Reato di tortura

Storia e attualità

Quando nel 1984 lo Stato italiano fu firmatario della Convenzione contro trattamenti e pene crudeli, inumani e degradanti promossa dalle Nazioni Unite, forse in pochi si aspettavano che 30 anni dopo saremmo risultati ancora inadempienti all’impegno di inserire nel nostro ordinamento giuridico il reato di tortura.

Nonostante già nel 1988 il nostro Stato abbia ratificato la Convenzione, ovvero si sia formalmente espresso per l’accettazione degli obblighi e dei vincoli derivanti dal trattato, mai il Parlamento italiano ha approvato una legge che introduca nel Codice penale il reato in questione.

Anche volendo per un attimo non considerare gli obblighi nei confronti delle Nazioni Unite, è indegno che, nonostante il divieto di adottare pene e trattamenti inumani ed aberranti per la natura umana sia formalmente espresso in tutti i più importanti ordinamenti internazionali, e nonostante i maggiori organismi sovranazionali ci abbiano più volte condannato per le nostre inadempienze (ricorderete l’intervento della Corte Europea dei Diritti dell’uomo dell’8 gennaio scorso, che condannava la gestione italiana della situazione carceraria), il Parlamento italiano non si sia mai adoperato per contrastare la tortura con efficacia e condannarla con fermezza.

Tappa fondamentale -e che è bene non dimenticare troppo in fretta- di un iter che sembra interminabile si è registrata nel settembre di un anno fa, quando, in Senato, il disegno di legge sul reato di tortura è stato bocciato a causa del voto contrario di Lega, PdL ed Udc, i quali hanno sottolineato che servono misure che non ostacolino l’autonomia delle forze dell’ordine.

Forse con eccessiva ingenuità ci siamo domandati per quale motivo, anche su tematiche del genere, in Italia debba mantenersi invariabile lo scontro tra Destra e Sinistra: a chiarirci le idee fu, già un anno fa, il professor Giorgio Sacerdoti, docente di diritto internazionale e di diritto della Comunità Europea alla Bocconi di Milano, oltre che membro dell’Organo di Appello dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) dal 2001 al 2009, il quale spiegò che  “la questione è semplice: le forze che si oppongono analizzano situazioni come quella del G8, e volendo proteggere strenuamente le forze dell’ordine votano contro,  consapevoli che altrimenti quelli di Genova 2001, i poliziotti, sarebbero tutti incriminati per tortura, non solo per lesioni o reati più blandi; lo stesso vale ovviamente nel caso di tutti quei pestaggi culminati poi in omicidio”.

Se c’è qualcosa che dalle nostre parti non manca, effettivamente, sono esempi che testimoniano quanto sarebbe fondamentale prevedere uno strumento che chiarisca in maniera decisa quali sono i limiti all’esercizio della forza e del potere da parte delle istituzioni: necessità, per noi, quanto mai impellente a partire dall’inizio dell’involuzione autoritaria che dalla macelleria messicana della Diaz e di Bolzaneto nel 2001 passa per Stefano Cucchi e per Federico Aldrovandi, per Giuseppe Uva, massacrato in una caserma di Varese nel 2008, per Aldo Bianzino, che il 12 ottobre 2007 entra nel carcere di Capanne, a Perugia, e ne esce il 14 ottobre, morto e con 4 ematomi cerebrali, il fegato e la milza rotte e due costole fratturate, ed ancora per il livornese Marcello Lonzi, che l’11 luglio 2003 muore nel carcere di Livorno con otto costole rotte, due denti spezzati e la mandibola, lo sterno ed un polso fratturati. E per moltissimi altri, dei quali non è difficile reperire notizie in rete.

È pur vero, per certi versi, che non vi è troppo da stupirsi che il nostro ordinamento ancora non preveda il reato di tortura, considerato che a doverne appoggiare l’introduzione dovrebbe esser gente come l’indecoroso senatore Carlo Giovanardi, quello del “tre poveri agenti di custodia continua sono massacrati da quattro anni perché dappertutto è stato detto che lui (Stefano Cucchi, ndr) è stato massacrato di botte e il processo invece sta dimostrando il rovescio, cioè che è morto perché era debole, aveva una serie di patologie”, che è poi lo stesso che, in occasione della scorsa candidatura di Ilaria Cucchi nelle liste di Rivoluzione Civile, sottolineò che “come succede sempre in Italia su fatti come questi, si costruisce una carriera politica, e la sorella (di Stefano Cucchi, ndr) è diventata capolista di un partito” .

Boiate da bar a parte, alle quali con Giovanardi siamo comunque ampiamente abituati, è emblematico che a promuovere l’urgenza del reato di tortura nel nostro Codice sia sempre stata la società civile ben più che i politici che della medesima società dovrebbero essere i rappresentanti; è il caso delle numerose associazioni che in Italia si battono per i diritti civili, ma anche dell’apporto alla causa che proviene dal cinema, ed è automatico in questo senso il riferimento a “Diaz-Don’t Clean Up This Blood”, diretto nel 2012 da Daniele Vicari, e a “The Summit”, documentario che indaga sui fatti di Genova ed uscito nel febbraio 2013.

A questo proposito, l’analisi di Sacerdoti fu ancora una volta chiarificatrice: “per le forze politiche l’argomento del reato di tortura probabilmente non è così spendibile in ottica elettorale, mentre rimane uno dei temi tipici delle organizzazioni non governative, che hanno certe linee guida nel loro mandato. Ma è comunque vero che da parte politica c’è molta disattenzione per le richieste di allineamento agli standard internazionali su queste tematiche. Negli ultimi anni la Corte Europea ci ha condannato per il trattamento dei rom, per il respingimento degli immigrati in mare, per le condizione dei Centri di identificazione ed espulsione, e da ultimo per la condizione delle nostre carceri, oltre che per altri temi come la lotta alla corruzione. Tutti argomenti dei quali purtroppo i vari governi si sono ampiamente disinteressati”. (p)

 

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