Vecchiaia è giovinezza: Youth

Cinema

Un trittico italiano di lusso, quest’anno, a Cannes. Poi, niente premi: ma che importa, c’è stato un buon riscontro. Ogni volta il cinema italiano versa in una crisi profondissima e irreversibile, ma ad ogni encefalogramma appena più che piatto si grida un FINALMENTE! Eppure, vorrei ricordare che nel 2014 Sorrentino ha vinto l’Oscar per il miglior film straniero  e Alice Rohrwacher il Grand prix a Cannes (Le meraviglie, un po’ sopravvalutato), premio andato due volte a Garrone, l’ultima di queste nel 2012 (Reality); poi, escludendo le strane vittorie di bei documentari (Sacro GRA e Tir) a Venezia e Roma, basta parlare a qualsiasi francese di Moretti (già vincitore a Cannes) perché gli s’illumini lo sguardo. I Taviani, l’Orso d’oro nel 2012 con Cesare deve morire. Non so se mi scordo qualcosa.

Cosa è, però, vero? Che dietro i riconoscimenti, dietro una reale, affannosa, piccola rinascita come per le opere di Munzi, della Bispuri (ah già!, credo abbia vinto qualcosa al Tribeca quest’anno), di Di Gregorio, la tendenza del mercato mondiale – sì, è quella arcaica parola italiana che adesso si tende a tradurre con trend – ci vede ancora come dei nobili decaduti, perché l’immaginario che rispecchia l’Italia all’estero è rimasto, tragicamente, lo stesso; e da noi, solo per fare un esempio, sono oggi delle sciape commedie francesi, sulla scia di Quasi amici, ad andare bene al botteghino; commedie che valgono tanto quanto (almeno) il nostro Se Dio vuole e la metà di Pranzo di ferragosto.

Se ciò accade è per eccesso di sciatteria nel corso degli anni, da una parte (i cinepanettoni, un fenomeno interessante: ma qualsiasi abuso, dopo un po’, stroppia e, in più, avevano smesso già da anni di narrare la superficie dello Stivale); dall’altra, per la subculturalizzazione degli italiani che, se in questo riproducono un fenomeno mondiale, sono in ogni caso fra i più efferati seguaci di tale… trend! Per capirci, negli anni ’70 gli autori civili (Rosi, Petri), erano seguiti non (solo) dagli intellettuali ma innanzitutto dagli operai; oggi tutti, dai ricchi ricchissimi ai praticamente in mutande (cit. Pozzetto), vogliono pressoché solo distrarsi.

Allora, diventa fondamentale, questo maledetto trend, questa percezione di noi come comunità cinematografica. Chi ha bucato più degli altri, in questi anni, la cataratta di tale percezione? Paolo Sorrentino. Dopo Il divo, Sean Penn lo volle per This must be the place. Una cosa è trendy se è apprezzata a Cannes e se viene raccolta negli States (lo stesso Garrone, quest’anno, è alla Croisette con un cast da produzione americana). Così, adesso Sorrentino si può permettere ‒ raccogliendo il seminato da Sean Penn all’Oscar ‒ di avere Michael Caine nella parte di un vecchio direttore d’orchestra, Harvey Keitel come vecchio regista (più bello ed espressivo adesso; con quegli occhiali demodè è una bomba), la Weisz – mio vecchio amore/sogno erotico –, ciò che rimane sotto il botulino di Jane Fonda e uno dei migliori giovani americani di oggi, Paul Dano (Little Miss Sunshine, Il petroliere), per compiere il suo affresco sulla giovinezza, e cioè: sulla vecchiaia. Sorrentino fa scattare le sue immagini, paradossalmente, sempre da una riflessione; gli opposti coincidono, la malinconia per la fine della giovinezza e gli splendidi corpi delle ragazze, sono l’inesperienza di chi ancora non è maturo abbastanza per godersele, quelle pelli ambrate e voluminose.

Il tema è impegnativo ma Sorrentino, a questo, ci ha abituati, a costo di vederlo sbaffare un po’ l’affresco. Il tempo e lo studio del tempo è in effetti, d’altra parte, uno dei temi portanti dell’autore (o meglio: ciò che il tempo fa ed è per l’essere umano: formazione tardiva, per This must be the place; avvento della vita vera in una vita anonima, ne Le conseguenze dell’amore). E adesso, la giovinezza: il suo non-più-essere, che galleggia dentro una piscina. Per capirci, qualche anno fa è uscito un film col titolo quasi uguale, passato sotto silenzio e sotto il torchio di una severa critica: era di Francis Ford Coppola, mica l’opera prima di De Luigi, eh!

E naturalmente, con onestà, c’è sempre un po’ di Sorrentino stesso, di autobiografia, nei suoi film: l’autobiografia indiretta di temi ricorrenti, come il primo grandissimo Servillo (quando non era ancora così sfruttato e lo si poteva apprezzare nella sua pienezza), ex cantante decaduto ma che non s’arrende mai, da arcitaliano, in Un uomo in più; o quella quasi diretta in Youth: direttore d’orchestra, regista… A chi sta pensando, se non a se stesso?.

Ciò che apprezzo sempre di Sorrentino, che ancora non domina sempre questa fondamentale attitudine, è innamorarsi di uno spunto, un’idea – una riflessione appunto – ma di tradurla, poi, in visione. Il cinema-cinema è stato, è e sarà prima di tutto visione, finché sopravvivrà agli effetti speciali. Solo così, può ispirare.
Ad esempio io, Youth (che voglio vedere), non l’ho ancora visto, ma ne ho scritto così, per tentare un esperimento. Ho seguito il trend della visione! (Lu Po)

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