Salò o le 120 giornate di Sodoma: la perversa follia del potere

Cinema

L’Italia del 1975 aveva una pelle nuova.
Dopo quasi 10 anni di tumulto sociale e politico, la penisola si era destata da un dopoguerra febbrile e colmo di speranza, nel quale il paese stava cercando di ritrovare, zoppicante e confuso, la propria identità.
Il referendum per il divorzio, i moti del 68 e l’autodeterminazione femminile avevano dato una scossa vibrante al tessuto sociale, un’idea di rinnovamento alimentata da un antagonismo irriducibile e da una sinistra al suo apice nel prendere terreno sul dominio della Democrazia Cristiana.
Fu in questa Italia agguerrita ma ancora strenuamente puritana che Pier Paolo Pasolini girò Salò o le 120 giornate di Sodoma.
La pellicola (l’ultima dall’artista, che verrà assassinato sulla spiaggia di Ostia il 2 novembre del 1975), in parte ispirata al romanzo del marchese De Sade “Le centoventi giornate di Sodoma”, è  il lavoro più duro del regista, ed il lungometraggio più scioccante nella storia del cinema italiano.
Pasolini ambienta l’opera di De Sade nel nord-Italia occupato dai fascisti dopo l’Armistizio di Cassibile, imprigionando nella cellulosa un nido nefasto di perversione suddiviso in quattro atti
-Antinferno, Girone delle Manie, Girone della Merda e Girone del Sangue- scenari speculari ai quattro rappresentanti del potere: il Duca, il Monsignore, l’Eccellenza ed il Presidente, giuria e boia delle giovani vittime, catturate e rinchiuse in una lussuosa e decadente villa isolata dal mondo; il palcoscenico di un inferno surreale sublimato dal richiamo alla geografia dantesca dei vari gironi.
Il tema della mercificazione dei corpi raggiunge un apice mai toccato dal cinema nostrano, grazie ad un’analisi del potere completamente disumanizzata. Pasolini evita sapientemente la caratterizzazione delle vittime: cancella ogni traccia di empatia e trasforma i prigionieri in meri manichini alla mercé dei propri carnefici. Il forte contrasto tra l’oscena perversione del soggetto ed il rigore estetico dona alle scene un perenne senso di straniamento, attraverso il quale la metafora del potere acquista una violenza tale da rendere la visione di Salò soffocante ed angosciante. Anche il sesso viene svuotato da ogni forma liberatoria, diventando così una tremenda imposizione, un’azione meccanica esasperata, resa ancor più grottesca dalle storie erotiche delle quattro anziane prostitute… la vera colonna sonora del film.
La pellicola, osteggiata ancor prima di essere finalizzata, divenne la pietra dello scandalo: il sequestro da parte del Procuratore della Repubblica di Milano non tardò, ed il produttore Alberto Grimaldi fu condannato a due mesi di reclusione per oscenità, guadagnando (fortunatamente) l’assoluzione pochi mesi dopo.
Salò o le 120 giornate di Sodoma (dopo il misterioso furto delle bobine, un’anteprima in tre cinema milanesi e la bocciatura da parte della commissione per la censura) debuttò nei grandi schermi con quattro scene tagliate il 10 marzo del 1977. Durante alcune proiezioni le sale che ospitavano il lungometraggio furono assalite e danneggiate per protesta da gruppi neo-fascisti (celebre il caso del Rouge et Noir di Roma, per il quale fu arrestato Giuseppe Valerio Fioravanti, futuro membro dei N.A.R.).
Il destino del film fu maledetto: dopo due ennesimi sequestri sparì dai cinema per 10 anni. Ad oggi non è MAI stato trasmesso sulle emittenti in chiaro italiane e la gran parte degli attori coinvolti continua a rifiutare interviste tematiche.
A 42 anni dalla realizzazione Salò non ha smarrito un briciolo della sua tremenda forza evocativa: quei 117 minuti sono una lama spinta lentamente tra le costole, che leva il respiro secondo dopo secondo.

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