Quel cucciolo di Adolf Hitler

Letteratura

A volte si intersecano eventi così incredibili -incredibili per la scarsa frequenza con cui compaiono, o per la scientifica (ma evidentemente non abbastanza) impossibilità che si presentino in contemporanea -da portarmi a pensare che sì, un qualche dio che ci lanci segnali debba necessariamente esserci (a me ad esempio piacerebbe fosse Ahura Mazdā: quello degli zoroastriani, per intendersi); per spiegarmi meglio sarete costretti a sorbirvi una premessa assolutamente personale e, va da sé, particolarmente disinteressante.

Due notti fa ho sognato Silvia Salemi -sono certo che la ricordate, basta che vi suggerisca: ma la sera a casa di Luca etc etc etc– sul palco dell’Ariston. Di fronte alla platea, la peperina iniziava a cantare così ma la sera a casa di Hitler, che musica c’è, ma la sera a casa di Hitler facciamo le 3, ed immediatamente il pubblico la sommergeva di fischi e insulti, gridandole Nazista! Vergognati, fascista!, e lei al microfono urlava che sì, era nazista, ed il capello rasato a quello specifico contesto storico e ideologico andava a riferirsi; sotto il palco, nel frattempo, scontri verbali e fisici tra sostenitori della Salemi e del nazismo -e del libero pensiero, of course, oseremmo dire del democratico diritto di esprimere qualsivoglia opinione, democratica o meno- e antifascisti in smoking.
Ora, se è vero (come è vero) che chi scrive sta seguendo una dieta ingrassante per la quale si è due giorni fa trangugiato una frittata di quattro uova ed è quindi andato a dormire un attimo appesantito, è anche vero che:

1) il 30 aprile era l’anniversario della morte di Adolf Hitler (e ne approfitto per porgere le più sentite condoglianze alla Salemi del sogno).

2) in casa ho davvero un libro che si chiama A casa di Hitler, di cui avevo perso la memoria, e che a questo punto pretende di far parlare di sé.

Ahura Mazdā è responsabile di questo gran trambusto? Adolf Hitler, dal suo Führerbunker di Berlino, ha voluto farmi portavoce del suo ricordo? Oppure, semplicemente, sono consigliabili non più di due uova a persona?

Qualunque sia la risposta, ecco che parlare di A casa di Hitler diventa adesso una necessità: la sua autrice si chiama Anna Plaim, è nata nel 1920 a Loosdorf -un minuscolo comune del distretto di Melk, nella Bassa Austria-, e tramite l’intercessione di un cugino di Monaco viene assunta nel 1941 come cameriera al Berghof, la residenza privata del Führer che si trova nelle Alpi bavaresi.
Il libro (poco più di 100 rapidissime pagine) è rilevante poiché, come ovvio, ci parla di un Hitler privato, intimo, che la storiografia ufficiale non ha motivo di delineare; questo serve a noi per introdurre un altro argomento, in realtà, quello dell’importanza di analizzare le grandi figure storiche scindendole dal ruolo politico che hanno avuto. Per intendersi, nei riguardi di alcuni nomi enormi della Storia, si percepisce talvolta una certa reticenza ad avvicinarsi a determinati aspetti o, peggio ancora, l’intenzione di voler tacciare di revisionisti coloro che invece vogliono tendere a una visione più ampia.

Non si comprende in verità il motivo per il quale Hitler non possa esser considerato un dittatore barbaro, ed allo stesso tempo un gentiluomo che ai suoi ospiti offre interminabili partite a birilli, accompagnando il gioco con del buon brodo di tartaruga. Sapevate che al momento del tè gli occhi di AH brillavano, se la cuoca Lilli aveva preparato la torta che egli preferiva, quella al formaggio? E che, per essere carina, ancora al momento del tè la dolce Eva Braun amava scherzare con il suo amato vestendosi con costumi bavaresi? Ma il punto focale è: in che modo questo dovrebbe infettare l’idea che abbiamo di Hitler? In che modo dovremmo valutarlo, o ritenerlo più pazzo, o ritenerlo più umano, sapendo che in una tazza di caffè metteva sette cucchiaini di zucchero (dove avrebbe potuto non arrivare il cianuro, sarebbe senz’altro arrivata l’iperglicemia), o che era bravissimo a fischiettare le opere di Wagner?

In altre parole, è giusto -e diremmo necessario: è in questo modo che un’analisi storica e politica, mostrando curiosità per elementi che paradossalmente non hanno niente di politico, è veramente libera– rivendicare il diritto di considerare un tutto, e necessario basare la propria valutazione sulla diversità degli elementi che di quel tutto sono i componenti.
Sapevate, ad esempio, che Silvia Salemi nel 2008 lavorava da Tezenis, sulla Tuscolana a Roma? (p)

Hitler

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