Se me ne cale di Cale e altre meraviglie

Musica

Disquisivo con uno dei miei capi sulla grandezza del prodotto artistico tedesco tutto – io, con sordo dolore di un’ammissione incastonata nel rimpianto di dover pagare un Modugno, un Battisti, un Gadda o un Morandi (Giorgio) con secoli di vuoto e di periferia – e in particolare su quell’unicum che è Desertshore di Nico. Quindi – e qui entra in gioco il Wales – va da sé che si sia ricaduti su John Cale, musicista colto che scelse la wild side con compagni eccezionali e poi da solo, mettendo qua e là lo zampino benedetto con classe ineccepibile (con Nico, oltre a Desertshore, The Marble Index che contiene la splendida Frozen Warnings o, tanto per citare un altro signore che ha prodotto, Nick Drake).

Il virtuosismo e il gusto (un’accoppiata abbastanza rara e spesso, fateci caso, l’una respingente l’altra) ne ha forzatamente offuscato uno dei tratti più intensi, a mio parere, e cioè la voce: tenera e virile insieme, sempre in bilico fra il cadere in una stonatura che si desidererebbe quasi, vista la partecipazione che trasmette nel cantare, e la solidità architettonica del Bauhaus. Una prova per tutte: Style It Takes, pietra preziosa d’un prezioso monolito scalpellato con Lou Reed, di nuovo insieme a Cale per salutare la loro Cinderella Andy Warhol. Il monolito è appunto Songs for Drella (del 1990, a tre anni dalla scomparsa dell’omaggiato), un album che arresta il tempo in un Gloria di gratitudine, affetto, stima e – voglio vederla io così – con dentro un messaggio cifrato simile a: «Babbo, hai visto che siamo diventati bravi, e rimanendo vivi?». In Style It Takes la voce di Cale è incredibile, è un mantello ricamato con l’ispirazione dei ciechi: per me un punto di riferimento, nel senso con cui ci si può chiedere, a bruciapelo, a cosa vorresti somigliasse, ad esempio, la tua vita?. (Lu Po)

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