STRANGE TALES: Truly (?) – una storia grunge.

Musica

Play: sinistri suoni baluginano in lontananza. Fischi, stridii, una ventata lieve e crepuscolare che dirada una lieve coltre di nebbia, in una notte blu cobalto. Poi, note sbilenche di mellotron ciondolano nel buio, suonano un allarme premeditato, destando dal dormiveglia l’entità senziente.
Le sinapsi corrono, il pensiero si riattiva; SVEGLIA!, dice un suono greve e amplificato: è il feedback rumoroso e scomposto di una chitarra, il grido di un’orca che abbatte tutte le tonalità possibili e fa vibrare gli umori viscerali. La pancia trema e geme, l’entità è desta.

Che dite? Potrebbe essere un ottimo incipit per un romanzo dell’orrore, una storia alla Stephen King (ce ne sono tante, in realtà, di storie alla King), che parla di risvegli e spettri che dopo secoli tornano a far danni tra noi sciocchi mortali.
Oppure, se associate le parole ad immagini, cinematografiche e nitide, potreste immaginarvi la sequenza d’apertura di un film, sempre dell’orrore perché no, di un Fulci, di un Bava, di un Carpenter. Immaginatelo: titoli di testa sul nero, poi un’immagine che via via si fa sempre più chiara – siamo in una palude, di notte, una notte blu, come detto; i gufi dialogano tra loro, in quell’idioma monosillabico e torvo, la cinepresa, a pelo d’acqua, si muove in un piano sequenza lento, facendosi strada tra fitti banchi di nebbia.
E invece no, questo non è l’incipit di un libro, tantomeno di un film. E io non sono Lucarelli quindi potrei pure abbozzarla di fargli il verso.

paura, eh?

Questo è l’inizio di un album, un album di più di vent’anni fa – un album di un gruppo black metal, o di chissà quale tremendo cantautore nichilista. No ragazzi, vi sbagliate ancora: questo è l’incipit di un album che porta un bizzarro titolo, “Fast Stories… From Kid Coma”, ed è uscito nel 1995, ben ventidue anni fa. Se il titolo non vi dice niente, vi dico che il disco è firmato dai Truly. Se neanche questo nome vi dice niente, nessun problema, c’è “Strange Tales” a spiegarvi tutto; anche perché se l’album sopracitato non fosse uno dei più sottovalutati degli anni novanta, e la band che l’ha registrato non fosse composta da uno dei più strambi unsung heroes che l’ ”alternative nation” ci ha concesso, beh, non saremmo qua a parlarne.

Prima di tutto, un luogo e un contesto storico ci sono utili per cercare di capire il chi e il come: Seattle, metà anni novanta. Già ho detto tutto, forse. L’Uomo di Aberdeen ha deciso di premere il grilletto dalla parte sbagliata, e un po’ tutti sanno cos’è successo, poi: l’onda d’urto chiamata grunge svanisce e si disperde in molecole come i pezzetti di cranio e le cervella del biondino sul vetro dell’ampia serra, e la morte clinica è certa, non solo per il portavoce di quella generazione – il bue più grosso a trainare quella che era diventata a tutti gli effetti una tendenza – ma anche per il grunge stesso, anche se lì per lì, milioni di ragazzini con la maglietta con le faccine sbombolate disegnate sopra non lo sanno, persi come sono nel cordoglio.
Da quell’aprile all’anno successivo, pare sia passato un secolo, e invece i baluardi residui della scena sono sempre lì, a sudare, cantare, portare la croce, a ricordare con dolorosi e sentiti omaggi l’ennesimo martire; in testa, Soundgarden e Pearl Jam, che si godono ancora il successo delle release che, de facto, sanciscono la fine di quella stramba, eccitante e breve stagione – rispettivamente “Superunknown” e “Vitalogy”; due dischi strabilianti, che verranno ricordati finchè ci sarà buonsenso su questa terra (ne è rimasto veramente poco, signora mia), eppure i Nostri paiono crederci un po’ meno del solito. A dare la mazzata definitiva, il ritorno in studio degli Alice in Chains, con un atteso e dolorosissimo album omonimo (anche se io preferisco chiamarlo “il cane”) che è un autentico lascito da parte del leader Layne Staley – che nello stesso anno si presenta al consueto appuntamento con le sessioni acustiche di MTV (se non lo facevi eri sfigato, evidentemente) con una brutta, bruttissima cera, passo claudicante, occhiali da sole e voce rotta, spezzata da un lamento continuo. Layne se ne andrà sette anni dopo, anche se, fa male dirlo, lo sapevamo di già.

il cane.

Insomma, “il cane” guaisce e a tratti morde, ma ci fa capire, con il suo portamento sbilenco e tripode, mesto e aggressivo allo stesso tempo, e con sottilissime trame devote alla disintegrazione (fisica, morale, spirituale), che le banane sono finite, les jeux sont fait.
Quindi ok, il millenovecentonovantacinque è un cazzo di cimitero, ma le case discografiche, i poteri forti, decidono che no, non si sono ancora fatti abbastanza soldi, con questa storia dei ragazzi arrabbiati del grande e desolato nord americano, in camicie di flanella e stivali, e che se Seattle non ha proprio molto da offrire, beh, tanto vale cercare altrove. E così, come edere coatte in giardino, spuntano e si ramificano copie spurie dei vari Nirvana, Soundgarden, Pearl Jam o chi per loro: balocchi insulsi e piuttosto inoffensivi, come i tre neo-adolescenti australiani Silverchair, robe insignificanti come i Candlebox, o altre cose decisamente inquietanti e disgustose come i Creed o i Bush (chi dimentica è complice) saturano il mercato ad un ritmo folle, lasciando, nella maggior parte dei casi, la scia luminosa e cortissima delle meteore più caduche, ma anche rimpinzando ulteriormente i già pingui ventri dei mostri della discografia americana.
E poi c’è Capitol Records, una delle etichette più anziane e rispettabili degli Stati Uniti, portata avanti da una tradizione di tutto rispetto, ma che in quel periodo arranca, sorpassata da destra da etichette satellite per conto di grandi multinazionali che fiutano con maggior anticipo ed efficacia i talenti più potenzialmente remunerativi, e che possano cavalcare l’onda di quel successo con più resilienza e per più tempo. Capitol però non ci sta, e ovviamente vuole partecipare anche lei a questa folle corsa all’oro: m’immagino, non senza una certa ironia, gli A&R (i talent scout, in soldoni) dell’etichetta sguinzagliati a rotta di collo come segugi a scandagliare con minuzia ogni lembo d’America, a scovare potenziali “one-hit-wonders” nei luoghi più disparati, dai bar più infimi alle sale concerti. Poi, consultata una lista finale dei papabili concorrenti ad un lauto contratto discografico, l’ignaro talent scorre scorre e scorre tra i nomi, rendendosi conto che poi, alla fine, non valeva la pena cercare tanto oltre i confini dello stato di Washington: c’è un gruppo, che risponde al nome di Truly, che ha all’attivo un EP, nientemeno che su Sub Pop (buon segno), che vanta un ex membro dei Soundgarden in formazione (buonissimo segno), e che è stato scelto per aprire numerose date degli stessi Soundgarden in Nord America, in un tour recente (ottimo segno). Sono fautori di un sound che non è strettamente grunge, almeno, non lo è nelle intenzioni: il look, il suono, l’attitudine, ci sono tutte. I brani sono catchy e aggressivi al punto giusto, ma il retaggio, le sfumature e i testi – soprattutto i testi – si rifanno ad una psichedelia rarefatta, acida che pare una cugina schizoide di quella vissuta e suonata nei gloriosi anni sessanta. Ci può stare. C’è però anche il fatto che quell’EP su Sub Pop, che risponde al nome di “Heart and Lungs”, sia uscito ben CINQUE anni prima. Dopo, il silenzio discografico più totale (ok, una capatina nella colonna sonora del film generazionale “Singles”, di Cameron Crowe, la fanno pure loro, ma è veramente poca roba).
Che si fa, allora? Si mettono sotto contratto? Vada per il si, in buona fede.

E’ così che tre residuati bellici dell’era della flanella si ritrovano su di un piedistallo, contratto onerosissimo con scadenza fissata dopo il terzo album, prolungamento da trattare in base ai risultati di vendita; introduciamo i tre (ex) carneadi, per dovere di cronaca: Mark Pickerel, un tizio minuto, col ciuffone rockabilly e dallo sguardo cauto, tutt’altro all’aspetto che un sordido rocker del nordovest, batterista ed un passato negli Screaming Trees di lord Mark Lanegan; Hiro Yamamoto, bassista, americanissimo a dispetto del nome e una militanza sin dagli albori nei Soundgarden – i primi, crudi Soundgarden, quelli che vanno da “Screaming Life-Fopp” e “Ultramega OK” (su SST, etichetta che ha lanciato anche i Black Flag, non dimentichiamocelo) a “Louder Than Love”, per intenderci – che lascia proprio quando Cornell e soci stanno per compiere il grande salto discografico con “Badmotorfinger” (anno di grazia millenovecentonovantuno, e che anno signori); e poi c’è lui, quello che a conti fatti è il leader della combriccola, Robert Roth, voce e chitarra, ma che a dispetto della sua posizione all’interno della band, pare piuttosto provenire da un’oscura terra di nessuno. Tutti si chiedono chi sia, questa sorta di surrogato di Syd Barrett, torvo com’è sulla chitarra a sparare vibrazioni acide, a pigiare sui pedali a piedi nudi come un ossesso, con una fitta radura di capelli corvini e disordinati a coprire il volto pallido e tagliato. Si dice sia uno dei tanti che, provenienti dalla grande provincia americana, grigia ed avida di opportunità, si sia trasferito a Seattle quando si cominciava a percepire un certo movimento; si dice che abbia militato per anni in oscure formazioni di stampo post-psichedelico, che sia un autentico cultore della generazione dei fiori e dell’amore libero, che abbia vissuto da clochard per un periodo, guadagnandosi il pane a forza di mance e spicci, suonando per la strada – una leggenda, portata per bocca di Eddie Vedder, vuole che lui fosse il terzo coinquilino nella casa in cui il buon Ed conviveva con Chris Cornell, ed in cui i due si conobbero prima di partecipare alla realizzazione del progetto Temple of the Dog (in memoria di Andy Wood, altra grande vittima, ma mai così compianta, di quel periodo). Un terzo coinquilino tuttavia chiassoso, scontroso e dal carattere difficile, piuttosto taciturno ed abituato, più che alle buone maniere, a scovare e rincorrere demoni in fondo ad incalcolabili bottiglie di gin. Una sorta di Bukowski senza il dono dell’eloquio brillante, potremmo dire.
Insomma, dai a questi tres caballeros un leggerissimo budget di CENTOCINQUANTAMILA dollaroni e questi ti spaccheranno in due le classifiche di vendita. Forse.
Le sessioni per “Fast Stories” si svolgono principalmente a cavallo tra il ’94 e l’anno successivo, perché molti dei brani che finiranno nel missaggio finale dell’album sono demo che la band aveva già preparato per un’eventuale release successiva su Sub Pop (con cui sono, legalmente, ancora sotto contratto, difatti c’è il logo dell’etichetta nel retro, ma la distribuzione è della major); a coadiuvare la band in fase di produzione, Adam Kasper, non di certo il Rick Rubin di turno, ma un più che onesto mestierante (nasce infatti come tastierista turnista) che aveva messo le mani su nientemeno che il già citato “Superunknown”- ai piani alti pensano: se questo ha levigato il sound di un bestseller, farà grandi anche i Truly.
Niente di più sbagliato: Kasper dichiarerà in seguito che l’esperienza è stata una delle più terribilmente deliranti della sua carriera, non tanto per il mite Pickerel, o il vispo e collaborativo Yamamoto (il cui nome compare nella maggior parte delle tracce, nonostante tutto), ma per il caratteraccio di Roth, che vuole il che il disco si allontani il più possibile dalla volontà dell’etichetta, che suoni in un certo modo, con dei certi suoni, e con un running time senza alcun tipo di cesura – tredici sono le tracce che abbiamo portato, e tredici sono quelle che finiranno nell’album; se c’è da svarionare un secondo di più in un brano, ecco fatto, portiamo la bobina in fondo, fino a che non si esaurisce.
Kasper, infatti, sarebbe propenso ad avviare un processo di digitalizzazione sulle tracce, tecnica tutto sommato molto costosa all’epoca, ma efficace, anche alla luce dei risultati ottenuti con il disco dei Soundgarden; Roth no, Roth vuole la crudezza dell’analogico, costi quel che costi. E fin qui niente di particolarmente opinabile, se non che, a registrazione finita, molti dei nastri vengono imbevuti di alcool (non si capisce né come né perché), e poi lasciati a seccare al sole. Cazzo, è finita, pensa Kasper; no, rifare tutto no, non sarebbe possibile, costa troppo, anche se tutto suona tremendamente storto. Perdipiù, l’etichetta fa la posta allo studio di registrazione di Kasper, perché i nastri sono in ritardo, e non di poco, ma di qualche mese.

Insomma, a missaggio finito, i nastri imbevuti vengono spediti in fretta e furia alla Capitol, che si ritrova tra le mani un album che si presenta come un oscuro e confusionario concept sui sogni lucidi di un ragazzino, ben più lungo di quanto aspettato (più di un’ora di musica), con un ritardo pazzesco nella consegna e delle tracce che paiono avere degli strani difetti nella resa del suono. E che puzza terribilmente di Talisker. Ovviamente i piani alti reagiscono di conseguenza, e “Fast Stories” esce nel giugno del novantacinque senza alcun tipo di promozione, gettato nella fossa dei leoni così, indifeso e senza futuro. Ovviamente, non farà faville in termini di vendite, tanto che Robert Roth, intervistato dall’NME nel tour europeo di supporto al disco, accuserà l’etichetta di averli abbandonati, di essersi dimenticata di loro, senza aver avuto la minima pazienza necessaria per far decollare il progetto – la conseguenza è una storia più o meno analoga per l’album successivo, che a detta della band è già pronto dopo appena due mesi dall’inizio di un tour male allacciato, e con date qua e là alla rinfusa. Il “sequel” porta il nome di “Feeling You Up”, esce quando il gruppo viene retrocesso alla sussidiaria Thick Records (il contratto con Sub Pop è già scaduto), e paradossalmente presenta una produzione più levigata, volendo più radio-friendly. E indovinate chi c’è dietro al banco? Lo stesso Roth, che ok sì, sarà uno scontroso rompiballe, inacidato fisso dai fumi dell’alcool, ma possiede anche un talento cristallino, ed è capace di scrivere cose che pacificano il gap generazionale tra i figli dei fiori e la generazione X.

Ma questo “Fast Stories” com’è invecchiato, più di vent’anni dopo? Benissimo, cazzo – sennò non perdevo ore e ore a scriverne, no?

Ebbene, il concept sugli svarioni della fase REM, in realtà, c’interessa poco: ciò che interessa è che quel whiskey o gin o qualsiasi altro superalcolico fosse è finito su quei nastri per un segno del fottuto destino, perché tracce come “Blue Flame Ford”, o “Soul Slasher”, oppure la conclusiva “Chlorine” non sarebbero mai uscite così sbilenche ed affascinanti, con quella patina da colonna sonora di b-movies sui fattoni che si spaccano di acidi ad Haight Ashbury durante la summer of love (che viene anche citata, ma non è quella del sessantotto bensì la “Hot Summer 1991”). E’ un disco che ha tutta la carica del rock di Seattle, c’è poco da fare (“Leslie’s Coughing up Blood”, a cui va la palma come miglior titolo), ma c’è anche la parte “freak”, quella più teneramente affezionata alle stortezze dello psych rock, come la cavalcata epica di “Hurricane Dance”. La voce di Roth è ruvida e a volte distorta, semplice e dritta al punto, ancora oggi; semplice e schietto, come il disco stesso, che però nasconde tra i suoi solchi talvolta spessi e irruenti, lievi sfumature che distinguono i nostri dai tanti altri sopracitati emuli di quella breve, sfortunata e magnificamente epica avventura.
Se giri il disco troppe volte nello stereo, rischi di prendere la ciucca, di perdere la brocca, ti avverto. Ma la goduria è totale, amico, te lo posso assicurare.

hel ter.

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