STRANGE TALES: LITUANIA 92, L’ALTRO DREAM TEAM.

Chi ci legge da tempo lo sa, Strange Tales si è sempre, nel bene o nel male, occupata di ricordare e celebrare gli incompresi, gli esclusi: in una parola, gli outsiders.
E il ruolo dell’outsider è senza alcun dubbio un ruolo predominante negli schemi reiterati dall’epica, in senso lato – basti pensare ad un mito piuttosto celebre, quello del piccolo Davide che sconfigge Golia; allo stesso modo, la figura dell’outsider viene traslata nell’epica, quella sportiva, dominata dalla logica di due forze che si oppongono, e dallo strano sortilegio dei pronostici, che impongono, giocoforza, un favorito tra i due. E non ce ne voglia Le Corbusier.
Ed è proprio una storia di sport, quella che mi appresto a raccontarvi: una storia (al solito) insolita, che parla di libertà e rivincita, ma anche di musica, nel suo piccolo. Una storia che proviene dallo sport che forse ha maggiormente sviluppato una propria epica, fatta di personaggi assurdi, quasi irreali, partite ed eventi memorabili, perché questa è la storia della nazionale di pallacanestro Lituana alle Olimpiadi del 92.

Quando si parla di Dream Team in ambito strettamente cestistico, la prima immagine che ci balza in testa è quella dell’iridata selezione statunitense che partecipò alle Olimpiadi di Barcellona del 1992. È certamente la più grande squadra mai assemblata: due generazioni dei più grandi campioni che abbiano mai agito sui parquet dell’NBA, tutti assieme, in un team da sogno, appunto – vecchie glorie, come gli eterni rivali, i nemici-amici “Magic” Johnson e Larry Bird, e le nuove leve (già affermate, per la cronaca), come “His Airness” Michael Jordan e Charles “The King” Barkley, tutti sotto la guida di coach Chuck Daly (un vero e proprio monumento del basket americano) a fare da trait d’union, a segnare la linea tra due ere di pallacanestro giocata. Solo a vedere la totalità della rosa selezionata, c’è da star male: Karl Malone e John Stockton, compagni di squadra negli Utah Jazz (una delle squadre più belle e sfortunate dell’NBA di quel periodo), a loro modo alchemici ed armonici, al limite della telecinesi; e poi ancora, Scottie Pippen, uno di cui il cognome può fraintendere i profani, ma qui si parla di uno forte-forte, uno dei migliori di tutti i tempi nel suo ruolo, una sorta di muro invalicabile sotto al canestro – e basta pensare che uno come Larry Bird, forse più per un discorso di acciacchi fisici e “anzianità”, non era mai nello starting-pack. Erano talmente forti che gli avversari alle volte proprio non volevano giocare, erano più che altro preoccupati a fare fotografie – cosa che assurdamente avvenne, alla primissima partita contro i cubani, che nascosero nelle calze delle macchine fotografiche usa e getta, ed ogni volta che un giocatore cubano andava a marcare in post basso Magic Johnson un suo compagno che si era messo d’accordo con lui scattava la foto per immortalare il magico momento. Ma che cazzo vi fumate in quei sigari?

Quella squadra, manco a dirlo, vinse tutte le partite, e giunse alle semifinali, dove incrociarono una nazionale per così dire, “neonata”: la Lituania era infatti reduce, dopo la caduta del Muro, dalla secessione dall’Impero Sovietico, e si trovava a disputare la sua prima competizione da nazione indipendente; una nazione piccola, orgogliosissima, piena di talento, persa nei lembi più remoti del Mar Baltico. Questa partita, però, in un certo senso aveva già avuto atto quattro anni prima, proprio durante le Olimpiadi precedenti, quelle di Seoul: si, perché l’Unione Sovietica (l’ultima esistita, praticamente) batte gli USA in semifinale, ed è una partita piena di controversie, storica in tutti i sensi, con la nazionale statunitense battuta all’ ultima sirena, che torna a casa a capo chino trascinandosi una coda di controversie e rivendicazioni, i sovietici celebrati dal pubblico coreano e portati a gloria dentro al palazzetto, con lo spettro della guerra fredda che aleggiava indisturbato. Quella partita, come dicevamo si è già giocata: la selezione sovietica è trascinata dai due talenti di origine lituana, sicuramente le punte di diamante del quintetto, che loro malgrado erano costretti a giocare per l’Unione, pur odiandola e ripudiandone i colori. Quei due erano Sarunas Marciulionis e Arvydas Sabonis, i veri e propri protagonisti di questa incredibile storia. Il primo, personaggio piuttosto controverso: è stato il primo giocatore lituano a giocare nell’NBA, approdando nel 1989 ai Golden State Warriors; l’Unione non gliel’ha mai perdonata, e così Marciulionis si ritrova, di tanto in tanto, a dover tenere conferenze stampa in cui si trova costretto a leggere discorsi filo-soviet scritti da chissà quale razza di ghost writer, perchè la sua famiglia è minacciata e tenuta sotto sorveglianza. L’altro invece… beh, l’altro è semplicemente uno dei pivot più forti della storia del gioco, sicuramente il più forte di tutti i tempi, fino ad ora, in Europa: un giocatore maestoso, una sorta di David Byrne al cubo (la somiglianza con il leader dei Talking Heads mi ha sempre fatto

Il David Byrne lituano ai tiri liberi con la maglia dei Blazers.

piuttosto ridere) dotato di una visione di gioco soprannaturale ed una disarmante coordinazione fisica, una grazia nei movimenti che raramente si confà ad un cristiano di 130 chilogrammi per 2 mt e 20. Tanto maestoso quanto sfortunato, però: a vent’anni, Sabonas gioca nella squadra della sua città natale, lo Zalgiris di Kaunas (uno dei centri nevralgici industriali della Lituania), contribuendo alla conquista del campionato sovietico; il ragazzo gioca bene e dimostra già di avere la stoffa. Infatti l’anno successivo gli Atlanta Hawks si accorgono di lui, e lo draftano al primo turno, ma Sabonis non può muoversi dall’URSS perché un cavillo burocratico imposto dal campionato americano impedisce a giocatori che hanno meno di ventun anni (la maggiore età per gli statunitensi) di giocare in qualsiasi franchigia di entrambe le conference. Dice: “è sfortuna, sarà il caso, sicuramente la burocrazia non mi fermerà”; qualche mese dopo, però, Arvydas si infortuna gravemente al tendine d’Achille, rischiando seriamente di dover concludere la sua carriera. Poi gli anni passano, la riabilitazione riporta Sabonis sul parquet e il resto, come si suol dire, è storia. Lo abbiamo infatti lasciato così, Arvydas: ipocritamente felice, tra mille corpi urlanti e festanti, nella sports arena di Seoul, pochi minuti dopo L’Impresa, con la I maiuscola; Larry Bird bestemmia in faccia ad un arbitro dall’altra parte del campo, mentre Arvydis ha trionfato, è provato dalla sfida ed è madido, con le luci dell’arena che luccicano sul suo corpo massiccio e statuario.
Ha una medaglia al collo, ma l’aria di uno che non ha troppa voglia di festeggiare.

Marciulionis (il primo da sx) e Sabonis (il terzo da sx) non sembrano molto contenti: hanno appena vinto la medaglia d’oro con la casacca dell’odiata URSS.

Poi cade il Muro, e Sabonis intanto è in Spagna, a Valladolid, a far faville, come sempre. Addirittura si vocifera che il KGB sia sulle sue tracce, e lui, visto che è un ragazzo vispo, escogita un espediente cervellotico e geniale per sfuggirgli: faceva affittare delle grandi Cadillac dentro le quali scappava viaggiando dentro al bagagliaio, ogni volta che sospettava che lo stessero pedinando. Non fa una piega.
Insomma, la semifinale che si è già giocata si rigioca, di nuovo, in un palazzetto stracolmo: gli outsiders contro il Dream Team, Davide contro Golia. Questa volta, però, ha ragione il pronostico: è 127 a 76 per i ragazzi prodigio di coach Daly. L’altra semifinale intanto se la giocano un’altra nazione nata da poco, la Croazia, e la Comunità degli Stati Indipendenti, ovvero ciò che rimaneva dell’ormai ex-Unione Sovietica: vincono i croati, e per una volta, pare proprio che la finale per il bronzo sia più importante di quella per l’oro, almeno per Arvydis Sabonas.
È l’8 agosto, ed al Palau d’Esports è in scena quello che è considerato come il vero e proprio atto d’indipendenza dello stato Lituano: trascinati dai suoi due fenomeni, i lituani battono la Comunità degli Stati Indipendenti 82 a 78 dopo una partita combattutissima, con la tripla vincente messa a segno dal “dissidente” Marciulionis. Nel dopopartita, la nazionale lituana festeggia per le ramblas di Barcellona e c’è chi giura di aver sentito Sabonis inveire contro il KGB, in preda all’entusiasmo ed ai fumi dell’alcool, ed urlare: “ADESSO LE CADILLAC NON MI SERVONO PIU’”. Quella che in gergo verrebbe definita una “finalina”, per Sabonis, valeva molto, ma molto di più della finalissima olimpica di soli quattro anni prima: valeva il prezzo della libertà.
Sabonis, successivamente, dopo un’esperienza al Real Madrid riuscirà finalmente ad approdare nella prestigiosa NBA, vestendo per molti anni la casacca dei Portland Trail Blazers – con cui rischierà di vincere pure un campionato, se non fosse per l’altro lì, coso, come si chiama.. insomma, quello piuttosto bravo che giocava nei Bulls.

I lituani hanno vinto la medaglia di bronzo, ed ottenuto la propria indipendenza giocando una bellissima pallacanestro.

Adesso, dimenticatevi per un attimo la storia dei vincitori e dei vinti, di Le Corbusier e di tutto il resto, e concentriamoci su un dettaglio: in quella finale per il terzo-quarto, la nazionale Lituana si presenta in campo non con la canonica divisa di gioco biancoverde, ma con una mise alquanto insolita per una squadra di pallacanestro. I nostri entrano sul parquet tra gli applausi del pubblico vestendo una casacca coloratissima e tappezzata di motivi psichedelici, con una sorta di illustrazione che raffigurava uno scheletro schiacciare a canestro – “Sembra Sarunas (Marciulionis) che schiaccia a rete”, ebbe a dire il general manager della selezione Donnie Nelson, insolitamente statunitense: “Sarunas, morto stecchito, che schiaccia a rete. Brilliant”. 
Allora, perché quella divisa da fricchettoni, piuttosto che uno sponsor tecnico appropriato?
Nel 1991, la nazionale Lituana venne de facto costruita a tavolino da Marciulionis (che in seguito fu nominato capitano) e da un suo compagno nei Warriors, Donnie Nelson (figlio dell’allenatore Don Nelson), che sarebbe appunto diventato general manager di quella compagine; l’episodio balzò alla cronaca negli Stati Uniti, anche perché i fondi per finanziare la spedizione olimpica scarseggiavano, e sborsare il necessario di tasca propria sarebbe stato un vero e proprio suicidio per il solo Nelson. Così, tutti gli altri giocatori dei Warriors – e ad un certo punto la franchigia stessa – decisero di propiziare l’avventura olimpica di quel manipolo di reietti e dissidenti, con l’ausilio di un altro investitore.
Una mattina, infatti, un placido uomo sulla cinquantina si sarebbe svegliato nella sua baia, a San Francisco, ed avrebbe letto sul giornale la notizia, con gli occhi gonfi di chi si è appena svegliato. Quell’ uomo dice, tra sé e sé: “Questi lituani mi stanno già simpatici dalla faccia, perchè non dargli una mano?”, e decide di finanziare di tasca propria la produzione delle divise di gioco. Quell’uomo sulla cinquantina, con una barba da asceta, i capelli arruffati in un groviglio cespuglioso e lo sguardo calmo e carismatico, è stato uno dei più grandi chitarristi della storia, nonché il leader di una delle band più importanti e significative della storia del rock: il suo nome era Jerry Garcia, leader, chitarrista e portavoce dei mitici ed immortali Grateful Dead.

hel ter.

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