Salviamo la Grecia?

Storia e attualità

Dopo 17 ore di trattative si è trovato un accordo tra l’Eurogruppo e la Grecia. In tre giorni Atene dovrà approvare una serie di riforme preliminari per avviare la discussione di un piano da 85 miliardi che eviti il fallimento del Paese e la sua uscita dall’euro. Tra un referendum dall’ambiguo valore politico, i contrasti franco-tedeschi e interminabili mediazioni, proviamo a capire che cosa è successo.

Lunedì è stato raggiunto un accordo tra Atene e l’Unione europea per il terzo salvataggio della Grecia. Di che cosa si tratta?

Per cominciare è importante dire subito che l’accordo raggiunto lunedì mattina non ha avviato direttamente il salvataggio della Grecia, ma ha solo individuato dei punti sui quali basare un futuro piano triennale da 82-86 miliardi di euro, compresi una ricapitalizzazione da 25 miliardi delle banche elleniche e lo sblocco di 35 miliardi di investimenti europei. Secondo quanto stabilito durante i vertici dei ministri delle Finanze e dei capi di Stato e di Governo dell’area euro (Eurogruppo ed Eurosummit), Atene ha tempo fino a mercoledì 15 luglio per approvare una serie di riforme concordate con i creditori: aumento dell’iva per ristoranti, alberghi e isole; tagli alla difesa; incremento delle tasse agli armatori, alle imprese e sul lusso; riforma del catasto e del codice civile; riduzione delle baby pensioni e innalzamento dell’età pensionabile; abolizione delle agevolazioni agli agricoltori; riforma della contrattazione collettiva; privatizzazioni di infrastrutture (tra le quali il porto del Pireo). Si tratta quindi sia di misure fiscali, sia di vere e proprie riforme strutturali che riguarderanno tutti i settori della vita economica greca e che dovranno essere in parte approvate entro il 15 luglio per avviare un prestito d’emergenza da 12 miliardi (7 a luglio e 5 ad agosto). L’accordo prevede che la Grecia debba preventivamente consultare le Istituzioni europee sulla coerenza dei disegni di legge, però non è ancora stabilito se la vigilanza spetti a una nuova commissione simile alla Troika (Unione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) insediatasi ad Atene negli anni scorsi. Un aspetto rilevante è che sarà creato un fondo di garanzia nel quale confluiranno beni pubblici greci per 50 miliardi di euro: in sostanza, una privatizzazione forzata. Questi soldi avranno sede ad Atene e saranno gestiti dalla Grecia, ma dovranno essere diretti al 50% per la ricapitalizzazione delle banche, al 25% per gli investimenti e al 25% per la riduzione del debito. In un primo momento i creditori avevano chiesto che tale fondo fosse basato in Lussemburgo, un’eventualità poi scongiurata anche grazie all’intervento italiano. Non è chiaro, invece, se ci sarà il ricalcolo (con taglio) del debito chiesto da Tsipras.

Quali sono i prossimi passi?

Il percorso dell’accordo nei giorni a venire sarà piuttosto turbolento. Andiamo per ordine. Il Parlamento greco deve approvare le riforme maggiori entro mercoledì 15 luglio. In caso di esito positivo, l’Eurogruppo riconosce la base negoziale, ma l’iniziativa è subordinata al voto favorevole dei Parlamenti di Austria, Estonia, Finlandia, Germania, Olanda e Slovenia. Dopo il via libera delle Assemblee nazionali, parte il negoziato vero e proprio con l’Eurogruppo. L’accordo deve essere prima votato nuovamente da Estonia, Finlandia, Germania e Olanda, poi valutato dall’ex Troika. Solo allora può essere disposta la prima rata del prestito. Una nota per chiarire: il passaggio dai Parlamenti nazionali non è richiesto dalle Istituzioni europee, bensì dalle leggi di quegli Stati.

Quali erano le parti in gioco al tavolo delle trattative?

Le negoziazioni sono state piuttosto tese e hanno più volte rischiato di essere interrotte. La divisione principale era tra la Germania (supportata da Europa settentrionale e orientale) e la Francia (con Italia e Cipro), e ricalcava due diverse interpretazioni sul modello di governo dell’Unione. Nello specifico, Berlino, guidata in questi giorni dal ministro delle Finanze Schauble, piuttosto che da Angela Merkel, ritiene che la priorità sia il rispetto dei parametri fondanti dell’Unione monetaria, anche a costo di imporre misure di austerità molto rigide. La Cancelliera ha mostrato però un insolito nervosismo, forse perché talvolta surclassata dal falco Schauble, sostenuto dal 70% dell’opinione pubblica tedesca e giunto a proporre una sospensione per 5 anni della Grecia dall’euro (misura non prevista dai Trattati e secondo alcuni esperti addirittura illegale). Merkel sa perfettamente che un’uscita di Atene dalla moneta unica (Grexit) sarebbe un passo verso l’ignoto, ma a porle pressione c’erano soprattutto la linea francese e i Paesi dell’Est (molto rigidi e convinti che la crisi greca stia sottraendo energie preziose al contrasto della Russia). Hollande, appoggiato da Renzi, propende invece – come da tradizione transalpina – per la priorità della politica rispetto alla tecnocrazia e ritiene che il salvataggio della Grecia debba essere ottenuto pur forzando i Trattati (circostanza che in passato ha giovato Francia e Germania). L’obiettivo reale di Parigi non è tanto mostrare solidarietà nei confronti di Atene, quanto contrastare l’idea tedesca di un’Europa finanziariamente rigida ed evitare di fornire appigli alla retorica euroscettica di Marine Le Pen. L’Italia è rimasta in secondo piano, ma non del tutto defilata. Renzi ha tenuto una posizione piuttosto ragionevole, vicina alla Francia, in favore di una chiave di risoluzione politica, ma non aggressiva. Il nostro Paese, tra l’altro, è stato apertamente contrario a che il fondo di garanzia da 50 miliardi fosse basato in Lussemburgo ed è riuscito a far valere questo orientamento anche quando la Francia sembrava pronta a cedere. Appunto: se la Grecia fallisse, l’Italia perderebbe 40 miliardi di euro.

Come siamo arrivati fin qui?

Dal 2010 a oggi la Grecia ha ricevuto circa 240 miliardi di aiuti da Ue, Bce e Fmi, sempre subordinati a dure misure di austerità e revisione della spesa pubblica. L’origine più evidente del problema è che Atene abbia per anni falsificato i bilanci per rientrare nei parametri europei, col beneplacito di grandi investitori – soprattutto tedeschi e francesi – che conoscevano la realtà dei fatti, ma tacevano per trarne vantaggio. L’Europa, con Berlino in testa, ha imposto alla Grecia un ferreo e cieco rigore per ottenere i fondi d’aiuto, ma sarebbe sbagliato attribuire a Bruxelles tutti i mali del Paese. Nell’arco del tempo, infatti, Atene ha sostenuto un sistema traballante, basato su un’ampia spesa pubblica e su un metodo clientelare, frutto anche del tentativo di riconciliare la popolazione dopo gli anni della Dittatura dei colonnelli (1967-1974). Il comparto pubblico è cresciuto a dismisura, mentre le tasse per alcune categorie (armatori, grande industria, Chiesa ortodossa…) e per molti territori (soprattutto le isole) erano quasi inesistenti, a fronte di un’evasione fiscale per 11 milioni di abitanti e 180 miliardi di Pil stimata in 30 miliardi di euro. Addirittura, parte degli aiuti europei sono evaporati, gestiti finanziariamente male o gettati in provvedimenti di dubbia necessità o proprio controproducenti.

Quindi alla fine il referendum del 5 luglio è stato inutile?

Questa domanda sta scatenando furiosi dibattiti in ogni luogo di discussione, perché la risposta è nota, quasi automatica. In base a quanto emerso finora, sembra che il referendum abbia avuto scarso valore e che Tsipras abbia commesso un errore di valutazione politica. Ripercorriamo un attimo la vicenda. Il Primo Ministro ha annunciato la scelta della consultazione due settimane fa, in prossimità dell’accordo con l’Unione europea, e gli elettori greci il 5 luglio hanno scelto il no. Ma a che cosa? Qui arriva il primo dubbio: la scheda, infatti, non riportava l’ultimo testo discusso, ma un documento precedente, che era già stato scartato. All’indomani della votazione, Tsipras ottiene dal Parlamento l’approvazione per un nuovo progetto di salvataggio del Paese, torna di fronte alle Istituzioni europee e presenta una controproposta, che paradossalmente non solo è simile a quella della Commissione, ma per certi versi è addirittura più dura. Da tale base sono poi ripartite le trattative terminate il 13 luglio. In sostanza, l’esito del referendum e il grande clamore mediatico sono finiti in una bolla di sapone. Il passaggio cruciale che ha costretto il Governo di Atene ad accantonare la consultazione è derivato dalla presa di coscienza che ci si stava avviando verso un vicolo cieco. Torniamo nuovamente indietro. Tsipras era arrivato molto vicino a concludere un accordo che prevedeva una serie di misure, tra le quali per esempio aumento dell’iva per attività ricettive e isole, riforma del catasto, revisione dell’età pensionabile e nuova tassazione per i grandi patrimoni. A quel punto, il Primo Ministro avrebbe potuto invocare il referendum in due modi: o ribaltando il tavolo e rimettendo la decisione ai cittadini ellenici, o minacciando il ricorso alle urne come soluzione estrema e incontrollabile. Tuttavia, in entrambi i casi la consultazione pubblica era connessa a un deciso gesto di rottura e a un tentativo di forzare i colloqui. Tsipras, invece, ha sospeso le trattative e ha sottoposto agli elettori un testo non conforme a quello in fase di negoziazione, per poi vanificare di fatto il risultato del referendum. Per dirla in poche parole, a meno che non ci sia una trama machiavellica ancora da scoprire, Tsipras ha probabilmente commesso un errore di valutazione, forse sovrastimando le reali intenzioni dell’Unione europea. Secondo i maggiori detrattori, invece, il Primo Ministro greco avrebbe soltanto voluto salvaguardarsi e mantenere più compatta possibile la maggioranza: se avesse vinto il sì, sarebbe stato il popolo a volere l’accordo; se avesse vinto il no, la linea del Governo sarebbe stata confermata. Generalmente, i retroscena emergono col tempo, quindi basta attendere. Il risultato, comunque, è stato che in Europa molti si sono spazientiti. (Beniamino Franceschini)

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