Oscenità varie

Savin’ Lorenzin

Grazie al collega (che mi onoro di avere come collega) Stefano, si pone alla mia attenzione la nuova campagna frutto dello staff comunicativo del Ministero della Salute, capeggiato quest’ultimo dalla ormai celebre Lorenzin. Uno staff che vorrei conoscere, per ringraziarli; per abbracciarli; e per piangere con loro. Tento una piccola analisi dell’imago in questione nella quale, sopra, campeggiano i personaggi che incarnano Le buone abitudini da promuovere e, sotto, I cattivi “compagni” da abbandonare. Vorrei riferirmi alle sole immagini, lasciando perdere l’utilizzo del termine compagni posto fra virgolette (excusatio non petita, accusatio manifesta!), o il fatto che l’immagine dei ragazzi buoni non promuova NESSUNA abitudine; a meno che non sia considerata tale lo stare in posa ebete, vestiti con le rimanenze di un Postal Market anni Novanta e abbrancati come quando si giocava a Twister.

L’immagine dei buoni è Iperrealismo puro. L’Iperrealismo, come corrente artistica, attecchì sul rush finale del secolo scorso, come una delle ultime propaggini creative prima del crollo del muro (e attecchì negli States – non poteva essere altrimenti). Statue (oltre che quadri) che minuziosamente ricalcavano la realtà, come quelle tipiche dei coniugi cicciuti, lui con maglietta hawaiana, cappellino, lei con abito dozzinale, e kitsch a profusione; lì, come manichini umanizzati (da De Chirico a Duane Henson: ecco un ottimo riassunto visivo del cosiddetto Secolo breve), a denunciare la vacuità del Capitalismo, a sottolineare l’agio effimero che aveva creato un’Epoca; agio dietro il quale erano già in nuce molti bubboni di peste, alcuni dei quali sono oggi ampiamente scoppiati (letteralmente, anche, come alle Twin Towers). L’immagine in questione è iperrealistica perché troppo, troppo mondata, da ogni foruncolo della vita vera; come se il Mondo del Mulino Bianco avesse preso un’overdose di steroidi per diventare Bianchissimoooooooooo.

L’immagine dei cattivi ha meno relazioni con l’arte; piuttosto va a braccetto con i luoghi comuni più triti. Risbuca comunque l’Iperrealismo di Henson, le cui sculture naturalmente cavalcavano i luoghi comuni: ma questi erano, ogni volta, inquadrati uno per uno; denunciati, ripeto; cristallizzati. In questo caso invece si è proprio nel Regno del L(u)ogo Comune scambiato per capacità di sintesi. Senza stare tanto a soffermarsi sul fatto che fra i cattivi c’è un negro e una, credo, meticcia (sembra una donna, ma i riccioloni mi potrebbero ingannare: pare Coco Hernandez di Fame, o ancor più Lisa Bonet,  prima nel cast dell’allegra famiglia de I Robinson e poi hot e mezza-maudit per togliersi di dosso la suddetta serie tv bonaria con gli afroameicani borghesi); trattasi di politically uncorrect? No, per quello ci vuole consapevolezza. Soltanto statistica: si reputa che nella realtà – o nell’Immaginario collettivo, che è la Realtà delle Immagini – è più facile che sia gente di malaffare un nero  (o un Rom), che immacolati biondini; per capirci, biondini e nordici: come Breivik! Quindi, non è qui lo scandalo, anche se per vederla così ci vuole un po’ di cinismo; ma non di più.

Il vero focus è la cialtroneria con cui è stata allestita la scena: nel caso dell’immagine dei buoni, ci viene da ridere o da piangere, ma non c’è niente di incoerente, perché viene descritto per la milionesima volta il sogno della famiglia perfetta, biondosa, pulitosa e probabilmente anche petalosa. Tutto lì. In questa scena, invece, nonostante ci si debba orientare su messaggi visivi chiari ed intuitivi (per questo – ahimè – richiamare il babau del nero è un autogol MOSTRUOSO se l’immagine è usata per uno spot politico, ma non fa una piega se si fa leva sull’Immaginario), c’è un’accozzaglia di microcosmi. Risalta l’alcolista negrone su tutti: innanzitutto, un alcolista lo si immagina non così in salute: quello lì, a occhio, con un dito mi potrebbe ammazzare. Soprattutto, ha il classico cartone per coprire la bottiglia – e qui ci potremmo stare, come messaggio visivo, perché il sacchettino indica che la bottiglia che nasconde è vietata, fa male etc – ma il problema è che lui se la scola IN CASA! Da chi si nasconde, dalla polizia che nutre dentro di sé?! Dai suoi compagni di merende, in cui il più morigerato si fuma un cannone?! Rabbrividiaaamo, come diceva genialmente Marina Massironi nello sketch de I Bulgari di Aldo, Giovanni e Giacomo. Poi: raramente le etnie diverse stanno in gruppo; qui, se ne scorgono almeno tre. E altrettanto raramente (mi riferisco ancora alla conoscenza dell’Immaginario, non alla vita vera, che per fortuna è più varia) il gruppo può vantare uno che si fa di coca, una colla pipa per l’eroina, uno con l’alcol e un altro – straordinario: anche una nota di mistero! – il quale, boh!, che starà facendo?! Intendo quello a sinistra, tagliato a metà dall’immagine: prende appunti su un foglio? O lo vuole rollare per creare una canna gigante?! Insomma, un riassuntone di microcosmi diversi, unificati solo dal fatto d’essere deprecabili socialmente. Una foto concettuale forfettaria, insomma! Il The Best delle cose-da-non-fare in una sola immagine.

Fin qui, l’infelicità dello spot in sé. Ma non è niente! Perché lo spot è usato a fini politici. Quel che un tempo si chiamava Pubblicità Progresso (oggi termine vetusto, in quanto protuberanza-in-salsa-spot dell’Era ideologica) è oggi un insieme di messaggi lanciati come razzi impazziti, senza una piattaforma di valori condivisi che li orientino e li testino; e con la coscienza di un tordo spiaccicato per strada da un alcolista (probabilmente il negrone di cui sopra!). Io, dal punto di vista filosofico, concordo con questo afflato, perché se la graniticità di un Sistema valoriale era troppo rigido (e in ogni caso non sostenibile oggi), la completa distruzione di quel Sistema sta generando mostri tali che Gheddafi, gli Anni di piombo, Saddam prima alleato USA e poi Diavolo delle armi chimiche sono, al confronto, una brezzolina di mare.

Perché la libertà apparente causata dalla liberazione di un chiaro Sistema valoriale s’insinua fra le persone; non è come durante la Guerra Fredda una dinamica che viaggia sopra le nostre teste, ai livelli alti delle decisioni politiche, per cui ciò che arrivava alla gente, poi, era l’atmosfera, il reflusso gastrico, di quel Sistema mezzo sano mezzo malato, del quale inoltre sapevamo precisamente i brand valoriali (la Chiesa, la Destra, la Sinistra etc): oggi, i valori schizzano come virus temporanei che s’incidono direttamente all’interno di ogni individuo, spesso senza poterne sapere la fonte originaria, e tutto questo movimento caotico porta a una subculturalizzazione catastrofica. Una falsa libertà random: un giorno trasportata da un prodotto di mercato, un altro da un’icona en vogue, un altro da quelle massime che si trovano così spesso su Fb: «Tu vali per come sei dentro, chi non lo capisce è fuori!», «Io mi faccio i c**** miei, tu fatti i tuoi! Come possiamo non andare d’accordo?!», «Solo quando il tuo cuore si aprirà il mondo, il mondo si aprirà a te». Seguiti da smile, cuoricini e così via. NB Questi me li sono inventati ora; ma ditemi se non sono plausibili, se non sono quelli che troviamo continuamente!

Il problema dunque non è l’antipatico ma  necessario (opinione personale, quella che ho esposto, per carità) tentativo di riportare a un insieme di valori condivisi, una volta attualizzati e ibridati l’un con l’altro (faccio solo un esempio: quando il Dalai Lama allude alle religioni come forme possibili di approccio al Naturale e Sovrannaturale, senza affermare che la propria forma è La Verità, compie proprio questo: un balzo nell’attualità di ciò che un tempo era un sistema rigido, non fluido) ma il fatto di quanto sia incredibilmente, clamorosamente, tiverrebbedasbatterelatestamente goffo, questo tentativo. La Comunicazione che è toccata in sorte alla Lorenzin ha recentemente pestato col piede nudo una discreta merda, con il #fertilityday; e adesso, invece di pensarci un attimo, prima di lanciare un’altra campagna, pesta una merda di vacca, gigantesca, di quelle con mille mosconi che ci svolazzano sopra. In più (non è finita! E questo lo so grazie al meritorio Stefano nominato all’inizio), le due immagini usate non sono state create apposta, ma pescate dai siti di stock photography. Cioè, chi lavora per la Lorenzin (forse gli stessi che suggerirono alla Gelmini di scavare il tunnel per i neutrini?!), è andato a fare un giro al supermarket delle immagini, ne ha prese due e ci ha scritto sopra.

Conclusioni! Io sono solitamente contro-la-controinformazione, e credo d’esser tanto  malizioso quanto ingenuotto. Però, come persona che si interessa alle immagini, al loro movimento, al loro uso, non posso non pensare che questa apparente goffaggine sia una strategia, permessa proprio dalla nuova Era in corso: perché adesso la soglia della vergogna sociale si è abbassata in un senso e differenziata in un altro, rispetto all’Era ideologica. Guardate Trump. Non importa che dica una cazzata dopo l’altra: è importante che trascini, che attizzi el pueblo, che porti le ragioni dei conservatori fino al parossismo, fino ad oltrepassarli in impertinenza (e tintura dei capelli). Il reaganiano più sfegatato, negli Ottanta, non lo avrebbe assunto nemmeno come colf, perché avrebbe messo in imbarazzo gli eventuali ospiti.

Alla stessa stregua, il fatto che uno staff di comunicazione di un Ministero di uno Stato democratico pesti cacche un giorno sì e l’altro anche, può esser liquidato da un twitter, come ha già fatto per il #fertilityday la Lorenzin: non vi piace la campagna? ne facciamo un’altra, l’importante è che passi il messaggio positivo. Ma l’arma a doppio taglio (ecco la strategia) è che con la caduta di un certo tipo di imbarazzo e della professionalità come vettori necessari, si può dire quel che non si potrebbe, con la scusa della mancata (ma ormai giustificabile) professionalità. Trump può parlare di erigere un muro al confine col Messico; basta che poi i suoi colleghi dicano che daiiiii!, si sa, Donald è un po’ colorito! Ma intanto, l’ha detto; si è insinuato nella nostra coscienza e soprattutto nel nostro inconscio. Ugualmente, l’aggressività di queste campagne italiane (fai i figli da giovane, maledetta verginella! Non frequentare il negro, o ti drogherai! Sii come uno spot della Colgate dopo esserti  fatto imbalsamare!) è un sasso che si può ritirare con due parole date agli addetti stampa, ma che, intanto, si è potuto scagliare nell’inconscio, che registra meglio di qualsiasi Mac le informazioni.

Nell’Eraleaks, dove ci vogliono far credere che la verità non può esser più velata, essa è come Jamie Madrox, l’X-men col potere di moltiplicarsi. E si moltiplica fino a creare un esercito di verità in cui ogni soldato smentisce quello precedente, ma che rimane compattato dalla propria forza intrinseca, l’esser cioè tutte verità e perciò nessuna; come intervalli di tempo senza note fra un intervallo e un altro. Come lo spartito 4:44 di John Cage: solo pause; il vero spartito è stato iniettato a un livello più profondo e incontrollabile. (Lester Bongs)

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