Ricordando Srebrenica

Storia e attualità

C’è da chiedersi che cosa sia passato per la testa dei reduci di quel luglio ’95 quando, il 17 maggio 2012, il presidente del Tribunale Speciale per i crimini nella Ex Jugoslavia Alphons Orie, ha sospeso “sine die” il processo a Ratko Mladic a causa degli errori dell’accusa  nella trasmissione di alcuni documenti alla difesa; ed è incredibile dover ammettere che le cose siano davvero andate così, considerando che l’accusa  ha avuto qualcosa come 16 anni, ovvero il periodo di latitanza di Mladic, per prepararsi al processo.

Comandante dell’esercito della Republika Srpska (Rs) di Bosnia, il criminale Mladic a metà anni ‘90 assomiglia a un maiale: è basso, grasso, la faccia tonda, gli occhi stretti e affossati nella carne, il collo largo; e gioca sporco, Mladic, in maniera talmente infame da promettere la salvezza agli abitanti dell’enclave di Srebrenica per poi trucidarne a migliaia in pochi giorni, con una sistematicità asettica che non può non ricordare la meccanicità macellaia d’epoca nazista, allo stesso modo in cui la ricordano l’utilizzo di termini quali “purezza etnica”, “spazio vitale”, “identità tra Stato e nazione”, dei quali ad inizio ’90 i vertici serbi si riempiono la bocca.

Oggi al posto di quel Ratko ce n’è un altro, invecchiato, più bianco, più magro, ma con la medesima inaccettabile arroganza. Quello di oggi è un Mladic che applaude spavaldo all’ingresso della Corte, che risponde al gesto delle manette fattogli da una delle donne di Srebrenica passandosi una mano sulla gola a mo’ di lama; quello di ieri era il Mladic che offre una sigaretta a uno spettrale Ton Karremans, comandante del battaglione olandese a Srebrenica, promettendogli beffardo che non sarà l’ultima, e il Mladic che di fronte al comando Onu nell’enclave musulmana fa colare il sangue di un maiale appena sgozzato, giusto per far capire che ai suoi uomini è meglio non mettere bastoni tra le ruote.

L’Onu, appunto: doveva esser vigile e protettrice, fu spettatrice,  quando non complice.
Fin dai primi mesi di bombardamenti, gli uomini Onu cenano e bevono con Mladic, con il presidente dell’auto-proclamata Republika Srpska Karadzic, e proprio in quest ultimo individuano il legittimo referente politico: del governo della Sarajevo assediata (quello sì, legittimo), poco importa, così come poco importa che come interlocutore politico si sia scelto l’ideologo della pulizia etnica che le truppe di Mladic hanno il compito di realizzare.

È stata l’Onu, con la risoluzione 824 del 6 maggio 1993, a istituire Srebrenica come safe area, ovvero come zona che su garanzia internazionale doveva esser mantenuta sicura e neutrale per consentire ai civili assediati di rifugiarvisi; è stata  l’Onu a ritirare le armi all’interno dell’enclave, con il suo “non abbiate paura, vi proteggiamo noi”. Si fidarono di quella promessa, i musulmani, e non potevano sapere che stavano sbagliando.

E fu proprio per il fatto di essere zona protetta, che Srebrenica non poté resistere: senza armi, affidatasi alle false promesse dei caschi blu olandesi, nessuno poteva proteggere la città, e qualcuno non voleva, come il generale olandese Nicolai, che da Sarajevo rifiutò di inoltrare al quartier generale Onu a Zagabria la richiesta di bombardamenti dissuasivi a Srebrenica inoltratagli da Karremans, o il generale francese Bernard Janvier, che secondo la stampa dell’epoca, dopo lo scoppio degli attacchi serbi del 6 luglio sulla città, si lascia scappare un “signori, non avete ancora capito che qualcuno deve sbarazzarmi di questa enclave?”,  e che, come ha scritto il giornalista britannico Ed Vulliamy su The Observer,  fu protagonista di “uno degli episodi più significativi del massacro di ottomila uomini e ragazzi a Srebrenica” ovvero  un pranzo a base di agnello offerto da Mladic al comandante della Forza di protezione delle Nazioni unite, il generale Bernard Janvier, appena due giorni prima della strage”.

Ed è il segretario dell’ONU Boutros-Ghali ad affermare negli anni ‘90 che non necessariamente “ la caduta di Srebrenica rappresenta un fallimento delle Nazioni Unite. Bisogna vedere se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Continuiamo a offrire assistenza ai rifugiati. E siamo riusciti a contenere il conflitto entro i limiti dell’ex Jugoslavia”.

Quando si afferma che l’Onu è morta nei Balcani si vuol sottolineare soprattutto che dei morti di Srebrenica l’Onu è direttamente responsabile, e che i quasi 11.000 musulmani scannati nell’enclave devono essere imputati anche ai suoi vertici.
C’è da chiedersi, quindi, come questi ultimi, definiti dal giornalista Zlatko Dizdaveric come “mucchi di piccoli burocrati senza posizioni, midollo, onore e dignità” abbiano potuto dormire sonni tranquilli, in questi anni, dopo aver accettato, per convenienza e comodità, quella teoria del tribalismo che fa passare il conflitto come una guerra tra fazioni, tra etnie, nella quale le colpe son condivise, e soprattutto altrui.

Come osserva Paolo Rumiz nel suo “Maschere per un massacro” (Universale Economica Feltrinelli, 2011), le istituzioni occidentali abbracciano con furbizia la “teoria autoassolutoria dell’odio,  poiché fa comodo a tutti che nei Balcani si consumino un po’ di armi, e che una bella guerra semplifichi il quadro etnico e politico”. Difficile dargli torto, così come, nel gioco delle responsabilità, oltre ai nomi di Mladic, Karadzic, dell’ex presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, risulta complicato non fare quello del musulmano Alija Izetbegovic, che da Presidente della repubblica di Bosnia ed Erzegovina non seppe interpretare i chiari segnali che, prima dell’inizio del conflitto, ne preannunciavano apertamente l’esplosione.

Uno di questi segnali, forse il più chiaro, certamente tra i più violenti, non poteva essere ignorato: è il 14 ottobre 1991, e al Parlamento della Repubblica federale di Bosnia Erzegovina si dibatte sull’indipendenza dalla Jugoslavia.
Radovan Karadzic, allora presidente del partito democratico serbo, si rivolge alla Bosnia intera : “non vi sto minacciando, ma vi sto pregando di capire seriamente la volontà politica del popolo serbo, rappresentato dal del partito democratico serbo, dal movimento per il rinnovamento serbo..vi prego di capire seriamente che non è saggio quello che voi fate, questa è la strada nella quale voi volete portare la Bosnia Erzegovina, la stessa autostrada dell’inferno e della disgrazia della Slovenia e della Croazia, voi non credete di non portare la BH all’inferno, e  forse porterete il popolo musulmano all’estinzione, perché il popolo musulmano non può difendersi se dovesse scoppiare una guerra”.

A quelle parole, nessuno rispose: le conseguenze su Srebrenica le ha sintetizzate in maniera esemplare Guido Rampoldi, che su Repubblica dell’11 luglio 2010 scrive che “Secondo una tesi, la città e i suoi abitanti erano la moneta con la quale il comando Onu aveva comprato la liberazione dei caschi blu sequestrati dai serbi due mesi prima. Inoltre è probabile che i governi europei vedessero con favore la caduta dell’enclave, l’unica “isola” musulmana in quella parte di Bosnia, nel calcolo che poi sarebbe stato più semplice arrivare ad una spartizione territoriale, come in effetti avvenne. Il risultato “politico” fu che l’Onu rimediò la figura più miserabile in cui fosse mai incappata.” (p)

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