Sull’ubriachezza affare dell’anima

Oscenità varie

Ubriachezza. Secondo il mantra che già ho spiattellato in altre forme, la semplificazione investe tutto: e semplificazione  ‒ ancora una volta – significa né più né meno che, come nei film composti da buoni e cattivi, si richiede al pubblico (il mondo) una presa di posizione che, con la scusa estetica che è un tratto che dona del carattere, del piglio, dev’essere netta: e il pubblico – poiché lo spettacolo è ben congegnato, così come si rimaneva allibiti di fronte ai primi trucchi di Silvan – crede pedissequamente, anche se capisco che sto generalizzando, di personalizzarsi attraverso la massima delle spersonalizzazioni: appunto, una netta presa di posizione fra bianchi e neri; in sintesi per gli italiani non è mai finito il tempo dei Guelfi e dei Ghibellini, degli juventini e degli interisti, etc etc etc etc. Quando è chiaro che una visione personale, si colloca solo ed unicamente laddove si colloca – grigio tortora, cinerino, bianco zinco, nero carbone, nero antracite, bla bla bla.

Ubriachezza: dunque, un affare dell’anima – perché parlo di quella progettata, quella che per un po’ di tempo si vuole come compagna di viaggio, comoda perché quando si vorrebbe, non la si può abbracciare e perciò affrontare la vergogna, l’onta della dolcezza; dolce, perché rilassa, obiettivamente; severa, perché il giorno dopo passa signorilmente ma senza remore a chiedere il conto –, un affare dell’anima che anch’esso viene risucchiato dal processo di semplificazione: è come togliere la cattività a un animale carnivoro a patto che diventi vegetariano. Una forma di libertà, leggermente perversa ma non più di tanto, perché socialmente avversata in senso ufficiale ma considerata cool – inerente il mondo del maledettismo, ancora: insomma, non è come mangiare come un maiale, dove ingrassi e hai come risultato non di buttarti romanticamente via, essendo percepito quale essere che si autopunisce, ma di diventare solo più brutto, più bolso (per questo ho sempre preferito tale forma, che mi pare più coraggiosa; ma non si sceglie, in fondo, lo so) – una libertà gioviale, spesso, a volte malinconicissima e solitaria e meditativa quanto mai, una spinta per la sintesi che il cervello, a volte, non è in grado di elaborare; bere, bignamizza.

Insomma, noto, dall’esperienza vastissima ed esauriente che le otto persone (me escluso, eh!) di provincia che frequento, che anche l’ubriacarsi risente di questa curva discendente dell’indipendenza dell’essere umano rispetto all’ultimo grido sociale: o non si beve – «No, ho smesso. Mi diverte l’idea di riscoprire la Natura.», e quel diverte è il sintomo della patologia lobotomizzante che ha raccolto l’autore della frase, un po’ come se si fosse schiavi a vita di un sermone di Vendola. La salute, nuovo valore: adesso che non si muore più di tbc o vaiolo l’Europa, dopo una sbornia di pretesa invincibilità, riscopre la mortalità – o ci si butta veramente via confluendo nella violenza più smaccata.

Ripeto, è una generalizzazione, la maggioranza sbevazza qualcosa con tranquillità e poi va a letto più o meno coi pensieri che s’era portato dietro, ma l’occhio sociale si misura con l’esorbitante in difetto o in eccesso, in tali casi. E così è: hooligan o neo-salutista. Per un’azione che, nonostante il fegato giustamente non sia d’accordo, per l’occidentale che mangia tutti i giorni più o meno, ha significato relax, libertà – e solo individualmente, perdizione, la quale risulta – mi ripeto ancora (perché sono ubriaco?) – in ogni caso forma che non fa del maschio un poverinooo!; lo stesso Buckley ci ha detto che non era lui ma il suo cuore, (sweet: quindi, sapeva, istintivamente, che l’avenue mentale non portava verso un rifiuto collettivo nell’Immaginario), ad essere the drunk; diverso assai è il discorso rispetto alla femmina, ma è un fenomeno, destinato comunque a salire, ancora troppo flebile, per prendergli la temperatura. E chi non è d’accordo, peste lo colga! (Lu Po)

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