Ritorno al Marigold Hotel però non sono gay, ovvero: del perché i Beatles sono inglesi

Cinema

Dopo aver visto Mia madre di Moretti in compagnia della compagna, l’accordo tacito – non va nemmeno dichiarato – è stato: la prossima volta che si va al cinema, una commedia, eh! E capita che nel baratto sulle scelte (stavolta io, il prossimo te), tacito altrettanto, si ceda a quel genere di commedia che, solitamente, un maschio non andrebbe mai e poi mai a vedere. Dunque: il mio apice in tale forma di baratto l’ho raggiunto visionando esterrefatto Ma come fa a far tutto? con la simpaticissima Sarah Jessica Parker, icona della moda hollywoodiana e recordman di mento allungato (o recordgirl? Che preferirebbe, la Boldrini?!). Un brainwashing sulla superiorità della donna, con Kinnear (ottimo attore per una prova tragica) nella parte del marito perfetto, comprensivo e moderno – quello che la donna afferma di desiderare. Secondo me, se uno così ci prova con Sarah e il suo mento, nella vita vera, viene preso per amico gay dopo un secondo.

Neppure io lo sono, pur avendo visto Ritorno al Marigold Hotel (anche se il baratto coi gusti femminili è una scusa: piango agli spot della Barilla). Devo veramente, come si dice, recensirlo?! Non male ma scollacciato, troppe pretese di happy end, il giovane che fu protagonista del (per me) sopravvalutato Slumdog Millionaire così eccessivo, nella prima mezz’ora, così sopra le righe, da ridurre il ricordo del buon vecchio Funari simile a quello di un giornalista anonimo e riservato. Naturalmente, è un prodotto inglese per tutto il mondo: ha i crismi del prodotto ben fatto, quindi, dove si piange, si ride; dove c’è tutto quel che ci si deve aspettare. Gli inglesi, ci sanno fare.

Ed è di questo, semmai, ciò su cui vorrei esprimermi: gli inglesi sono cinici, nel senso che quando c’è da fare una cosa, la fanno. La Thatcher fu completamente Thatcher, nessuno l’ha fermata se non il tempo; la serie di Bond è da cinquanta anni packaging cullato, cesellato e, ogni volta che il prodotto 007 è stato lì lì per decadere, è arrivata la via d’uscita altrimenti ‒ ne sono convinto ‒ avrebbero chiuso la serie: James Bond è storicamente un moraccione, più elegante che muscolare? E ora invece vi beccate Craig! E funziona. Si tagliano le teste, i miti, i mondi operai, tutto in nome del risultato. D’altronde, è la nazione che, nel momento in cui il papa non concedeva a Enrico VIII l’ennesimo divorzio, s’è creata una religione ad hoc. C’è bisogno d’aggiungere altro?!

Può essere interessante, connettendo questa attitudine al Marigold, che quest’ultimo parla, in sintesi, del buen retiro di inglesi nella meravigliosa India, paese che amano, in cui hanno ritrovato una seconda vita e la cui ospitalità – ci dice Judy Dench, mattatrice del film con Maggie Smith (ma riservo la mia passione a Bill Nighy, ironico e umano in ogni suo dettaglio recitativo) – è unica; insomma, un inno ai colori e alla magia della terra sacra al Gange. Certo: è stata una colonia, e adesso gli ex padroni, magnanimi, sono ammaliati dai profumi, la spiritualità, il senso di reverenza rispetto agli ospiti – ospiti inglesi.

Da tempo ho la teoria – non è avallata, documentata, è solo un’idea che gira, da sempre, nella mia testa – che la qualità cinico-sociale, l’attitudine schiacciasassi al risultato, sia uno dei motivi del perché, con l’avvento della modernità e con l’avvento, nella modernità, della forma-canzone, la Gran Bretagna ne sia il capofila (con gli States, clear): da qualche parte il dolore, il rimosso, la voglia di spaccare tutto, un bisogno di poesia o il desiderio di divertirsi perché niente ha più senso, devono uscire fuori. Che siano le strade da cui nasce il punk, i college che accolgono i futuri Genesis, Pink Floyd, o la periferia in cui Clapton cerca ragion d’essere nel blues, l’England ha trovato anche la sua valvola di sfogo. Qualcosa di pragmatico c’è, addirittura, nella rivolta al pragmatico: da una chitarra e una meditazione sul male di vivere, su tutta questa pressione, sullo smog, la pioggia, gli inglesi han messo su un patrimonio musicale eccezionale. Esosi! (Lu po)

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