Se la droga possa narrare se stessa: Burroughs e Professor Bad Trip

Arti visive

Chi ha mangiato il Naked lunch con i crismi più consoni ad un pasto – nudo – come quello che Burroughs richiede?

Ero dalla mia compagna, rispetto alla quale anch’io posso fingermi una specie di Supernova di competenza tecnologica, per farle risorgere il computer – «E che sarà mai qualche virus!» è un suo evergreen sul tema, laddove qualche sta per qualche CENTINAIO – e mi decisi per una cosa all’antica: la deframmentazione dischi. Ma, preconizzando la futura lettura che m’avrebbe acchiappato, come macchina viva il computer maltrattato si spengeva, s’accendeva, sfuggiva allo sguardo, si faceva all’improvviso docile per poi, repente, dileguarsi con un guizzo di rapace rabbia. In questi casi si può tentare d’incendiare il quartiere circostante, ripiegare tutta la propria dignità in un flebile ciao che winzippa moli antonelliane di bestemmie e la richiesta implicita di poter fuggire dopo aver perso molte ore o, come a me è capitato, cadere inerme preda d’una ovattata atmosfera di tempo sospeso, come se una religione superiore implicasse la necessità di restare fino a che il computer non fosse tornato a un livello, almeno basico, di supponente ma convenzionale semi-normalità.

È in tale bambagia temporale che scorgo una copia de Il pasto nudo, ed è in tale bambagia che mi metto a leggerlo, così, nel modo in cui si sfogliano le riviste in sala d’attesa, con l’unico scopo di potersi finalmente cibare senza vergogna – …in queste maledette sale d’attesa tengono solo ‘sta robaccia! – di Eve tremila, Dipiù, Chi, Novelle duemila ed ogni altro ensemble di foto di upskirt e topless giustificate dalla confezione-rivista (anche se non sono più i bei tempi di una volta). Cinque ore non sono niente, se introiettati in tale stadio sospeso, cacciati giù ben bene, più giù, in fondo per quanto si può, dal lucido sproloquio (apparente ossimoro) di Burroughs. A pagina 50 circa comincio a schiantare dal ridere, per un episodio di un poliziotto che mi sembrò (mi sembra tuttora) esilarante. Lì per lì, vengo visto con occhi strani.

Poi finirò il libro a casa, con calma, si farà più pesante; di nuovo scorrevole sul finire del pasto e, una volta terminato, regalerà la sensazione che – io penso – volesse far almeno assaporare Burroughs: narrare non un mondo che si vuole descrivere ma narrare come il mondo che, al contempo, è quello che si vuole descrivere. Da questo punto di vista, un’opera notevole.

Un artista che, scomparso prematuramente, merita d’essere rimembrato e benissimo s’aggancia a Il pasto nudo è Gianluca Lerici, al secolo Professor Bad Trip: che quel libro, fra le altre cose, decise di illustrare, adattandolo a fumetti, attraverso gli stessi criteri con cui Burroughs l’aveva scritto. Una catena narrativa che da testuale si fa visiva, vetrata, drogata e drogante sulla droga, i suoi effetti, le sue verità non sempre comode rispetto al bon vivre sociale (non mi riferisco al mero senso dell’illegalità e perdizione che trascina, naturalmente, dietro di sé: un po’ come la differenza che passa fra dare dei soldini mensili all’UNICEF e passare del tempo, del vero e proprio tempo, a parlare coi barboni). Due professori, per un pasto che non permette posate, tovagliolini, «Burp!» o «Delicatissimo!»; un pasto letteralmente e visivamente nudo. (Lu Po)

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