Scott Walker – The last twilight singer

Musica

Partirò con il più semplice dei quesiti, la cui risposta però non è altrettanto scontata, come nella maggior parte dei casi: chi è Scott Walker?
Che cosa ha rappresentato nel lungo continuum temporale della musica pop occidentale, che prosegue imperterrito nel suo compito di creare e poi divorare voci, talenti, volti ?
Apparentemente, almeno per il popolo grasso della cosiddetta musica commerciale (quanto odio questo termine), di copertina, poco o niente. Almeno, di questi tempi.
Perché in passato, diciamo tra la fine dei ’50 e gli albori dei ’70, Walker ha detto molto, moltissimo, con la sua voce quasi baritonale, calda e suadente, ed era tutt’altro che un one-hit wonder, una meteora, bensì un pilastro della musica leggera a stelle e strisce.
E poi? Una serie di scelte discografiche quasi incomprensibili, mezzi passi falsi, finti ritiri dalle scene e così via, tra un acuto e un altro. Un bell’ossimoro, se si pensa che Scott Walker ha fatto di una voce confidenziale ed incredibilmente calda il suo trademark.
Ciò che è certo, in questa storia piena di ombre e punti interrogativi, è che da un tipo come Walker non ci si può attendere nulla di scontato.
Procedendo con ordine: Noel Scott Engel (questo il suo vero nome) nasce ad Hamilton, in Ohio, un freddo giorno del gennaio ’44 , e già da ragazzino si avvicina alla musica ed al canto in maniera del tutto indipendente, a detta sua. La sua storia, fino ad ora, non ha niente di inusuale, perché è quella di uno dei tanti talentuosi giovani americani che, nel periodo post-guerra, cercano di cavalcare l’onda lunga del fenomeno dei teen idols, muovendosi dalle vaste provincie alle ancor più grandi metropoli, sulle orme dei vari Buddy Holly ed Elvis Presley.
Così Scott, con la sua fragile presenza da quattordicenne, il viso pulito e tanta malcelata ambizione ha già le carte, la physique-du-role per essere una new sensation delle classifiche americane.
Ma non va come previsto: il non ancora Walker incide singoli passati quasi del tutto inosservati, ma è comprensibile, dice il discografico di turno, impomatato fino alle orecchie, con un bel gessato ed un contratto in valigia; il ragazzo è ancora giovane, forse troppo, è c’è tempo, moltissimo, per lavorare un diamante grezzo di grandissima prospettiva.
In questi casi, è un po’ come lavorare su di un giovane atleta, mettiamo, un calciatore: il sempiterno Trapattoni diceva che un giovane non è da prima squadra se ancora non si è scovato il vero punto forte del futuro campione; hai la stoffa, potresti avere tutto, ma ancora c’è quel qualcosa che non torna, che manca all’equazione per renderti completo.
Scottie, come lo chiamavano gli amici, ha tante belle idee in testa ed ambizione a sufficienza per poter raggiungere le vette delle classifiche, ma gli mancano i mezzi “fisici”: è tutt’altro che un animale da palcoscenico, e probabilmente non ha nemmeno il passo plastico del Re, il tacco-punta con seguente colpetto d’inguine che manda al creatore le poche, rimanenti briciole di pudore del pubblico femminile (siamo ben lungi dalla puzza di piscio tra il pubblico ai concerti dei Beatles, ma è dietro l’angolo, in ogni caso); ha una voce carina sì, ma non ancora ben definita. Grezza, appunto. Ritenta, sarai più fortunato.
E infatti, il nostro affina la sua tecnica vocale, pazientemente, passando al cantato semi-baritonale e solenne che conosciamo, per poi avventurarsi in una trafila di progetti di ben poca riuscita: prima i Routers, gruppetto di Hamilton, poi i Daltons, con cui incide l’ennesimo 45 giri di poco successo.
Sono già i ’60: il nostro affronta, a suo modo, l’avvento del beat, formando con l’ex Daltons John Maus ed il batterista Gary Leeds un trio che, sotto consiglio (o ordine, suppongo) dell’ennesima casa discografica a caccia di sangue fresco, prende il nome di Walker Brothers: John Walker, Gary Walker ed, eccolo, Scott Walker.
Questa volta il successo è fulminante: il trio ci mette un po’ ad ingranare la marcia, con i primi due album (Take it Easy with the Walker Brothers e Introducing the Walker Brothers, entrambi del ’65) tutti all’insegna di cover e brani pop di poco spessore. Eppure, la formula piace, ma non negli USA; è qui che si palesa la prima anomalia della carriera del giovane Scott Walker : il suo gruppo è praticamente snobbato in madrepatria, ma nel Regno Unito diventa un must, una forza trainante che è solo secondo ai vari Manfred Mann e compagnia, e poi a Loro, inutile dilungarsi.
Tra scarafaggi, popstar da prima serata su BBC e l’incombente rivoluzione psichedelica, Walker trova la tanto sospirata quadratura del cerchio, divenendo la vera punta di diamante dei tre pseudo-fratellini, come compositore, voce più apprezzata, ragazzo copertina e, per questo, bramato da un’orda di ragazzine in visibilio.
Un bel viatico si prospetta, e da questo punto in poi fantasticherete sulla carriera di un songwriter di successo con un lungo e prosperoso avvenire, una pensione dorata ad attenderlo ed un posto nella leggenda. Forse, magari.
Ad un certo punto, i Walker Brothers si sciolgono, inevitabilmente, ma Scott rimane lì, sui palchi, tra i fiori, in copertina, in primissima serata, affogato dagli applausi, mentre degli altri due si perdono le tracce in poco tempo.
La sua carriera solista comincia da un photoset del New Musical Express, che va a trovarlo nella sua nuova casa in campagna, in Ohio, nella quale vive ancora, candidamente, con i genitori; Scott ha poco più che 23 anni, è il ’67 e lui ha una capigliatura stravagante, a caschetto, come usava allora. Porta degli spessi e caricaturali occhiali da sole neri, che caratterizzeranno il suo personaggio negli anni a venire. Ma Scott non è un personaggio, è ancora l’ Engels delle campagne, schietto. Dice, con spirito pungente e quasi irrisorio nei confronti del suo successo: “Sono felice, ho una nuova casa ed estimatori, mi sento su di un piedistallo dorato da cui non vorrei mai scendere. Ma se dovessi morire domani, cosa resterebbe di me? Il sorriso sulle foto e le mie canzoni? Sarebbero solo un dettaglio di quello che sono, perché nonostante tutto rimango una persona”.
Sembra quasi, con spirito libertino e con l’etica di un Cobain ante litteram, denigrare o ignorare la bolla di cristallo che lo protegge e lo fa volare nelle classifica e nei salotti delle case britanniche.
Già, solo lì, perché quella bizzarra costante rimane, Walker non sfonda negli USA, non c’è storia.
L’esordio, dal semplice titolo di Scott (1967), è lapalissiano già dal titolo: schiettezza assoluta; la sua voce in primo piano, qualche furba orchestrazione, alcune cover, come Amsterdam e My Death, del cantautore belga Jacques Brel, uno considerato “pericoloso e sovversivo” nel suo paese, sono i tòpoi che si susseguono senza filtri in questa e nei successivi, ravvicinati episodi discografici del nostro, che in maniera molto didascalica, quasi seriale, intitola Scott 2, Scott 3 e Scott 4, tutti usciti in un periodo compreso tra il ’67 ed il ’69.

Già, perché la creatività del nostro è una manna dal cielo per la Phillips, colosso degli elettrodomestici che solo da poco si è buttato nella perigliosa palude dello show business, e Walker è proprio la sua arma migliore, un’arma che, sempre scarafaggi e figli del voodoo permettendo, fa a pezzi la classifica UK con una facilità disarmante.
Però c’è qualcosa che cambia in Walker, in quegli anni: è tutto colorato, e lui diventa in bianco e nero, è, involontariamente, la nuova frontiera del croonerismo, dello chanteur maudit, dell’uomo della strada, aspetti questi tutti sottolineati dalla solennità dei suoi lavori del ’69, la terza e quarta tappa del suo cammino glorioso. Il primo, uscito in primavera, mantiene le promesse, gli archi, i bacetti ed i bonbon orchestrali dei lavori precedenti, in un clima qua però a volte dissonante, vagamente psichedelico, altre volte fittiziamente natalizio e candido, come nel suo classico Copenhagen, in cui dolcemente accenna: “Our love is an antique song for children’s carousels”.
Il disco dopo, uscito in novembre, è all’insegna dell’epico e dell’inusuale : si apre sul bolero morriconiano di The Seventh Seal, già potente dal titolo.
“Anybody seen a knight pass this way
I saw him playing chess with Death yesterday
His crusade was a search for God and they say
It’s been a along way to carry on”
Insomma, roba seria.
Scott 4 è all’unanimità, ed a distanza di tempo, considerato (a ragione) la sua opera più riuscita di quel periodo, in cui Walker intensifica la sua attività di compositore, va a cercare divertissement sonori e nuovi espedienti insoliti, per dare un tocco speziato ed esotico ad un pop a sua detta stantio e banale. In tendenza con la controcultura dell’epoca, Walker dice la sua sulla guerra nel brano Hero of the War, ma lo fa in maniera irriverente, quasi grottesca, e segue con la simbolica (non messa li a caso) The Old man’s back again (Dedicated to the Neo-Stalinist Regime), uno dei pochi pezzi ancora “riconosciuti” ed accettati dal Walker moderno.
Già, tornando alla domanda iniziale: chi è Scott Walker?
O almeno, cos’è stato dopo il successo, i fiori, le coccole della stampa? Ne è seguito il più classico dei percorsi di auto-annientamento (artistico e personale), come tanti ne abbiamo visti nella storia della musica; una ricaduta tra ansiolitici ed alcool, amici inseparabili della spirale discendente. Una caduta però non fragorosa e repentina, ma controllata, passata attraverso un improbabile reunion dei Walker Brothers verso la fine dei ’70, decennio di minimo storico per il nostro caratterizzato da continui fallimenti discografici, a partire proprio da quel capitolo 4 che tonfò clamorosamente nelle classifiche. Si dice che fosse l’album preferito di David Bowie all’epoca, e che l’abbia influenzato in maniera consistente per la realizzazione di The Man Who Sold the World.
Che Walker sia stato a suo modo influente su molti artisti a venire (Radiohead, Nick Cave, Mark Lanegan e tanti altri) è indubbio, ma è ancora un mistero che cosa abbia fatto tra il suo ritorno da solista, Climate of Hunter (1984) ed il successivo Tilt! (1995), l’album che, senza troppi fronzoli, catapulta il nostro nella modernità, con un suono, al solito, insolito. Walker, da viso pulito del beat a cantore maledetto, passando per una pseudo rinascita da country star ritorna nei novanta, entrandoci quasi di soppiatto, e spiazza tutti.

https://www.youtube.com/watch?v=uZK0m7HfH2E[/asa]
E’ come se entrasse dalla porta di servizio di un bar, un bar pieno di rockstar, di Bono Vox ed Eddie Vedder, di Trent Reznor e di Thom Yorke, in una notte piovosa, e si togliesse, con lentezza, gli occhiali neri ed il cappotto, tra lo stupore generale. Magari sentiremmo bisbigliare a mezza bocca frasi del tipo ma non era morto? e malignità simili, ma quando vivi come un fantasma per anni, come non pensarlo.
Tilt! è un disco ostico, una mazzata sulle gengive che non ti aspetteresti dal delicato ed irriverente Scott Walker; è un disco che raccoglie, indirettamente, ma a noi piace pensare che sia voluto, l’eredità di Demetrio Stratos e di tanti altri sperimentatori e chimici delle corde vocali. E’ un album fatto di sfumature, di toni apparentemente confusi, di un caos organizzato che è armonico e disarmonico allo stesso tempo. Per molti, la sua prova più convincente e, per tutti, in maniera sicuramente obiettiva, la sua tappa più scioccante, che risponde alle necessità del Walker giovane, che era su di un piedistallo dorato e che, un giorno o l’altro, avrebbe voluto scendere.
Da allora non è cambiato molto: Scott Walker vive nella privacy più assoluta, è uno splendido settantenne che, di tanto in tanto, tira fuori dal cappello opere assurde che lui tratta con cura e che culla come figli; la più recente è un improbabile (all’apparenza, almeno) sodalizio con il duo drone metal Sunn O))), ovvero Soused, dato alle stampe da 4AD (la sua nuova etichetta, storica promotrice della darkwave britannica negli ’80) un annetto scarso fa. Ed è un disco meraviglioso, ovviamente.
“Il lavoro di un uomo non è altro che il lento viatico della riscoperta, attraverso le deviazioni dell’arte, di quelle due o tre magnifiche e semplici cose di fronte alle quali il suo cuore si apre”.
Albert Camus. (Tommaso Bonaiuti)

Tilt

Price: EUR 7,70

5.0 su 5 stelle

CondividiShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on TumblrShare on Google+Email this to someone

Leave a Response