Sussurra Suburra

Cinema

Che sussurra, Suburra? Una precisazione: sì, anche un gioco di parole infelice mi rende felice e la certezza, piena, che sia insopportabile, non mi può fermare.

Come non si fermano davanti a niente i personaggi di Suburra, nel bene (pochissimo, ma quanto basta per far capire che un politicante ama suo figlio come tutti i padri, secondo la lezione di Michael Mann) e nel male (moltissimo e sfiorando, talvolta, la caricatura); non si fermano e si rotolano sulla discesa, ripidissima, che è la Roma di questi anni: quasi impossibile trovare un appiglio e non essere trascinati giù, in un sobbollente guano, in una suburra ‒ appunto ‒ che raggiunge tutti i livelli. Una città meravigliosa, così limpidamente disincantata della propria eternità, così sola e malridotta, così sfuggente a una definizione univoca, con buona pace della Dolce vita o della Mafia capitale; Roma, spero che li impalino come facevi fare ai vecchi tempi, tutti quelli che ti deturpano, e che non sono solo persone, ma soprattutto un cancro diffuso nell’aria non facile da curare: ma ce la devi fare, perché sei bellissima. Bene! Torniamo al film: a Roma come discesa, letterale, per gli inferi.

Questa discesa è adatta a gente che ha artigli per rimanere attaccata a un lembo di potere abbastanza coriaceo da poter stare in equilibrio: altrimenti, è finita. A mo’ di visione di (quel) mondo, Sollima non mostra mai le forze dell’ordine; non le fa intervenire neanche durante una sparatoria in un supermercato. Stefano Sollima è quello di Gomorra – la serie – che di sicuro è bella anche se non l’ho ancora vista; e forse, anche questo film, come serie, sarebbe stata ottima. Perché odora di Epos: per le musiche (molto belle, sulla scia dei giganteschi, fanatici pad di Moroder che incoronano l’epopea di Tony Montana nello Scarface di De Palma), per alcune scene che addirittura m’hanno ricordato Magnolia, sia nel concetto – una pioggia scrosciante che non purifica manzonianamente ma sembra una punizione apposita per rendere iperscenica una vita (quella della malavita) squisitamente, di per sé, già scenica – che nell’estetica, come in alcuni colori, in alcuni frame che denotano una capacità di sintesi dell’immagine molto efficace.

Purtroppo, per un racconto con ambizioni così grandi ci voleva l’intento di seguire l’Epos fino in fondo, a costo di sfondare i genitali del fruitore con tre ore di cinema; e che tutte le scene fossero credibili, cosa che non è. Forse, in questo senso, è mancata una scelta decisa fra la descrizione amara ma diretta della realtà e la sua amplificazione teatrale, con quel tanto di sopra le righe che rende, ogni tanto, i personaggi schematici, quando solo un momento prima avevano la loro bella complessità. Attori, va riconosciuto, davvero in grande spolvero, sia i più conosciuti che i meno: recita bene anche Claudio Amendola, non dico altro. E chiaramente, benediciamo in coro il film per le scene di nudo della Gorietti (no, non la suora), che attendevamo in gloria da tempo. La generosità è un dono che ha quasi del divino, da questo punto di vista. Detto ciò, cosa rimane da scrivere, se non un angolino per la retorica che mi scodinzola addosso, affettuosamente, come di consueto?! Chi può davvero uccidere, è perché non è più ricattabile, non lo puoi comprare (l’esatto contrario del politico, del faccendiere, del criminale: tutti in una rete, chi sopra, chi sotto ma al di là delle posizioni, tutti pedine della rete che li trascende); uccide, con il peso insostenibile dell’atto d’uccidere, chi nel proiettile ha proiettato tutta la propria vita. (Lu Po)

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