Scrivere un pezzo: uova

Arti visive

«Scrivimi un pezzo!»; d’altronde, non è facile. Sullo sfondo, vagando nel buio degli argomenti, Concerto degli Alunni del Sole, il fuoco climatico di queste notti e sempre, come una costante che suona familiare, la distanza e insieme il collimare del sapersi nella volontà di scrivere qualcosa, per occupare uno spazio virtuale; sentire di poterlo fare, perché – aiutati da alcolici, dalla stanchezza, dagli eventi, dal non avere aiuto? – all’improvviso si ci trova rinchiusi, come in un uovo, all’interno di quello spazio intimo che, se impastato a occhi chiusi e ben conformato, può raggiungere qualcun altro oltre il proprio ingombrante Ego.

Dentro un uovo, senza paura di citare Peter Gabriel – il più presuntuoso – poiché si sta pensando a quello, perfetto per autodefinizione e riconoscimento del mondo, di Piero della Francesca, al centro di un’opera fra le altissime del nostro Rinascimento: eppure, Piero della Francesca a quella definizione sfugge (artista-del-Rinascimento: sfugge, pur essendo immerso nel mélange straordinario di tecnica – matematica, logica aristotelica, prospettiva, sezione aurea – e bellezza – le sue opere, tutto lì!).

"Sacra Conversazione con la Madonna col Bambino, sei santi, quattro angeli e il donatore Federico da Montefeltro", Piero della Francesca, 1472.

“Sacra Conversazione con la Madonna col Bambino, sei santi, quattro angeli e il donatore Federico da Montefeltro”, Piero della Francesca, 1472.

Uova: se ne potrebbe parlare a lungo. Un guscio d’uovo, come ho scritto, è un’immagine efficace per comprendere la sensazione di chi si getta in un’espressione così come un primitivo verso la preda o un calciatore vero, sul pallone; dove per vero intendo la velocità spropositatamente più vertiginosa dell’azione rispetto al pensiero che l’ha determinata, o che la spiegherà dopo averla razionalizzata. Penso allora ad altre uova, splendide, di Casorati, artefice infatti di una devozione lungimirante ed emancipata, novecentesca, di Piero della Francesca. Uova posate come puri concetti, monadi, sulla tovaglia che copre un lembo di tavolo anch’essa, non a caso, a pois, a profetica imitazione di un’immagine informatica; e ben diverse dalle pere e dalle mele di Cézanne che, nella celebre serie di cose per cui vale la pena vivere per il Woody Allen di Manhattan, hanno un posto in prima fila.

Uova (Le uova sul tappeto verde), Felice Casorati, 1914

  Uova (Le uova sul tappeto verde), Felice Casorati, 1914

 

Questi frutti, dalle uova di Casorati così far away, so close: matematiche, illibate le seconde quanto spennellati, virili e giapponesi (in pochi tratti di colore, il senso intrinseco) i primi. Eppure, chiaramente – l’avverbio è letterale – così affratellati, così figli dello stesso bacino del Mediterraneo. Nient’altro che immagini irripetibili, nonostante Allen, almeno un pochetto, ce li abbia scassati, i cabbasisi.

Nella rotondità, nello studio, in cui da sempre l’uomo si perde, del disco, della sfera, nell’uovo come guscio che permette un rifugio adatto alla creazione, e come mistero della Creazione, si rivela una forma che rappresenta l’irraggiungibilità e, per quanto è possibile, una forma che fa da tramite, da metafora degli strumenti per avvicinarcisi, a quella irraggiungibilità. (Lu Po)

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