Screamin’ lovin’ man – l’incredibile storia di Charles Bradley

Musica

James Brown, classe 1933, cantante, musicista, ballerino, tutto condensato: la Voce del Soul.
Ai più, compreso chi scrive, questo nome dirà molto, tantissimo: per quello che ha dato, per la scossa che ha provocato nella musica nera dei suoi anni, i ’50, ruggenti, passando per degli interlocutori anni ’60, dominati da ben altre musiche e sperimentazioni sonore, poi via fino alla rinascita funky dei ’70 (anche se lui l’aveva fatto, da sempre ed in tempi non sospetti) e proiettato in un futuro in cui il buon Jumpin’ Jamie non è mai diventato vetusto, dove mai ha perso lo smalto invidiabile della sua dentatura a castoro del soul, i colori sgargianti delle sue giacche e l’ebano lucente della sua pelle, sempre tirata, quasi fosse un supereroe afro dei fumetti, prima di spegnere la sua fiamma in una notte di Dicembre del 2006. Una sorta di messia.
Un mito, senza dubbio.
Charles Bradley, classe 1948, cantante e musicista, a suo modo, un volto del soul contemporaneo.
Questa volta, ai più, il nome del suddetto signore non dirà molto: chi è, o meglio, chi è stato costui, fino ad un anno, il 2011, che gli ha cambiato radicalmente la vita ?
Charles Bradley nasce, come detto, il 5 Novembre del 1948, a Gainesville, Florida, e viene cresciuto da sua nonna materna, fino agli otto anni d’età, in cui il giovane fa ritorno al grembo materno che l’aveva abbandonato amaramente dopo solo otto mesi, trasferendosi a Brooklyn.
L’impatto con la Grande Mela non è dei migliori: Gainesville era un posto tranquillo; o almeno, un ghetto tranquillo.
Nemmeno il far ritorno a ciò che è rimasto del suo nucleo familiare (la madre, un fratello ed una sorella maggiore) lo affranca dalla vita di una giungla urbana, che non fa sconti sulle minoranze e, soprattutto, che vive con una doppia faccia: l’economia che corre verso la ripresa ed una povertà sempre più depauperata dei propri, pochi beni. Charles vive in un quartiere che pullula dei meno abbienti ed in cui il giovane deve tenersi ben lontano dalla criminalità e dallo spaccio : i clichè, tremendi e tipici come la quotidianità, della vita nei quartieri bassi.
L’unica cosa che tiene il giovane Charles lontano dai problemi è la musica, una forza trainante, una mano di Dio che sospinge tanti giovani della sua generazione e della stessa estrazione fuori dalle strade, e seguentemente sui più grandi palcoscenici del mondo. Come in tanti famosi casi della musica nera e non solo. Come nel caso di James Brown.
E infatti, in una sera del 1962, la premurosa sorella maggiore decide di fare un regalo al fratello, portandolo all’ Apollo Theater per un concerto; non per uno qualsiasi, perché sul palco ad esibirsi c’è Lui, la Voce del Soul e, come se la storia non volesse metterci lo zampino abbastanza, il concerto che Lui tiene quella sera è Il concerto, che ha unito una generazione di bianchi e neri, che ha finalmente dato un senso al rock ‘n roll, a quello che è venuto e che verrà.
Manco a dirlo, un allora quattordicenne Charles Bradley è su di giri, folgorato completamente e sempre più convinto che l’ascensore che lo porterà dal basso delle slums alla speranza di una vita migliore è il soul.
Il ragazzo memorizza come un film il concerto, si studia i movimenti di Brown, i saltelli, i take it to the bridge urlati alla schiera di musicisti alle sue spalle ed i get on up rivolti ad un pubblico in fiamme; spende i guadagni dei suoi primi lavoretti in dischi di James Brown, e cerca di imitarne lo stile, la voce.
Il tempo, intanto, passa: il soul è sceso dalle classifiche nella seconda metà del decennio, lasciando spazio alla psichedelia colorata ed alle new vibes provenienti da Londra, San Francisco e dintorni; ma la fiamma non si è spenta nel cuore di Charles, che salta da una città a un’altra in cerca di fortuna: da New York in giù per tutta l’ East Coast fino a Seattle, poi si stabilisce nel Maine, a Bar Harbor, per imparare il mestiere di cuoco, partendo dai piani bassi, come al solito.
Uno dei suoi colleghi, lavapiatti o chissà cosa come lui, nota una certa somiglianza con James Brown, un assist servito per Bradley. Già m’immagino la scena, in una cucina piena di stoviglie appese ed il vapore del cibo: Charles che ondeggia le gambe in dentro ed in fuori piegandosi e gridando I Feel Goooood!, producendosi in un’imitazione perfetta e con gli astanti esterrefatti.
Una scena forse troppo romanzata, quasi da film, ma noi siamo sognatori, si sa, e poi già fino ad ora la storia di Charles Bradley da Gainesville, Florida sembra proprio un romanzo, non c’è che dire.
Ad ogni modo, il caso vuole che il giovane collega di Bradley abbia un band che, sempre per puro caso, suona soul e si sporge verso le nuove good vibrations. Non quelle dei Beach Boys, che all’epoca mettono i piedi in testa, in fatto di vendite, anche a Lui, ma quelle di un fenomeno che da un Texas ancora troppo xenofobo e white trash fugge verso la California come tanti hippies, anche se è un lungaglione d’ebano con il cestone afro e si chiama Sly, ha una Family agguerritissima e senza distinzione di razza o sesso e crea un amalgama sonora di potenza inaudita, che forse anticipa i ritmi sfrenati della disco e tante cose a venire… ma questa è un’altra storia.
Insomma, tutto liscio per Bradley: un lavoro, una città tranquilla, nuovi amici ma soprattutto una band in cui poter sfogare i suoi impulsi da frontman nato, da animale da palco. E ci riesce, finché non giunge l’ennesimo deus – ex, questa volta decisamente malevolo, per lui e per tutta quella generazione: il Vietnam.
Il Vietnam, come pronunciato da mille personaggi fittizi e persone vere in milioni film e documentazioni, ti toglie tutto : a Bradley, prima toglie la musica poi, al suo ritorno, il lavoro. Per i “pochi meriti” l’esercito americano gli nega il diritto di un posto di lavoro assicurato, solo perché Bradley si rifiuta di sparare a Charlie ed è l’uomo sbagliato nel momento storico sbagliato: l’obiezione di coscienza è solo un termine ignoto ed astruso alle orecchie foderate di proiettili ed esplosioni degli alti papaveri delle forze armate, quindi Charles si limita a lavori di fatica nelle diligenze e nei campi di addestramento, senza di fatto mai mettere piede (per fortuna) nelle giungle al napalm dell’infuocato Vietnam.
Al suo ritorno, quindi, Bradley ha terra bruciata intorno a sé: molti dei suoi compagni di band ci hanno lasciato chi le penne, chi le mani per non poter più suonare oppure, come in tanti casi dell’epoca, la testa; non ha più una casa ed un lavoro, come già detto. Ah, già: il soul è fuori dalle classifiche.
No soul, no home, no love.
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Avete presente la storia di Sugar Man, vero ?
Scommetto di si: il misterioso Sixto Rodriguez, creduto morto chissà dove, a sua insaputa divenuto una star in Sud Africa e soggetto di un docu-film che ha commosso e convinto tutti, all’unanimità.
C’è un lieto fine simile per Bradley, vi chiederete speranzosi che la sfiga non possa più affondare i suoi lunghi artigli nella pelle di questo povero cristo? No.
Almeno, non ancora.
Dopo anni di vagabondaggio e di stenti nel post-Vietnam, Bradley si stabilisce a Seattle dove, si vocifera, lavori in una fabbrica di vinili. Ironia della sorte..
Seattle è grande e ruggente verso la fine degli anni ottanta, perché sta per nascere qualcosa di clamoroso che ribalterà gli equilibri del rock e della musica tutta nei primi vagiti del decennio venturo; tutti sanno a cosa mi sto riferendo, e forse penseranno che per un soulman fallito non vi sia la benchè minima speranza di esibirsi, almeno per sfizio, in qualche night dei quartieri malfamati, tanto per restare nelle solite coordinate geografiche. Ma vi sbagliate.
Bradley si fa conoscere con il nome, un po’ ridondante un po’ buffo, di Black Velvet.
Niente di realmente eclatante succede in quegli anni, almeno per Bradley, perché l’Uomo si e sparato in faccia nella sua serra, e tutti lo sanno, perché Clinton è un coglione, e tutti lo sanno, ma per il Nostro, niente di nuovo sotto il sole.
Ma ecco l’ennesimo colpo di coda nella vita di Bradley che, in una notte del 1996, riceve una telefonata nel suo monolocale scalcinato, e la voce che sta dall’altra parte è inequivocabilmente quella di sua madre. “Torna a casa, Charles. Torna a Brooklyn”, gli intima la madre, probabilmente con il tono flebile schiacciato dal peso di anni duri.
E così fa: il figliol prodigo ritorna alla capanna, in cui ritrova il suo nucleo famigliare così come l’aveva lasciato, madre, sorella e fratello.
La sorella si è fatta una vita, la madre ha espresso il sacrosanto desiderio di stare accanto al figlio nei suoi ultimi mesi, mentre il fratello naviga in troubled waters. Una delle difficoltà più dure che Bradley si trova ad affrontare in quegli anni è infatti l’assassinio del fratello, a pochi isolati da casa sua. Poco dopo, il decesso, inevitabile, della madre.
Le ennesime coltellate che giungono sui fianchi del nostro, sempre più al centro di una vita da martire, schiaffeggiato dalla fortuna senza pietà.
Però, volendo parafrasare al solito una battuta che in un film non sfigurerebbe di certo, specie se si trattasse di un dramma di tale portata, la ruota gira per tutti; perché in effetti, per quanto Bradley viva a stento, con un salario da fame e sia di tanto in tanto costretto a chiedere asilo alla sorella, continua di notte a completare la sua metamorfosi nel suo alter ego vincente, Black Velvet. Una sorta di personalità scissa che trova quiete e realizzazione nel soul ed in tutto ciò che comporta.
La perseveranza paga, e questa volta paga bene: Bradley viene notato, in una delle sue tante serate Brooklyniane da uno delle colonne portanti del new soul, Gabriel Roth, noto come Bosco Mann, co-fondatore della Daptone Records, neonata all’epoca. Siamo agli inizi del duemila, dove tutto è più indie, cool e metropolitan, soprattutto nella nuova NY dominata dalle tendenze e da tante altre cose futili agli occhi di un uomo della strada come Bradley. Roth è uno della stessa pasta, che ha ingoiato polvere e merda per anni e che si trova adesso al vertice della miglior etichetta in circolazione in fatto di soul : un bel traguardo; quindi comprende bene la situazione del nostro, che finalmente viene preso seriamente in considerazione da qualcuno.
In quegli anni, Bradley può finalmente lavorare sul suo ormai vasto repertorio : così vasto che sembra quello di una leggenda d’altri tempi, di uno che nei ’50 spaccava i palchi e nei ’60 pure, ma che in realtà non ha messo su nastro proprio nulla.
Niente paura, ci pensa Daptone: affianca a Bradley una band di tutto rispetto, la Menahan Street Band (già The Bullets), capitanata dal producer e chitarrista Tom Brenneck, che coadiuva in parecchi compiti il lavoro di Charles.
E’ una rinascita lenta, certo, ma così possiamo arrivare al 2011 citato in cima a questa lunga storia: è l’anno dell’esordio discografico per il buon Charles Bradley, che all’età di sessant’anni sforna No time for Dreaming, un disco sentitissimo e pieno di passione, di umiltà ma soprattutto di pezzi davvero forti.
La critica ed il pubblico, commossi e compiaciuti all’unanimità da questa storia e dalle sue conseguenze, celebrano Bradley come la “vera voce del soul degli anni duemila”, e la strada è finalmente spianata per chi se lo merita.
Come se non bastasse, solo un anno dopo esce un documentario sulla vicenda, come per Sixto Rodriguez, intitolato Soul Of America, anche quello apprezzatissimo e che ha avvicinato al soulman un pubblico ancora più vasto.
Se lo merita, tantissimo, e si merita pure un album della conferma che spacca i muri con la sua carica emotiva: Victim of Love, uscito nel 2013.
Ma lo sappiamo bene, Charles, che sei troppo generoso con te stesso : non sei stato sicuramente vittima dell’amore, o del troppo amore, ma di ben altre sensazioni; ma solo il fatto che ti sia rialzato con tanta veemenza ti rende un amante unico ed inimitabile.
Ennesima citazione, questa volta dovuta, ad un suo pezzo bellissimo:
“Why is it so hard to make it in America?
I tried so hard to make it in
America
A land of milk and honey, a land supposed to be built with love
It takes love and understanding to live and let live
I was born and raised in Florida
I traveled far and wide
Then I moved to Brooklyn New York
Had hard times, but sometime I hold on”.
Ecco, togliamo quel “sometime”, se possiamo. (Tommaso Bonaiuti).

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