Musica

Reign in blood: il più cattivo di tutti

Era estate, un’estate molto calda. Avrò avuto circa 12, 13 anni – una buona età per cominciare a scoprire nuove cose; nel mio caso, era la musica: seduto sul parquet di casa mia, scartabellavo con avida curiosità l’immensa pila di “Metal Shock” e riviste analoghe che un generoso amico di mio fratello mi aveva passato, insieme a una lunga lista da lui stesso stilata che comprendeva 5 dischi fondamentali – che lui stesso aveva masterizzato per favorirne l’ascolto – e altri 30 e più da consigliarmi per ascolti e esplorazioni future, qualora il primo lotto di ferraglia sonica mi avesse entusiasmato a dovere. Insomma, un bel retaggio da lasciare sulle spalle di un giovane smarrito alla ricerca del sound totale, o semplicemente della coperta di Linus definitiva che potesse scacciare tutti i dubbi e gli spettri di quell’età transitoria così cruciale e caotica. Ma il metal rischiava davvero di essere la risposta, o perlomeno un antidoto, a quei dubbi; d’altronde l’adolescenza (e ancor di più in specie la sua fase preliminare) è una transizione tremenda, nel bene o nel male, e un po’ di cupezza la lenisce, crogiola quei dubbi e quelle incertezze nelle profondità nere e vischiose di un pozzo – senza fondo e senza pendolo.
Badate bene, a quell’e“Stairway ttà ero già parzialmente sceso a patti con il Diabolus in Musica, cresciuto com’ero nell’inconsapevolezza di trattare una “Starway to Heaven” come placido cantico d’amore e prosperità, ignorandone l’oscuro e sinistro rovescio, oppure scapocciando in maniera goffa sui battiti tellurici di “Iron Man”, senza ovviamente comprenderne il contenuto ad alto tasso di nichilismo – pur essendo anche cresciuto con le storie di Hulk e il Frankenstein di Shelley, forse i due veri, grandi outsiders della cultura pop, che in qualche maniera avevano ispirato i Sabbath nello scolpire una delle loro pietre miliari più luminose.
Proprio i Black Sabbath erano stati il primo, vero campanello di Pavlov che ha azionato in me, come in tanti altri ragazzini del globo, il desiderio atavico di avvicinarsi all’oscura materia del rock ‘n roll, questa storicamente osteggiata per arcinote motivazioni più o meno campate in aria che ci è inutile ribadire in questa sede; effettivamente già allora avevo una vaga idea di che cosa potesse rappresentare tutto questo, immaginandomi il rock ‘n roll come una linea temporale retta, e pensando col senno di poi che, malgrado la distanza tra epoche e stili, il messaggio restasse sempre quello: rivendicare la propria identità, se non la propria diversità. Cosa che, se ci pensate, non tiene poi così a distanza che so, le chiese bruciate in Norvegia a metà anni ’90 ed Elvis che agita il cazzo in tivvù davanti ad un manipolo di minorenni infoiate. Così, per dire. Ma in fondo, tutto era collegato nella mia visione di quella linea retta e biforcuta, allo stesso tempo.
Insomma, dicevamo: io, nei miei devastanti e caotici 12 (o 13) anni, un’estate da film western, una casa vuota, una lista infinita di consigli sul male e sui vari suoni che può assumere, il walkman e un lotto di dischi imprescindibili. Si prospettava un pomeriggio alquanto divertente. Allora scorro e scorro con le dita paffute tra quelle reliquie che sapevano di carta umida e stantìa, nonché strappata dai numerosi morsi del tempo; innumerevoli tòpoi della metallurgia classica e non scorrevano sotto i miei occhi, come pentacoli e croci rovesciate, immagini di demoni stregoni e draghi, pelle borchie e così via, così come tanti bizzarri soggetti cotonati in spandex, con chili di trucco da maschere kabuki a coprine quasi le giovani ed effemminate fattezze – le stesse che, forse già da quel torrido pomeriggio, avrei immaginato essere ben lungi dalla mia idea primeva di heavy metal.
Pertanto i miei occhietti vispi e saturi di cotanta iconografia metallara si soffermarono sulla foto di 4 giovani dall’aspetto non particolarmente accattivante, se non che tutti e 4 si erano fatti immortalare con in mano una lattina o bottiglietta di birra (autentica amica e compagna fidata del metallaro, è risaputo) e un ghigno malefico stampato sul volto di un giovane capelluto dall’aspetto azteco, che nella sua mano destra reggeva quella che apparentemente pareva una Bibbia completamente spaginata e offesa. Questi 4 ragazzi da Huntington Beach, California, li ritrovai pure tra i “Fondamentali Cinque” segnati dal mio amico sul prezioso papiro, con accanto indicato: “Reign in Blood”- 1986.

Ciò significava che il disco sopracitato era anche nel quintetto tra i masterizzati che il generoso mecenate elargì con gaudio del sottoscritto. Ovviamente mi fiondai subito all’ascolto di quell’oscura opera, che per me era già preceduta da una tremenda reputazione e da un’aura di per sé minacciosa ed inquietante. La copertina, stampata (male) e inserita a forza in una custodia graffiata, rendeva ancor meglio il senso di disagio e contemporaneamente estasi maligna che il disco infondeva su di me, già dal suo poderoso attacco. Ma io forse, pur non comprendendo le grida di quel giovane bassista sudamericano, ero comunque pervaso, quasi schiacciato dal peso oscuro e malevolo del tutto. Molto probabilmente è stata quella la prima, vera volta in cui mi sono sentito autenticamente minacciato da un certo tipo di musica; certo, i pochi frame de “L’Esorcista” casualmente impiantati nella retina e tra le sinapsi mi facevano comprensibilmente cacare sotto come nulla già all’età di 8 anni, e qualche quadro di Bosch scorto tra i numerosi tomi d’arte a casa di mio zio mi affascinavano alquanto, ma mi turbavano, seppure in minima parte. Ma fino ad allora, fino agli Slayer e a “Reign in Blood”, non c’era mai stata una singola nota che mi avesse pungolato con la daga tagliente della Paura, quella con la “p” maiuscola.
E’ quindi assurdo pensare che “Reign in Blood” sia uscito “solo” nell’ottantasei, e che sia stato quindi preceduto da autentici demoni e da grosse streghe di una caccia mai veramente chiusa, come i Kiss o Alice Cooper, e rendeva ancor meglio il senso di disagio e contemporaneamente estasi maligna che il disco infondeva su di me, già dal suo poderoso attacco.
D’altronde non è mistero che lo stesso Kerry King sia un patito divoratore di slasher movies e gore a profusione, così come il compianto Jeff Hanneman sia stato un avido collezionista di cimeli risalenti all’epoca nazista, ma in fondo, che male c’è? Anche Lemmy si fogava come un riccio imbracciando fucili con la baionetta e vestendosi di gerarca nazista, e questo penso basti a giustificare il tutto. Period.
Comunque, mentre noi stiamo qua a parlare e a massaggiarci delicatamente il pacco pensando al gore e a tutto il resto, il tempo passa e là fuori “Reign in Blood” continua a mietere vittime su vittime e a ribadire il suo status indiscusso: quello del più cattivo di tutti.

hel ter.

ps. se ve lo stavate chiedendo (magari anche no ma facciamo finta che si), gli altri 4 dei “Fondamentali Cinque” erano:
1. Metallica, “Ride the Lightning”. 1984.
2. Saint Vitus, “Born Too Late”. 1986.
3. Entombed, “Clandestine”. 1991.
4. Pantera, “Vulgar Display of Power. 1992.

Tutto questo per dirvi che se non avete ascoltato almeno uno di questi 4, non siete degni di aver letto quest’articolo (ma penso nemmeno di aver ascoltato “Reign in Blood”),e di conseguenza i morsi delle fiamme dell’inferno vi divoreranno tra 3,2,1…

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3.7 su 5 stelle

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