Ode a Richard Wright

Musica

Questo articolo ha quasi sette anni: lo scrissi immediatamente dopo esser venuto a conoscenza della morte di Richard Wright, evento che, essendo il sottoscritto un grande amante dei Pink Floyd, rappresentò per me un quasi-lutto famigliare.  Lo riproponiamo su Dirt nell’ottica in cui, sul sito, troverete sparsi qua e là articoli e schegge varie risalenti a qualche anno fa, ma appartenenti a una sorta di grande archivio complessivo al quale sia io che Karim rimaniamo affezionati. 

Questa è  la storia di un ventiduenne londinese, di famiglia benestante, che, come chissà quanti altri ventiduenni sparsi per il mondo, si prende una cotta per il pianoforte ed inizia a studiarlo. Solo che poche settimane dopo il ventiduenne londinese decide che le lezioni lo annoiano, e finito il College si iscrive ad architettura. Questa è poi la storia di un ventiduenne londinese che lascia la facoltà di architettura per non togliere ore preziose alla passione per la musica, è la storia di un adolescente di Londra che nella sua facoltà di architettura fa amicizia con Roger e Nick, anch’essi aspiranti musicisti con scarso interesse per templi greci e anfiteatri romani. Richard suona, si dice, e coinvolge i due nuovi amici in una band che si chiama Sigma 6, che cambia poi in The Abdabs, poi addirittura in The Architectural Abdabs, per finire in The Screaming Abdabs: siamo nel 1964, e gli impronunciabili Abdabs ci vanno di rythm n’ blues.

Trascorre un anno, e alla band si aggiungono un certo Syd, studente di Cambridge, ed il suo amico Roger: siamo nel 1965, ed i quattro ci vanno di una musica mai sentita prima, figlia di deliri lisergici e di intuizioni che nessuno, fino ad allora, aveva mai avuto, e condiscono le loro esibizioni live con vertiginosi light show che trasportano l’ascoltatore in un’altra galassia.

Questa è la storia di Richard, che col suo Hammond e le sue tastiere stende tappeti di suoni fluorescenti sui quali i tre compagni possono rotolarsi, è la storia di un ventiduenne londinese con la passione per la musica, e che la musica in effetti la prese, le fece fare una rapida giravolta, le assestò un calcio nel culo e la rimandò indietro con i connotati rifatti.

Scrivo quest’articolo il 15 settembre 2008, e di quel ventiduenne londinese c’è una bella foto sul sito ufficiale di un gruppo che si chiama Pink Floyd, ed è la foto di un uomo coi capelli bianchi, che con la testa chinata abbozza un mezzo sorriso su uno sfondo di microfoni e altri strumenti del mestiere. E subito sotto c’è una data, che è la data di nascita di Richard, e c’è scritto in inglese – perché Richard era inglese – che la famiglia di Richard Wright, membro fondatore dei Pink Floyd, annuncia con grande tristezza che Richard è morto oggi dopo una breve battaglia contro il cancro, e che i familiari chiedono in questo momento rispetto per la loro privacy.

Questa è la storia di Richard Wright, che muore a 65 anni di un male per cui muoiono innumerevoli comuni mortali, e tra i comuni mortali ogni tanto, come in questo caso, il destino o chissà chi altro ci butta dentro uno che di comune non ha nulla.

Io come tanti di voi provo a fare il musicista. É che poi ascolto il delirio orgasmico di A Saucerful of Secrets. É che poi, ogni tanto, l’orecchio mi va su Shine On You Crazy Diamond, su quel che Wright mi ci combina, lì dentro, e vorrei conoscer aggettivi migliori per descrivere il mondo che ogni volta si apre. E non basta, perché succede che a volte io mi ascolti The Great Gig In The Sky, e mi succeda di pensare che  Richard Wright non poteva essere normale. Certe cose gli uomini normali non le fanno. Gli uomini normali, bisogna dirlo, un pezzo come Keep Talking non lo trattano così. E neanche credo che mai nascerà uomo normale dal cui cervello nasca la linea di Hammond che apre Us and Them. Non so da dove gli uscissero certe idee, a Richard Wright, e non so dove avesse imparato a sedurre gli Hammond, a stuprare i sintetizzatori e a far l’amore con le tastiere dei pianoforte. E non credo ci sia qualcuno che lo sappia, sarò sincero, e sarò patetico, perché oggi è morto Richard Wright, e nessuno più suonerà come lui suonava.

Questa è, in definitiva, la storia di Richard, che trovò il rock in un angolo sudicio di Hatch End e lo restituì in abito da sera. (P)

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