Strange Tales. Commiato a Charles Manson.

Oscenità varie

Cos’è esattamente un culto? Sentiamo spesso questa parola, pronunciata, citata, scritta, a volte a sproposito, mentre in altre circostanze appare un termine appropriato nel descrivere qualcosa di ambiguo, oscuro; è un termine non esattamente definito all’interno di un campo semantico: viene molto spesso accostato a un qualcosa di sinistro, correlato ad un concetto religioso/mistico, seppur tendente al maligno, ad una connotazione perversa, non esattamente biblica. Ma si può anche sentir qualcuno dichiararsi come cultore: un cultore del benessere, del calcio anni settanta, della Hollywood anni cinquanta, dei prodotti Apple, o più d’uopo in queste istanze, di uno specifico artista e/o genere musicale. E anche i film, come ad esempio Il Grande Lebowski, dei fratelli Coen (1999) o Blow Up, di Michelangelo Antonioni (1967), vengono definiti come pellicole cult.
Quindi, esaminiamo un attimo la radice, l’etimologia di questo termine: in origine, il significato più atavico e puro di questo vocabolo era correlato a piccole schiere di seguaci che facevano le veci di entità sovrannaturali, o divinità minori, o santoni o demiurghi che infondevano in quel manipolo di “discepoli” una scienza, o una dottrina specifiche – gli Apostoli, così come gli Epicurei, possono essere definiti tra i primi cultori che la Storia abbia mai rappresentato.
Varie divinità della Grecia e della Roma antiche, come Apollo o Dioniso, avevano il proprio, specifico culto. La pratica, come detto, ha trovato un seguito nel Cattolicesimo, che a sua volta ha generato altri culti dedicati a santi specifici (i Francescani, ad esempio). È da qui, dai prodromi di questa pratica antropologica e sociale, che si riscontrano i fasci di luce, i significati più reconditi e positivisti della terminologia, e da qui, i nostri cultori, che amano lo sport così come la musica, l’hi-tech così come il giardinaggio, e via dicendo. Ma, seguendo una dicotomia vecchia quanto il mondo, e quantomai veritiera, ogni volto ha il suo contrappeso, la sua metà oscura, l’altra faccia della moneta: solo la Storia, recente o meno, può dichiarare quanto e come il paradigma del culto si sia esteso da semplice dottrina e propaganda di valori (più o meno condivisibili, questo sta a voi deciderlo), a estasi del male, congrega di opere maligne, focolaio di immonde credenze e atti deprecabili. E, da questo punto in poi, abbiamo visto cosa è successo: culti che “uccidono” altri culti… del tipo: quante vittime innocenti ha fatto l’Inquisizione? O la caccia alle Streghe? Oppure ancora, le guerre razziali tra gli Indiani d’America, o le tribù in centro Africa? Subculture che ne affossano altre, idee che si combattono, che collidono, che a tratti, inspiegabilmente, si completano. Ma per cosa?

 

“Io sono stato allevato dal Ventesimo Secolo, non sono responsabile delle azioni degli altri”.

Charles Milles Manson, in un’intervista per la RAI, primi anni Settanta.

Prime scappatelle.

Charles Manson, come molti di voi sapranno, si è spento lo scorso 19 Novembre, sette giorni dopo il suo ottantatreesimo compleanno, al Kern Country Hospital di Bakersfield, California. Manson era da anni rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Corcoran, situato in una porzione alquanto rurale e brulla della California, un tratto spoglio di territorio attraversato da una lunga ferrovia, e poco altro: una fotografia stridente con la polaroid iper satura che, nella cultura popolare, pone la California come il concetto ultimo e platonico di “luogo solare”, di “divertimento”, di “opportunità”.
E così lo era, alla fine degli anni Sessanta, quando la siddetta controcultura andava affermandosi e numerose schiere di giovani ambiziosi, artisti, scrocconi e festaioli ciondolava in quel laccio di Pacifico, tra la rinomata e lucente Los Angeles e la “Frisco” ammirata e cantata da aedi in erba come Hendrix, o i Love, o Scott McKenzie (che a voi suonerà come un carneade, ma non lo era affatto, all’epoca, tanto che la sua San Francisco divenne l’inno ufficiale della gioventù del Peace&Love), oppure sbeffeggiata senza pietà da caustici visionari come Zappa e le sue “Mothers” nel capolavoro We’re only in it for the Money (1968), troppo avanti per essere compreso all’epoca, troppo sarcastico e “minchione” da essere oltremodo frainteso. Ma non è questo l’effetto che fanno i visionari, i crazy diamonds che galoppano nelle loro praterie ideologiche, intonse e mai calpestate, visitate, ritratte? L’incomprensione è una costante, una frustrazione perpetua con la quale ogni singolo genio, o presunto, o autodefinitosi tale, deve fare i conti, prima o poi.

Crocevia di una generazione, e di una intera subcultura.

In quest’enorme gabbia di matti, attivisti, cantastorie, menestrelli, prestigiatori, fachiri e odalische della controcultura sessantiana, in questa carovana, sboccia un papavero nero, un personaggio che raccoglie in sé tutti i tòpoi di quel pensiero, di quel modo di vivere, e al tempo stesso li infrange, li annulla: Charles Manson, da Cincinnati, di madre puttana, di padre ignoto, scende a valle dalle Californian Hills, dalle sue scorribande di gioventù, per suggellare il suo status di rawd dawg, di cane sciolto: esce di galera (una delle prime, ma tante, tante volte dietro le sbarre) nel sessantasette, e decide deliberatamente di divenire un musicista hippie. Proprio così, come se, già all’epoca, si potesse definire, registrare deliberatamente una professione con il suddetto titolo. E lo fa con le sue ragioni: Manson ha già di per sé una voce molto limpida, chiara, pungente, persuasiva; poi, in carcere, prende lezioni di chitarra da un personaggio piuttosto controverso, Alvin Karpis, che nel periodo della Grande Depressione mise in atto una serie di rapine a mano armata in Kansas – una personcina encomiabile, uno dei quattro criminali americani che ha avuto l’onore di fregiarsi del titolo di “Nemico Pubblico n.1” dall’FBI, e l’unico di questi quattro ad essere catturato vivo; gli altri tre (John Dillinger, “Baby Face” Nelson e “Pretty Boy” Floyd) furono uccisi durante inseguimenti e cacce all’uomo. Inoltre, studia a fondo la necromanzia, la magia nera, e la dottrina occulta di Aleister Crowley, il Thelema. Forte di queste convinzioni (e di un Q.I. di 109, perché è anche di questi privilegi che i veri geni si fregiano), Manson come detto scende a valle e convince tutti, dalle teste coronate della scena artistica locale alle groupies che girovagano nelle comuni tra Haight ed Ashbury (si fa chiamare, con spirito dionisiaco, “The King of Shags”, ovvero, letteralmente, il “Re delle Scopate”); intrattiene rapporti con personaggi di spicco di quell’humus, autentici guru come il controverso “regista dell’occulto” Kenneth Anger, autore del cult (rieccoci)“Lucifer Rising”, la cui colonna sonora è stata dapprima affidata a Jimmy Page (altro personaggio che in fatto di lati oscuri e occultismo calza a pennello), poi a Bobby Beausoleil, giovane musicista e compositore in erba, nonché, guardacaso, uno dei componenti più autorevoli della combriccola di seguaci di cui Manson inizia a circondarsi. Riesce addirittura a convincere Neil Young delle sue qualità di cantastorie, tanto che il canadese tenta di farlo ingaggiare dall’etichetta per cui incideva all’epoca, la Reprise.

Le donne della “Family”. Da sx: Susan Atkins, Patricia Krenwinkel e Leslie Van Houten.

Ma soprattutto, come detto, convince tanti bei giovani, come “Tex” Wilson, Linda Kasabian o Susan Atkins, a seguirlo nel suo percorso di perdizione lastricato di droghe allucinogene, riti orgiastici e baccanali: il suo personale “harem” di freak e menti annebbiate, intenti poco chiari, esoterismo da discount e psichedelia mandata in reverse su giradischi guasti. Nasce la famigerata Family. Non quella delle Sister Sledge, ma quella che, nella notte tra il 9 e il 10 Agosto del 1969, compie uno tra i più efferati e tristemente noti massacri della Storia recente, irrompendo dapprima nell’abitazione dell’attrice Sharon Tate al 10050 di Cielo Drive, tra i verdi e placidi colli di Hollywood, e successivamente nella villa dei coniugi LaBianca. La Tate, all’epoca incinta di otto mesi, aspettava un figlio dal regista Roman Polanski: nel momento in cui il regista era a Parigi per lavoro, l’irruzione violenta della Family pone fine all’esistenza della bella Sharon e a quella del figlio che portava in grembo, oltre a quella degli altri tre ospiti dell’abitazione; stessa sorte occorre a Leno e Rosemary LaBianca, la cui casa in puro stile borghese americano viene imbrattata sulle pareti bianche con il loro sangue: le scritte “Pigs” ed “Helter Skelter” sono la traccia di una visita poco gradita, nonché versi trafugati da due brani contenuti nel celebre album bianco dei Beatles, nel quale Manson pare aver colto significati subliminali, messaggi reconditi che lo hanno spinto verso una “missione”, e nei quattro ragazzi di Liverpool la figura dei cavalieri dell’Apocalisse del Vecchio Testamento.

Veduta aerea di 10050 di Cielo Dr., teatro del massacro.

Uno dei fatti più curiosi emersi a posteriori dal fattaccio, è che tutto fosse stato orchestrato per poi far ricadere la colpa sugli esponenti del Black Power (una “delegazione” californiana delle Black Panthers, o giù di lì) per poi scatenare una guerra razziale – cosa che effettivamente è avvenuta, nello stesso luogo, una ventina di anni dopo circa, con il brutale pestaggio del tassista Rodney King per mano di diversi agenti del LAPD. Insomma, ecco che ritorna la tematica fondante: un culto, questa volta effimero, che cerca di affossarne un altro, di generare scompiglio. Una mossa rivoluzionaria, un colpo di genio, oppure un atto spregiudicato governato e dettato dalle scarabocchiate politiche del caos? È sicuramente una delle teorie più autorevoli, per quanto strampalata (ma cosa non lo è, nelle cronache mansoniane?), quella che la Family fosse spinta, oltre che da una certa passione per il ritualismo e le droghe psicotrope, anche da un atavico ed ottuso senso di white supremacy. Questo è uno dei tanti bocconcini serviti di tacco allo sciacallaggio mediatico per aggiungere una tacca, una stella al disonore sul petto di Manson, quasi a rafforzarne l’aura malevola, tanto da metterlo al pari di personaggi come Hitler, o Giuda Iscariota. Quegli omicidi, inoltre, hanno generato una perversa subcultura, de facto distruggendone un’altra, e generando il culto, l’ennesimo, degli snuff movies, le inafferrabili leggende urbane (almeno quanto quelle dei coccodrilli nelle fogne di Manhattan) di misteriosi nastri provenienti dal Sud America che contenevano immagini di sevizie, torture ed omicidi reali, ma che nessuno aveva mai visto né reperito in alcun modo. Su questo immaginario, un numero inestimabile di band (tipo gli Psychic TV, i Brian Jonestown Massacre o gli Electric Wizard) ha fondato la propria estetica, rendendolo per giunta un tòpoi stilistico ad uso e consumo di molti.
Ne ha fatte di cotte e di crude, lui, per farsi addirittura definire dalla stampa e dai media come l’Anticristo (e no, non stiamo parlando di Marilyn). Eppure, a Charlie, questo soprannome non dispiaceva affatto. Non staremo neanche a puntare il dito contro il bieco sensazionalismo e le cronache che hanno portato il buon Charlie, anima pia, sul gradino più altro della piramide dei “più grandi serial killer d’America”, i “Più Mitici-Crudeli-Pazzi assassini della Storia-del-Mondo-dell’Umanità”, ed altri ridicoli titoli da Studio Aperto; non ci sprecheremo in teorie e spiegazioni per avvalorare il fatto che no, Manson non era un assassino, perché di fatto, lui, non ha ucciso nessuno: Manson, piuttosto, ha ucciso il movimento hippie. Ha spazzato via il buonsenso, i falò sulla spiaggia, la rinnovata fiducia verso un mondo più pacifico, le serate di Haight-Ashbury, e ci ha sbattuto in faccia l’abuso di droghe, il ritualismo, Altamont.

Attimi di terrore ad Altamont, nel 1969, culminati con un bilancio di 4 morti e più di 500 feriti.

Manson ci ha dato un lato oscuro, grazie a quella che, a distanza di anni, da molti è considerata un’autentica dichiarazione d’intenti, piuttosto che l’insensato capriccio del leader schizofrenico di una banda di fricchettoni.
Manson E’ il lato oscuro e, in quest’equazione del male che ha soffocato le caleidosocopiche luci di una generazione, ha lo stesso potere sanguinolento e marcio che ha avuto, sulla suddetta generazione, la stessa valenza della guerra in Vietnam. La morte dell’innocenza.

Era un eroe? Un santo, forse? Non credo. Era un profeta, un autentico affabulatore? Senza alcun dubbio. Ed ha continuato ad esserlo, anche dietro le sbarre gelide di Corcoran – come quella volta che, in una delle sue tante deliranti lettere agli “ammiratori” disse che Satana aveva messo una bomba alla Casa Bianca; o quando, pochi anni fa, stava addirittura per sposare una sua seguace, molto più giovane di lui, salvo poi mollarla perché convinto che, alla sua morte, si sarebbe appropriata indebitamente del suo “patrimonio intellettuale”. E poi ancora, figli illegittimi che spuntano dal nulla, ex fiamme che invocano giustizia a distanza di anni per violenze subite (vi ricorda qualcosa?).

Ed ha continuato a darci dentro, il buon Charlie, pure con la musica: nel 1971 esce il suo “album d’esordio” Lie: the Love and Terror Cult, la cui copertina ricalca il layout della celebre rivista Life, e in cui campeggia forse la foto più iconica del buon Manson, con i capelli arruffatissimi, il volto smunto e pallido, gli occhi spiritati e la fronte graffiata da piccoli sfregi. È una raccolta arraffazzonata di tenere ballate folk, frammenti a tratti, piccoli assaggi del suo lato candido, del suo sopito spirito romantico, quello che forse, ancora, credeva nei valori di Pace, Amore e Libertà.
Alla luce di tutto ciò, non ci è chiaro se Manson fosse un assassino, l’Anticristo, un genio, un visionario, un povero folle, o tutte queste cose insieme.
Ciò che è certo, è che lo scorso 19 Novembre, sette giorni dopo il suo ottantatreesimo compleanno, al Kern Country Hospital di Bakersfield, California, è morto uno degli ultimi, veri cult leader della Storia recente.

hel ter.

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