Robotica e organica: H. R. Giger, il creatore di Alien

Arti visive

Fino al 19 febbraio, per chi è dalle parti della Costa Etrusca, può trovare a Cecina (LI) un’opera di Giger all’interno della mostra Viaggio nel Cosmo, presso lo spazio Geiger.

Svizzera

Hans Ruedi Giger nasce svizzero: e già questo lo rende inquietante. La Svizzera, nell’Immaginario collettivo, ha più vite; esse, si scrutano come binari paralleli che mai potranno incontrarsi. La Svizzera, è quella che ha solo il cioccolato, gli orologi e l’ordine; è quella verde di De Gregori, surrogato alpino di un’America troppo lontana per i piedi di Pablo; quella criminale delle banche, o della benzina che costa meno per i lombardi più vicini a Lugano; letteraria e musicabile, con Guglielmo Tell; politicamente neutrale e Terra di Mezzo per vocazione, in cui la compatibilità di facciata fra le grandi culture europee – la francese, la tedesca – diventa più o meno realtà. Ma se chimicamente la si mescola ai mostri dell’artista che lì ebbe i natali (e trattenendo di essa soprattutto il topos della Terra di Mezzo, della durezza delle sue montagne) mi appaiono gli scenari di una natura verde e incontaminata vista dall’alto; una natura ferita solo dalla striscia d’asfalto di una strada che, inquadratura dopo inquadratura, si rivela essere quella del viaggio della famiglia che raggiungerà un hotel fatale, nel Colorado: l’allegra famiglia di Shining.

Fisiognomica

Colloco qui un’altra suggestione: il volto di Giger. Un volto pingue e, ancora una volta, inquietante, che ci ricorda – come gli studi ottocenteschi di fisiognomica più animalier insegnano – una rana che stia per esplodere; con quelle carnose palpebre  a incorniciare gli occhi, così umane troppo umane che, quasi fosse per legge del contrappasso, non potevano non portare questo artista a congegnare una letteratura visiva di esseri metà uomo e metà robot. Non, secondo gli stilemi della mitologia greca (il centauro, il Minotauro, il satiro: uomo e animale, ma distintamente). Né secondo quelli di Terminator, robot che ha sembianze umane e che si umanizza interiormente solo per una legge etico-hollywoodiana (come diventare buoni a partire da qualsiasi situazione); né di Iron Man della Marvel o Robocop (che col tempo rimane un bel film): uomini che, attraverso un’armatura o applicazioni, possono solo simulare la commistione fra uomo e robot.

Gli esseri di Giger sono una vera contaminazione tra l’essere umano e il robot, attraverso un’idea squisitamente novecentesca (come peraltro lo stesso termine robota, del 1920, grazie allo scrittore Čapek): gettare in pasto l’aggettivo organico nell’universo della robotica. Immaginarsi cioè che i robot non siano alla stregua di un televisore o una lavatrice costruiti dall’intelligenza umana, tanto incredibilmente congegnati da giungere all’umanizzazione; ma abbiano una loro biologia, un loro sviluppo. L’unico riferimento paragonabile a un parametro del genere, spostato però dal piano biologico a quello dei sentimenti, dell’anima, è il cyborg di Blade Runner (certo!, lui, quello che ha «Visto cose che» noi umani etc). Bene; come molti sapranno, le scene tagliate da Kubrick del viaggio in auto ripreso dall’alto in Shining sono state riutilizzate da Ridley Scott per il suo cult.

Tecnica e concetto

Si voleva per Blade Runner un finale speranzoso, e quelle scene lo crearono a dispetto di Scott, che poi si vendicò nel suo director’s cut; però, fu una splendida intuizione, l’utilizzo degli scarti di Shining. L’altra grande intuizione è quella che, qui, serve anche a far quadrare definitivamente il cerchio dell’articolino: il registao chi per luivolle utilizzare il mondo iconografico di Giger per creare la creatura di Alien, cosa che valse all’artista l’Oscar agli effetti speciali in collaborazione con il nostro Rambaldi. Uno spartiacque, nel genere fantascientifico. Eppure, l’essere di Alien nasce sì, da quell’immaginario organico-robotico, ma è il rappresentante di una specie aliena, interamente biologica; perciò, il mostro da Oscar è il risultato iconografico, ma non concettuale, di quel mondo creativo.

Tecnicamente, un grosso aiuto all’arte dello svizzerone è stato dato dalla sua scelta di prediligere l’aerografo: ha le caratteristiche perfette per creare effetti metallici, robotici, spettralmente umanoidi nelle opere. Opere che, almeno a parere personale, se decontestualizzate hanno anche qualcosa di kitsch, un po’ come se la trovata di Giger fosse più grande delle sue effettive capacità di metterla a frutto artisticamente. Perciò, in un certo senso, è un destino felice che egli sia rimasto famoso soprattutto per aver creato la creatura del film di Scott.

Ciò che è davvero inquietante

Da tale visuale però possiamo aggiungere l’ultimo tassello: come i bambini che non hanno pregiudizi né sovrastrutture, e possono quindi immaginare… un cane oblungo con le ali di ghiaccio, o una serie di uomini con attorcigliati corni in mezzo al petto e zampe di gallina al posto delle mani, la grandezza di Giger sta proprio nell’aver saputo delineare con la sua immaginazione – sicuramente influenzata anche dalla presenza, nella fanciullezza, di teschi e tutto ciò che gli poteva fornire l’avere un padre farmacista, fra ampollette e animalini in formalina – un modo nuovo di vagheggiare la natura: proprio come il bimbo che disegna e-non-si-sa-perché-ma-così-è un cane oblungo alato che fatalmente s’incastra alla perfezione in qualcosa che risponde, per allegoria, alla nostra realtà; negli anni Sessanta del secolo scorso, per fare un esempio celebre, bastarono un trucco da orientale e le orecchie a punta, per trovare incarnato l’archetipo dell’extraterrestre evoluto e collaborativo, cioè Spock; quelle inezie furono tali solo a descriverle, perché di fatto sono rimaste un bersaglio colpito in pieno centro nel nostro Immaginario.

Giger, da par suo, ha creato figure che rendevano iconograficamente l’idea di un futuro distopico e pauroso; come se il mondo attendesse qualcuno in grado di pensarle. La grande allegoria che si cela dietro l’intuizione di mescolare l’organica con la robotica, è quella dello spavento di fronte alla possibilità che la tecnologia un giorno sfugga di mano all’uomo e lo distrugga; una riflessione scaturita dall’Ottocento in su e che profuma, come già accennato, di purissimo inizio Novecento (basti pensare a E. T. A. Hoffmann riletto da Benjamin, ad alcuni racconti di Kafka, ad alcune figure del grande Paul Klee – anch’egli nato nello stato banche&cioccolato). Perciò Giger, con questo nome che manda in corto circuito il mio cervellino perché evoca Topo Gigio, ha preso un tema moderno senza un nome visivo, e glielo ha dato. Si tratta del miglior contributo all’Universo nella seconda metà del Novecento da parte di uno svizzero: molto più dell’incredibile rutto da spogliatoio in diretta tv di Turkyilmaz. Anche se pure quello ‒ ma in un altro senso ‒ faceva paura. (Lu Po)

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