Que viva Sanremo!

Musica

Questa dichiarazione d’amore fideistica, ottusa, felicemente cieca non scaturisce dalla tipica sindrome pseudo-intellettuale di chi veda fustigato qualcosa e si sente in dovere di sostenerlo; al più è stimolata da quel girovagar feisbuccaro serotino, costellato dai vari “Si riparte con quel baraccone”, “Quanti soldi avranno speso?!”, “Mi vergogno, meno male ho comprato l’ultimo bootleg di Sufjan Stevens riarrangiato dal fu Cat Stevens oggi Yusuf Islam che appare nella ghost track Ciù Stevens is megl che uan” e così via – naturalmente basta disinteressarsi, cambiare canale se si è alla tv, allorquando non piaccia il Festival; ma una battuta, la si fa. Chi davvero non si fila Sanremo, non l’ha in bocca. Sono momenti importanti: il rito è tale perché investe anche chi non lo ama, vuoi perché non lo ama davvero, vuoi perché si sente in dovere (come il pseudo-intellettuale al contrario) di far parte del contro-rito di disprezzo nei confronti del rito stesso.

Insomma, sì: è proprio un carrozzone. Un pazzesco e dinosauresco carrozzone che lemme lemme procede, accostandosi al Presente con estrema cautela (Elton John, ospite, è a Sanremo col marito: non se ne parla, durante la serata, ma se ne è parlato in conferenza stampa; quindi? Quindi, se ne è parlato) e, per il resto, estrapolandosi da esso, poiché il rito, come il Carnevale, rappresenta una diversificazione dal Tempo normale: lo sospende.

Torniamo alla mia personale dichiarazione d’amore, dicevo: è completamente avulsa dagli schieramenti di fronte al rito. Per me è amore da sempre, da quando Zucchero cantava di nuvole, da quando il quartetto dei figli-di-vip ridefinì il concetto di improvvisazione senza aver avuto a che fare con Judith Malina o Lee Strasberg, da quando Francesca Schiavo (bella e zingara napoletana, nel coro dell’orchestrone di Arbore, un poco anche attrice, poi in galera – chissà dove sei, Francesca, adesso!) si presentò per cantare Il mondo è qui con un giapponesino (o giapponesina, o cinesino/a) con la fisarmonica, per spezzarmi il cuore; da quando Cavallo pazzo – un personaggio mitico – entrò in sala di fronte a un Pippo Baudo attonito (apparentemente, obviously) al grido di:«Il Festival è truccato, vincerà Fausto Leali!», da quando la prima Mietta, per me, era una Dea venuta da altri mondi per infilzar di perle il filo dei miei sogni.

E sono tante le canzoni di Sanremo che mi piacciono e mi son piaciute; alcune, certo, perché rientrano in quel mondo trash che ci scalda e ci diverte; altre perché diventano tormentoni, e i tormentoni sono giocattoli duttilissimi ‒ li critichi, ti stancano, poi un giorno li canti e non sai come mai, però lo fai ‒ o toccano quelle corde di cui un musicofilo di solito si vergogna ma che, per fortuna, esistono e vibrano: bisogna solo avere il coraggio di ufficializzarsele; e altre ancora, perché sono semplicemente delle belle canzoni, a volte rimaste anche misconosciute. Mi vengono in mente (vado a braccio e volutamente mi limito a questi anni, altrimenti diventa troppo facile) Il cielo è vuoto di Cristiano de André, Quasi amore di Iskra Menarini, Tre colori di Tricarico, Il paese è reale degli Afterhours, La modernità di Vadim, 1969 di The Niro.

Mentre ho iniziato a scrivere Elton John si stava esibendo: ragazzi che ascoltate le band indie (NB: l’indie esiste, se lo potete ascoltare e acquistare?!), guardate questo tracagnotto come suona e canta dal vivo dopo cinquanta anni di carriera. Ascoltate Your song nonostante sia, se tradotta, assimilabile alla retorica più mielosa, perciò un po’ ruffiana, anche melodicamente: ma è un capolavoro senza tempo, è your (di tutti: ha il potere di far capire che è la tua) song. E poi certamente, serve anche a sbellicarsi, Sanremo, no?! Non vorremo mica dire che siamo caduti in basso perché Sanremo è anche Emanuele Filiberto con Pupo? Siamo caduti in basso, perché il Rinascimento appartiene a secoli fa, perché Modigliani è morto giovane e poveraccio, perché la ricerca non è suffragata economicamente, perché sono parecchi anni che vari politici vedono la luce in fondo al tunnel (amici politici, non è un tunnel! Si chiama oggi!). Sanremo è i Duran Duran e il braccio ingessato di Simon Le Bon, la spallina galeotta che mostra il piccolo ed erotico seno di Patsy Kensit, prima che si rifacesse; è questo Garko 2016 con gli zigomi nuovi (perché?! Perché?!), Madalina Ghenea nata per mandare all’altro mondo gli onanisti più incalliti (nel senso dei calli alle mani), le canzoni brutte, Arisa al suo ottavo look, Morgan tornato coi Bluvertigo che mentre canta ti fa venir voglia di schiarirti la voce, è il ritorno del dopo-rito del Dopo Festival.

Festival di Sanremo, io ti amo. Il Grammy ha preso le mosse da te (lo sapevate?), Modugno è esploso grazie a te, Stevie Wonder ha cantato in italiano per te, le sole star internazionali che abbiamo sono state lanciate da te (non bisogna vergognarsi neanche di loro: semplicemente, se non ci piacciono, finisce lì; ma non vergogniamocene! Il pop mondiale ci propone spazzatura e voci ricostruite in studio; almeno, la Pausini canta bene anche dal vivo e Ramazzotti è strabico non per look ma perché è nato così; e, precisamente, ai borghi di periferia); Kusturica ha amato Celentano perché dall’ex Iugoslavia, in tv, vedeva te, e capolavori come Canzone per te, Almeno tu nell’universo, L’edera, Ti penso, 1950, Piazza grande, Canzoni alla radio, La musica è finita sono state scritte per partecipare al tuo carrozzone, baraccone, dinosaurone, blob-ettone, polpettone, che seguo e seguirò felice di sapermi gloriosamente seguace del tuo rito. Ecco che mentre finisco l’articolo l’attrice Anna Foglietta, lì per pubblicizzare il suo ultimo film, canticchia Un’emozione da poco, scritta da Fossati per la Oxa: molto bella, anche quella. Ho un po’ sonno (oggi ho dovuto finire di mettere a posto, per quattro ore, due piani di una torre; giustamente non ve ne frega, lo annoto solo per far capire che ho proprio una stanchezza fisica), ma sono come un bambino che resta sveglio per un’occasione importante. (Lu Po)

Gli ultimi giorni di Pompeo

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4.9 su 5 stelle

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