STRANGE TALES: Arthur Brown, il Re del Fuoco.

Musica

 18 luglio 1968: è un caldo pomeriggio, anche nell’algida Terra d’Albione.

Sull’emittente nazionale britannica BBC va in onda, come di consueto, il programma “Top of the Pops”: un format di indiscutibile successo, che incolla milioni di confuse teste adolescenti in salotto al tubo catodico, per seguire le gesta e riconoscere i volti dei campioni del pop che con frenetico ritmo si scambiano nelle classifiche di vendita settimanali – una settimana è il turno di uno sconosciuto gruppo beat, quella dopo, magari, vede qualche carneade e barbuto cantautore folk urlare a gola piena canzoni di protesta, in diretta nazionale. Tante di quelle che da noi si usava chiamare “comete”, e che oltremanica sono note come “one-hit wonder”, si susseguono e si alternano senza soluzione di continuità, lasciando a quel giovane pubblico dell’era pre-media e pre-MTV uno scampolo della propria presenza (fisica, s’intende) nella retina e nella memoria. Adesso c’è YouTube, adesso non importa, ma allora sì; allora, un programma come “Top of the Pops” era la finestra più ampia e con il panorama più privilegiato che si potesse avere sul mondo musicale britannico.
Così, tra quelle tante comete raccattate con il retino, in quei giorni d’estate che vorrebbero soltanto essere un “more of the same” della precedente Summer of Love, si palesa negli studi della BBC una grottesca presenza, un personaggio pittoresco che risponde al nome di Arthur Brown, accompagnato dalla sua band, i Crazy World (basso, batteria, e organo hammond), tre loschi figuri agghindati con strane vestaglie e maschere in alluminio e cartone piuttosto fedeli al concetto di fai-da-te, ma abbastanza efficaci da impedire a chiunque, anche oggi, di riconoscere il volto tozzo di Carl Palmer (si, QUEL Carl Palmer) seduto dietro le pelli; sono scioccanti ed oscuri, pervasi da una fitta coltre di fumo artificiale nello studio buio, e forti del magnetismo di cui gode l’insolito e l’inaspettato. Si stanno esibendo con un singolo, “Fire”, che lentamente sta portando questa combriccola di folli in cima alle classifiche internazionali.

Una voce rauca, profonda e minacciosa rompe il silenzio, e dentro il tubo catodico di milioni di spettatori irrompe questo scenario luciferino: “I am the God of Hellfire, and I bring you…”

Arthur è un giovane uomo, alto e magro, che balla e canta (o meglio, segue il pezzo in playback) in preda ad una pulsione isterica, come se fosse governato da un antico diavolastro delle cerchie più infime dell’inferno dantesco; in questo suo serpeggiare isterico – che pare voglia scimmiottare la danza tipica tanto in voga all’epoca tra le donzelle in acido, con le ginocchia piegate e ballerine e le mani che tracciano curve e mezzelune, solchi impercettibili nell’aria – s’intravede una certa postura dinoccolata, senza dubbio è palese il fatto che il ragazzo sia a torso nudo (con bizzarre linee e farlocchissime rune dipinte sul proprio petto) e vestito solamente di un paio di larghi pantaloni in velluto nero, ma è un’altra cosa che salta immediatamente all’occhio: il nostro, sopra la folta chioma corvina che a tratti copre il volto pitturato con acidi e sghembi motivi tribali, Arthur Brown porta un bizzarro copricapo, che più che un cappello pare un candelabro; un oggetto misterioso, che si confà alla tradizione dei cerusici e dei chiaroveggenti, che riporta agli antichi riti di Stonehenge ed alla stregoneria britannica di alta lega – oppure, senza troppi fronzoli, ad una più recente cultura new age da quattro soldi, ma non è questo il punto: il fatto è che la testa di Arthur Brown, che si muove con passo tarantolato e ancheggia come un animale in trappola, è in fiamme. Il copricapo è una bocca di fuoco, né più né meno.
Quantomeno è coerente con quanto riportato nel testo del brano, che a poco a poco diverrà un must delle piste da ballo ed inevitabile colonna sonora di quell’estate (non lo so, non c’ero, ma me lo immagino. Se avete dubbi potete comunque chiedere a Minà, che dovunque c’era, c’è e sempre sarà), non tanto per l’aura maledetta e il puzzo di zolfo che si porta dietro, quanto per l’irresistibile groove di organo e la pompa soul.
E’ un brano che anche oggi farebbe ballare i tavolini, e che in quell’Estate Sessantotto post-sergente tutta fiori e colori portò il primo e unico disco dei Crazy World all’orecchio di un po’ tutti, a parte quei soliti, quattro fricchettoni: un pout pourrì musical-teatrale intriso di grandguignolesche tinte e foschie blues, che mette in primo piano l’esplosivo timbro operistico di Brown, all’uopo demonio o vivace druido transgender, con pose e interpretazioni eccentriche che con sconcertante chiaroveggenza anticipano la stagione del glam e degli shock-rockers. Difatti, non saremmo qui a parlare di Arthur Brown se non fosse per la sua maschera, per il culto del travestimento e del mistero che, anche e soprattutto grazie a lui, prenderà un po’ tutti, nel futuro immediato e remoto, da Alice Cooper a King Diamond, dai Kiss a Marilyn Manson (“una sorta di Arthur Brown spaesato e fuori tempo massimo”, come lo presentò alla stampa il mentore Trent Reznor agli esordi – e legame sottolineato ancor più dalla “presenza” sottoforma di voce campionata del nostro in un brano di “Portrait of an American Family”, 1994).
Arthur Brown è un diavolo sgangherato, quasi simpatico, sicuramente più vicino al concetto di malvagità e luciferino spirito appartenente a personaggi come Screamin’ Jay Hawkins (la rivisitazione di “I Put a Spell on You” contenuta nel sopracitato album è un chiaro omaggio), che a discussi e discutibili anticristi come Charles Manson e Timothy Leary.
Lester Bangs, che è un po’ il padre putativo di tutti quei raccattati senz’anima che come me cercano di scrivere di musica e non risultare patetici, ebbe a dire che Arthur Brown era stata la più grande rivelazione del pop dopo i Beatles; pensiero espresso e mai negato da Lesterone Nazionale, forse non privo di una punta di provocazione, conoscendo il personaggio – sicuramente una presa di posizione che rappresenta la scelta di voler stare a fianco degli “unsung heroes”, dei paladini del dimenticatoio (uno spirito che accompagna anche la nostra amata “Strange Tales”, ovviamente).
Finita la stagione dei fuochi, Arthur Brown smetterà i panni di Re Infernale ed abbandonerà i Crazy World e i copricapo bollenti (durante un concerto, il nostro rischiò seriamente di lasciarci lo scalpo, se non fosse stato per l’intervento di un membro della sua band che, con un intera pinta di birra, spense il piccolo “incendio”), in favore di una nuova veste più comodamente new age (ma non meno eccentrica) nei Kingdom Come, vera e propria evoluzione di quel concetto di “recitar cantando” che Brown ha sempre perseguito nella sua carriera, non senza un pizzico di (mal)sano e gradasso avanspettacolo – leggenda vuole che durante la data italiana di Palermo nel tour del 1970, Brown fu portato via dalle forze dell’ordine e denunciato per atti osceni in luogo pubblico, dopo essersi completamente denudato sul palco (dev’essere il caldo della Sicilia, dato che un fatto analogo è accaduto un paio d’estati fa, quando il leader della band britannica Fat White Family ha mostrato le sue candide pudenda al pubblico dell’Ypsigrock).
E adesso? Adesso, beh, Arthur Brown, pur con una settantina abbondante di anni sulle spalle, e dopo numerose reunion dei Crazy World (e collaborazioni con gruppi come Hawkwind e Die Krupps), sembra passarsela abbastanza bene, direi.

hel ter.

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