Strange Tales. Anger Rising: amore, esoterismo ed altre stregonerie.

Oscenità varie

A volte, mi arrovello il gulliver cercando soluzioni concrete a domande astratte. A volte mi chiedo perché impieghi e sforzi i miei poveri ed esigui neuroni nella realizzazione di pseudo-monografie che incensino personalità borderline, outsiders senza dio, e che lo faccia con così discutibili risultati. Ma il fatto è che un contenitore di follia come questo (contenuto a sua volta, in un perverso meccanismo di scatole (tele)cinesi, in uno spazio libero libertino anarchico fottutamente grandioso come DIRT) nasce e vive per, e si nutre di personaggi iperbolici, che qui vengono mitizzati e ridicolizzati allo stesso tempo, amati, derisi, beatificati, quasi come se, da solo e stoltamente, volessi la crociata di PPP, e cantare i derelitti, renderli molto più di come vengono dipinti. E poi trovo una risposta a tutto ciò, una risposta lapalissiana, chiara come la luna d’agosto: come non si fa ad amare un personaggio che come cognome porta La Rabbia, quella con la erre maiuscola? E come si fa, dico, come diavolo si fa a non credere che Kenneth Anger sia uno degli ultimi veri geni rimasti?
Una sorta di creatura controversa che si è santificata da sola, un mostro provocatore che dentro di sé ha scissi i tratti cupi dell’esoterismo, le venature caleidoscopiche della gaiezza, una fascinazione per il simbolismo – tutti elementi che, pestati e mescolati a dovere, generano una tra le personalità più absolutely free del secolo scorso, quello che potremmo definire lo stato dell’arte perpetuo della follia e dell’assenza di vincoli.
Kenneth Anger (al secolo Anglemyer) è difatti entrato nel pantheon dei disadattati grazie alla sua prolifica ed oscura produzione cinematografica (molte delle sue pellicole sono andate distrutte, o perdute), ma ne venni a conoscenza tra i banchi del liceo, quando un mio amico – balordo squinternato (chi non lo è, da queste parti??), e accomunato dal sottoscritto da una passione cinematografica quasi maniacale – ebbene, mi passò con entusiastiche premesse un volumone pieno di paragrafi interessanti, parole intriganti, caratteri ammalianti, ed una massiccia appendice fotografica che ritraeva molte star hollywoodiane del primo e secondo dopoguerra in stato di shock, immortalati nelle fotosegnaletiche delle forze dell’ordine, piuttosto che in uno studio pieno di luci, oppure, ancor peggio, mutilate, offese. Morte.

La celebre Dalia Nera.

“Hollywood Babilonia” fu un fortissimo colpo alla mia coscienza di spettatore, amante del cinema, amante in senso lato delle cose nere e perverse, del lato oscuro della luna, che tanto mi aveva fatto commuovere nella mia prima fanciullezza: era una specie di bibbia, e iniziai così ad interessarmi al cosiddetto cinema dei telefoni bianchi, alle dalie nere ed al rovescio crepuscolare del viale del tramonto; mi documentai su film, fatti, persone, luoghi, con fare maniacale, quasi perverso, alla ricerca della morte più spettacolare, della storia più spettrale, ma soprattutto inseguii con affanno il corpus letterario di questo misterioso autore, realizzando poi che il nostro si era dedicato principalmente al cinema d’avanguardia – e a me, a quell’età, il termine avanguardia faceva pensare tutt’al più ad Antognoni o a Kubrick. Poi, arrivò Anger (e con lui Jodorowsky, Borges, i Can, Miles Davis, i circoli del cinema, il sordido sesso con le fuorisede, e tante altre cose che mi hanno reso la bella personcina che sono adesso, più o meno), e cambiò la mia concezione di avanguardia, ma anche quella di outsider: lui, dichiaratamente omosessuale in piena fase-taboo, professatosi allievo indiretto di Ėjzenštejn e Méliès, figlio di un’epoca in cui l’America corre a grandi falcate verso la gloria e lui, solo contro tutti, taglia e cuce incubi brevi a base di omoerotismo e simbologie astratte, come in “Scorpio Rising” (1963, distribuito ben dieci anni dopo), e si tatua il nome dell’angelo caduto sul petto. Dopo queste liete scoperte, cominciai a venire a patti con le tematiche esoteriche, in seguito alla visione di “Lucifer Rising”, pietra angolare della produzione di Anger (e per la quale realizzazione il nostro ha impiegato quasi dieci anni di lavoro), che celebra appunto l’ascesa del Diavolo e ci mostra una Marianne Faithfull inedita, nelle (poche) spoglie di Lilith, divinità femminile portatrice di caos. La distribuzione fu travagliata a causa delle mutilazioni della censura – dalle quali Anger si è sempre guardato e protetto con notevole maestria, anche a costo di far perdere completamente le tracce delle sue pellicole – ma anche per via di storie parallele e faccende piuttosto oscure che hanno trovato poi un punto di convergenza piuttosto critico; la stregoneria, qui, non sta tanto nelle immagini, quanto nel suono: l’accompagnamento sonoro fu affidato infatti a Bobby Beausoleil, talentuoso autore californiano che, però, aveva frequentazioni poco raccomandabili, e che fu implicato nel massacro dei coniugi LaBianca e nel successivo omicidio alla Tate House di Cielo dr., nella calda estate del 69, essendo nel giro del “santone” Manson. L’accompagnamento sonoro fu, di conseguenza, “palleggiato” ad un esecutore ben più illustre (ma non meno oscuro, per dietrologie ed aneddotica), e anche lui vicino ai salotti buoni del neo-satanismo da circo della stagione dei fiori – il Paganini delle sei corde, Jimmy Page; il lavoro di ZoSo, però, procedeva a rilento, tanto da spazientire il titolare dell’opera, e il risultato fu così insoddisfacente tanto da venire definito dallo stesso Anger come una “patetica cantilena”. Il film vide quindi la luce solo nel 1980, con Beausoleil a concludere in carcere il lavoro lasciato a metà, ed un enorme status di culto ancora da smaltire sulla sua groppa.

Eppure Anger non era nuovo a queste tipologie di collaborazione, prestando al Mick Jagger che riveriva le richieste di Sua Maestà Satanica, anche lui in vena “eso e terica” (come ebbe a dire un grande, vero mago nostrano, altro che Crowley) in quel periodo, l’apparato sonoro di un’altra sua opera seminale, ovvero “Invocation of my Demon Brother”– che vede, tra gli altri, la breve seppur intensa partecipazione di Anton LaVey, circense di poco valore autoincensatosi come Maestro Supremo della Chiesa di Satana (proprio nei panni dell’angioletto rinnegato, con tanto di tunica nera e cornine d’ordinanza. Che tristezza cazzo).

Antonio che ci fa le cose di stregoneria.

Insomma, il buon Jagger, in pieno trip delirante, sfodera una delle sue prestazioni più bizzarre e onanistiche, cimentandosi nell’utilizzo di un Moog (all’epoca percepito forse da quei capelloni come una sorta di strumento esoterico con cui accedere alle più alte sfere della conoscenza mistica), creando però un loop reiterato di rumori e scureggette kozmike, che rendono la visione del corto – che si avvale comunque di un immaginario e di un montaggio piuttosto attraenti (e che mostra a sua volta dei fotogrammi di un’esibizione dell’epoca degli Stones ad Hyde Park) – una specie di calvario uditivo.
Insomma, Anger non ci ha mai chiappato giusto con i suoni, ma con le immagini e l’immaginario è sempre stato uno stregone, nella inappuntabile abilità che esercita nei tagli e nel montaggio (che rievoca spesso il “ritmo visivo” delle avanguardie russe), e forte magari delle estati passate sulla costa Siciliana nel tempio thelematico del sommo Crowley – oppure, semplicemente, di una vividissima immaginazione, figlia dello studio ossessivo di ogni fotogramma melièsiano (lo spettro del genio francese – ma anche quello delle storie allucinogene di Carroll – aleggia in opere come “The Rabbit Moon”, 1950).
Adesso che il nostro ha compiuto da poco novant’ anni (e che qualche capatina qua e là la fa ancora), era senza dubbio doveroso inserirlo nello storto, acido, devastato e sordido pantheon che anima questa rubrica – un “tempio del disagio”, come lo definisce lo stesso amico del liceo (che, non sarà un caso, ma è il più appassionato – se non l’unico – fruitore di questi deliri tossici).

Quindi la prego, maestro, si accomodi pure: lì, tra Il Pacciani e GG Allin.
Che bel quadro.

hel ter.

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