Se Dio vuole si torna in pista. O no?

Cinema

Se Dio vuole, Se Dio vuole non è male. Da anni la commedia italiana tenta di riconoscersi di nuovo in se stessa, e trovare nuova linfa; questo è un passettino in più rispetto a Bruno o Brizzi (al quale bisogna comunque riconoscere, insieme a registi come Genovese o Miniero, ad esempio, l’iniziale intento di risvegliare il dormiente). Falcone, esordiente alla regia, appartiene proprio alla nidiata appena deprecata, ma riesce a portare a termine un film più tondo, anche grazie al tòpos cinematografico risalente (lasciate perdere le proporzioni e le similitudini strette col plot) a La vita è una cosa meravigliosa, il che rende Se Dio vuole quasi più fiaba, che commedia; quel che infatti può sembrare uno spot cattolico, e che semmai sponsorizza l’attrazione laica per il richiamo di un ritorno allo Spirito di Papa Francesco, è canovaccio servile al percorso esistenziale di un uomo, come d’uopo di ghiaccio prima, e in odore di vita vera, da respirare, dopo.

L’uomo in questione è interpretato da Giallini: lo apprezzo da molti anni (il suo «Grande Paciiiiiiiiii!» urlato al compare storico di Ceccherini in Faccia di Picasso è per me come una trivella nel cervello; lo zio livornesaccio in B. B. e il cormorano è efficace; l’essere costantemente sopra le righe in Barbara è divertente) e qui gigioneggia placidamente, interpretando, in pratica, se stesso; gli auguro di non sedersi sul manierismo perché ha le doti, forse, da attore tout-court. Il curioso destino d’essere stato scoperto un po’ alla volta, con un forte step in avanti dopo la serie di Romanzo criminale, lo rende ancora duttile e, in sintesi, in questo film mi ha fatto fare grandi, non riflessive (sanamente basate, cioè, su stereotipi), semplici, risate.

Due osservazioni, non sul film ma sulla commedia in generale. Si nota sempre di più, in tale modello non più parolacciaro ma, in cambio, tendente alla retorica e troppo fragile ancora per essere un movimento maggiorenne, la voglia di trasformarlo nuovamente in veicolo di fastidi e vizi sociali e non solo di scoreggie, ovvero: sono stati persi venti anni, fra destra e sinistra, e lo si vede anche da questo genere di film. Per questo le commedie d’oggi si sfogano nel portare allo stato emerso elementi reali stancanti, di qualsiasi area siano o siano stati, dopo aver aleggiato per parecchio senza trovare una rappresentazione: è meraviglioso, a questo proposito, lo sfogo della figlia che rinfaccia al padre Giallini d’averla costretta «A sette anni!» ad ascoltare De André. L’osservazione finale sulla nuova commedia italiana in fieri necessiterebbe lo svelamento del finale (ma non sarò cattivo con chi voglia andare a vederselo col sacco juta di pop corn): la (non) conclusione segnala l’urgenza anche inconscia, tipica di questi anni, dei suddetti tentativi di rinnovamento del settore, utilizzando l’idea dello shock, del riassorbimento improvviso di tutta la storia all’interno della realtà: ma è soluzione già adottata da molti (Soldini, ad esempio) ed ha un precedente troppo grande (scopritelo!) per non essere evocato. W l’Italia, in ogni caso, siempre e comunque. (Lu Po)

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