Sette brevi lezioni di classifi(si)ca

Letteratura

Prima. Alla Coop come un flâneur mi perdo volentieri: MILF agghindate come appena uscite dal capodanno di Vienna e accanto vecchi in canotta, fradici, o tedeschi in bermuda anche a gennaio e neonati dall’ugola satanica; poi, sempre quei volti che terrorizzano, in quanto appartenenti alla categoria non so chi sei ‒ ma dovrei ‒ e tu, invece, so che lo sai: come sostenere la discussione, se scatta il saluto?! Bene; costoro sono tutti potenziali compratori.

Seconda. Mi soffermo sempre davanti al settore libri; è uno spaccato sociale perché da lì passa qualcosa  solo se in linea di principio può vendere almeno quanto il pollo disossato, il carbone vegetale o il Palmolive. La sintesi mercato-orientata è sì crudele, ma cristallina.

Terza. Perciò, Fabio Volo a grappoli, Gramellini a macchia di leopardo, aggeggi per bambini, il paio di nomi del momento, lo stretto indispensabile per riallacciarsi alla letteratura – un Il fu Mattia Pascal per la scuola, e qualche venderò-per-sempre, come Il piccolo principe o Siddharta – e il resto ormai è cucina, con la Parodi che sorride con in mano un tegame e, uno scaffale sopra, Carlo Cracco che con sguardo severissimo giudica, sì, proprio te.

Quarta. Con queste premesse, è bello e tenero scorgere, talvolta, un volume che la classifica l’ha solo costeggiata, per poi virare verso la nozione di «errore nella strategia di mercato». Lì è rimasto, in attesa che – come voleva Benjamin – un’anima disinteressata lo salvasse dall’oblio. Anzi, quanti classici qua sotto!, c’è Zeno che fuma, il vecchio che ama il suo marlin tanto quanto lo vuole uccidere… Ah, ok, sono le edizioni Prendilo, quasi quasi te lo pago io. Adesso mi torna.

Quinta. Però, che vedo, adesso? Sette brevi lezioni di fisica di tale Carlo Rovelli. Ci sono molte copie. Possibile?! Ma non è un vero mistero: ultimamente (aprile 2015) domina le classifiche italiane. Un libello sulla fisica che straccia i Moccia e i Camilleri (il quale, se la congerie letteraria è questa, per forza va nei Meridiani fin da vivo). Curioso; m’incuriosisco; lo compro!

Sesta. Dopo la somministrazione di una rabbiosa peperonata, un’oretta al bagno ci si sta: ecco, in quell’ora il libello è bell’e che finito. Brevissimo, chiaro per quanto realmente parli dei quanti e di quanti siano; su qualche passo, il neofita deve davvero soffermarsi. Il giorno dopo, tutto è dimenticato. Rovelli non è un semplificatore mascherato come il succitato Gramellini o Severgnini, ma un fisico teorico che, oltre ad occuparsi di ricerca, divulga, e se vende lo sa fare bene; d’altronde indulge, pur non essendo mascherato: noi siamo relazione, la bellezza del mondo, una stella e il sorriso dei ragazzi a una festa sono fatti delle stesse particelle elementari…

Settima. La divulgazione è utile, non va stigmatizzata dallo pseudointellettuale né  presa per riferimento ultimo dal lettor da spiaggia. Purtroppo accadono ambedue i fenomeni: così, l’esperto che voglia divulgare è dileggiato dai colleghi, o valutato come assetato di denaro (il che può essere, ma la funzione sociale rimane tale e quale); e quelli che il Severgnini, invece di correggersi il mento asimmetrico rispetto al viso, quando parlano sembrano ormai dettare i nuovi comandamenti. Io penso invece al primo buon Piero Angela, avvolto nella sua Aria sulla quarta corda jazzata, quando faceva Quark. Cosa vuol dire, a proposito? L’ho scoperto con questo libriccino: è una particella scoperta da Gell-Mann «ispirandosi a una parola senza senso in una frase senza senso – Three quarks for Muster Mark! – che appare nel Finnegans Wake di James Joyce». Questa me la ricordo. (Lu po)

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