Quilt – “Plaza”

Musica

Intrappolato nella vischiosa e sonnolenta afa casalinga di un sabato pomeriggio di prima estate, mi arrovello cercando mirabili gingilli con cui uccidere il tirannico e beffardo Sig. Tempo, frescheggiando con pochi indumenti indosso (brutta, brutta scena) sul semi-fresco parquet di casa, riflesso dalla tiepida luce beige di lampione che riflette nelle rughe del legno il mio corpo svuotato e spento, come il Cappellaio fu sì raffigurato a gambe accovacciate – su di un pavimento a righe verticali, con un sinistro sorriso a squarciare il viso in penombra ed un cespuglio anarchico di capelli corvini a coprirne lo sguardo perso a tracciare un’ipotetica tangenziale in direzione di Antares: ma ahimè oggi in questa casa vuota non c’è spazio per la giunonica silouhette di una fanciulla nuda, bensì un simpatico concerto per vento e pale offerto da un rumoroso trio di ventilatori sulla via del pensionamento definitivo.
Il vino nel bicchiere ha assunto la densità e la temperatura del sangue di un corpo bruciato, i grumi di fermento che sgocciolano e sgomitano tra le mie interiora, e diapositive avvinazzate di un passato abbastanza recente da essere ancora abbastanza nitide, sebbene ebbre. Il mio occhio coglie al volo l’ultima scaffalatura del mobile a muro – da quanti anni sarà lì? Penso forse dal momento in cui questa casa fu messa in piedi da qualche mio trisavolo, e in un certo senso quel vecchio mobile (che, nel tempo e nel passare dei decenni si è accollato il peso di tante cose; monili africani, souvenirs, giraffine e cubs polverosi, dischi, occhiali e chiavi di casa, libri e libricini…) ne costituisce l’anima, o forse l’autentico scheletro che regge le lunghe mura dalle pennellate incerte, color crema.
Un sorso di vino e gli ultimi bocconi di un grasso grappolo d’uva, che lascia nella mia bocca le ultime restìe tracce di collosa buccia e semi – vigneti cresceranno tra i miei incisivi. Volgo un rapito e rapido sguardo ai libri, nel vano tentativo che qualche buono spirito (so che aleggiano tra queste coordinate) abbia invertito il loro ordine sugli scaffali, ma – penso tra me e me – non potrei di certo abbandonarmi all’austerità analitica di un libro di anatomia, per quanto suadenti possano essere le sue illustrazioni.
Un disco è un buon rimedio, e molto spesso è quello che ci vuole.
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La copertina dai pastellosi colori evoca fissità e sonnolenza, con quella sedia beffarda, sfiorante il kitch, ma anche un caleidoscopio di sfumature psichedeliche e tramonti al technicolor, che accendono in me mondi e emozioni mai sopite.
La puntina cade, quasi casualmente, tra uno dei solchi più significativi di questo piatto circolare e trasparente ; “Don’t be afraid, it’s only death – I changed my name at seventeen – And why was it so hard to love you then? – When I heard you say within a dream”. “Eliot St.” è un brano pop-rock con il velluto addosso, c’è anche un po’ di lino bianco, fresco che accarezza la pelle erosa dal sole e da cotte amorose troppo grandi per chi nasce incendiario e, inevitabilmente, pompiere muore.
Il Sig. Tempo è fossilizzato, l’ambra gialla e qualche strano artefatto l’hanno incatenato tra le mura di questo soppalco, ai piedi dello stereo: code di rospo, ventilatori, polvere, ali di pipistrello, pesche e vino, facce beffarde fossilizzate su tela (che mi osservano e mi giudicano), una fioca luce, uova di drago, zampe di gallina; questo disco è pura stregoneria creativa. Il Sig. Tempo piange, rimette in tasca i secondi e manda a letto i minuti, e anche lui si ferma ad assaporare il ghiacciolo agrodolce di una ballata che potrebbe essere stata scritta in qualsiasi momento, da qualsiasi amante rinnegato o povero santo in qualsivoglia posto del mondo.
Quando il magico cerchio sta per concludere il suo circolare viatico, senza meta e senza scopo alcuno, ecco che tra i solchi riecheggiano parole già assaporate ; “Don’t be afraid, it’s only death – Which is only saying, so begin tomorrow…”.
“Own Ways”.
Un invito a ripartire dall’ultimo baluardo, l’ultimo scampolo di vita, il fiore che cresce tra il ribollire sulfureo della terracava e bruciata – il problema è sempre quello; amore che arde e purifica.
“Don’t be afraid, it’s only death…”, che a questo punto ritrovo ben due volte sul mio cammino, che si pone come leitmotiv di questo piccolo manuale per sopravvivere all’afa d’amore, alla sonnolenza, al tedio, al logorìo della vita moderna, ma che dico, al grande caleidoscopio dormiente che colora e anima gli spiriti sopiti di questa casa (semi)vuota.
Arriverà la festa, arriverà la sera.
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NOTE INFORMATIVE; I Quilt (i “Trapunta”, a quanto dicono gli strani spettri che girano armati di vocabolario per l’internet) sono un gruppo americano, più precisamente di Boston, ancor più precisamente, un quartetto.
“Plaza”, uscito questa primavera per Mexican Summer, è il loro terzo LP. E’ un bel disco. Davvero.
Ha dei momenti felici, dei momenti tristi, dei momenti sommessi e tanti sussulti. Ha dei suoni funky, dei suoni folk, dei suoni pop, in generale dei suoni molto molto belli.
Ok, magari se ve lo dico così non ci credete, però posso dirvi che appena lo mettete sul piatto fa cose magiche, tipo 1) gira senza sosta 2) vi parla con la consapevolezza e la commovente lucidità di un amico che vi conosce da anni. Almeno con me ha funzionato – non so con voi, ma tanto vale provare, no?
Ascoltatelo, e vi vorrà del bene.
Eppoi diciamoci la verità, ha anche una bellissima copertina.
(Tommaso Bonaiuti)

Plaza

Price: EUR 16,57

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