la ruota mi piazza in mano un vinile con in copertina il volto di una donna, decisamente non bella (diciamo un tipo); questa donna aveva il volto come distorto e modificato da, boh, onde sonore? lame rotanti? photoshop?
Il disco gira ed è una sorta di vasetto psichedelico di marmellata con dentro un sacco di overdubbing, linee vocali affogate nel marsala e centinaia di linee di basso. Sembra kràut ma non è, non ti mette l’allegria.
E io sono assolutamente rapito, affascinato dal volto divelto di quella donna in copertina, mentre piano piano il piedino fa su e giu al ritmo di questo maelstrom di vibrazioni baaaaaassssisssimeeeee e questo 4/4 davvero troppo in 4/4, davvero troppo quadrato. Ci sono anche abbastanza feedback per farmi muovere un po’ la testa: la ricetta è essenziale e funziona. Less is more.
È perfetto, mi dico; chi sono questi? – i Suuns.
Non i Sunn O))), eh, nemmeno i Sun, o i Ssuunn. I suuns, canadesi e spogli.
L’album è “Images du Futur”, anno del signore 2013.
Vado su quella cosa magica che si chiama internet, quello che si premono i tasti e si trovano le cose su google, e mi rendo conto che un tempo anche io ascoltavo il krautrock, sebbene i crauti non mi siano mai piaciuti, perché troppo indigesti. Neu!, Can, Tangerine Dream, Kraftwerk e tanti altri pallidissimi uomini che dalla Germania Est post guerra hanno riportato i nostri cuori e i nostri arti in movimento dentro una cava oscura, a colpi di pitture rupestri e al ritmo di battiti regolari. Forse mi ricordo di avere un ritmo cardiaco.
I Suuns sono educati e rispettano queste regole dettate, non escono nemmeno un bpm fuori dal recinto e mantengono con ossessiva precisione il passo, che nemmeno Pantani al Giro del ’98. PE DA LA RE.
I Suuns vengono anche da Montreal, che ok è una città grande e non ci staranno solamente due gruppi in croce; questo per dire che a Montreal si sono formati anni or sono i ben più noti Arcade Fire, massimi alfieri dell’opulenza e dei wall of sound spiattellati in riff da arena rock. Loro vanno ad Haiti e fanno il discone caleidoscopico, girandola di colori e suoni e barocchismi onanistici senza fine, gli altri vanno a Seattle e ti tirano fuori una perla di maniacalità e chiaroscuri fatti a pennello.
Ed ecco che i ritmi all’osso ritornano felici e confusi, guardandosi attorno tra mille suoni spezzettati, campioni, tastiere elettroniche, casse dritte e super assoloni di chitarra in scala maggiore, così come si guardò attorno il soldato giapponese disperso ed abbandonato su di un’isola durante la guerra; desolato signore, qui non c’è più spazio per le cose semplici.
E invece ti ricordi di un tempo in cui antichi stregoni, sciamani delle sei corde e studiosi di quelle cose che ti entrano nelle orecchie e si chiamano onde sonore, parlavano e disquisivano a simposi a base di benzodiazepina e birre dolomiti sulle alternanze di pieni e vuoti. Penso a Damo Suzuki in una tuta rosa velluto con le zampe d’elefante in una palestra immensa di Colonia, 1972; ginnastica artistica sul palco e ritmi infiniti, puzzo di adidas e sottopalla nel dopo-partita. Damo grida forte nel microfono Neumann, ottima qualità, non plus ultra; infatti fu creato da un’azienda del luogo per il reich, per i discorsoni a piazza piena di Adolfo e Goebbels, finissimi stand up comedians.
La voce riverberaaaaaaaaa.
Mi fa pensare ad una grande risacca, alla schiuma marina che si estingue e muore in tante piccole minuscole impercettibili bollicine sul bagnasciuga piatto e scuro, prima che ritorni un altro velo d’acqua e salsedine; mi fa pensare anche alla spiaggia di Viareggio, i falò, le chitarre e gli spinelli, le bionde trecce gli occhi azzurri e poi, e a quella troia che mi mollò per un olandese al diciottesimo di Gigi SuperLiquidator (le origini del soprannome le lasciamo all’ignoto). Bei ricordi, ma sto divagando.
In realtà, mi fa pensare a Spiderland degli Slint remixati da qualche decano della kraut, disagio giovanile + muro di Berlino + muro di suono + pedalare, sempre e comunque.
Una deriva più peyotina e da santeria di questo retaggio artistico viene direttamente dal Cile, da un trio di architetti, artisti, registi e musi, fondamentalmente, che risponde al nome di Follakzoid; non a caso, l’altra scoperta più lieta e forte in cui mi sono imbattuto negli ultimi anni. Qui siamo dalle parti dei folli promontori, aspri e scoscesi, in cui si praticano antichi riti stregoneschi e ci si pittura la faccia come se fossimo tutti nel Crazy World di Arthur Brown, 1967. Ma questa è un’altra storia.
I Suuns portano invece con sé una sacca di climax che è grossa come quella di Santa Claus alla vigilia, la disperdono sulle nostre testoline assonnate e se ne vanno, lasciando tutto a mezzo. Non è sciatteria, è semplicemente disattendere le aspettative dell’ottuso e ormai catturato ascoltatore. Siamo troppo pigri, troppo aggrappati all’idea che prima o poi un drop verrà a salvarci, che l’attacco definitivo farà esplodere pezzo e folla in un mare magno di sudore, salti, pogo, esaltazione. Qui c’è solo un coito interrotto, ma con classe.
Tutto questo per dire che i Suuns hanno avuto la giusta pensata di tirarci fuori un nuovo disco, “Hold/Still”; solo che qui tutto è diverso, se vogliamo ancora più trattenuto e sospeso, hold still, appunto.
Come la foto di copertina: una pingue ragazza le cui gommose curve ed i contorni di un viso pseudo-inuit si perdono in una melassa nera; la fotografa, dice il leader della band Ben Shemie, ha utilizzato una tecnica analogica con tempi di esposizione molto lunghi, trattenendo la povera “modella” in posa per oltre 4 minuti. Immobile.
Mentre il ritmo continua imperterrito a correre. Se questo non è il genio.
Intanto, là fuori ci sono ancora band con l’assolo in canna da 5 minuti, che aspettano di colpire qualche aborigeno del ritmo a morte.
Mi ricordo di una cosa che si chiamava Do it Yourself, del punk e di tante altre situazioni-Mac Gyver in cui ci si arrangiava con poco. Io non c’ero, non ho mai imbracciato un solo strumento, ma avrei potuto farlo come tanti altri, secondo questo credo.
“Le cose semplici”, ecco cosa ci piace veramente.
Allora mi ricordo degli Slint, dei pomeriggi passati ad ascoltare Spiderland nel cortiletto della casa di mia nonna e del suo pane e pomodoro strusciato, semplice come legarsi le scarpe.
E di quel pieno e di quel vuoto, e del bicchiere di vino mezzo pieno o mezzo vuoto (?) tra le mani erose dal campo di mio nonno.

Il ritmo rallenta, diventa un battito e tutti ci ricordiamo di avere un cuore.
Ce lo ricordano questi Sonic Youth sotto sonniferi, mai domi però, mai assonnati o stanchi.
Less is more. (Tommaso Bonaiuti)

Images Du Futur

Price: EUR 17,55

5.0 su 5 stelle

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