Quando una tragedia ci rende generosi aforisti

Storia e attualità

L’aforisma è un haiku occidentale pungente, soprattutto di matrice english (Oscar Wilde, in testa) o da corte pruriginosa francese (un capolavoro su quel mondo è il film Ridicule); laico, non tanto perché in opposizione diretta alle fedi quanto perché, per esser tale, implica una certa dose di distacco, di disincanto rispetto all’inevitabile, all’ineluttabiule, all’impossibile. L’haiku, invece, si/ti connette al Cosmo e alla meraviglia del Tutto (e qui si riaffaccia the good ol’ Occidente: la meraviglia è la base per filosofare, ci suggerisce Aristotele), un Tutto che può essere ovunque: nel rametto che si riflette nella luce fioca, nel fior di loto sbocciato; da qui, la laicità si scopre nella sua verità – mentre S. Agostino fa capolino – di fede, semplicemente senza l’ingombro di Dei con le barbe o saette o Paradisi perduti e da ritrovare.

I post, i fiammanti twitter, sono invece modelli snelli – smaaaaart, come si dice oggi – che entrano nel calderone dei social e dell’universo comunicativo, e fanno più macelli, linguisticamente e concettualmente, di un tornado organizzato dai costruttori della Torre di Babele. Per uscire dal calderone di cui sopra, bisogna avere talento, avere un peso riconosciuto; o bisogna spararla grosssa. Ma ciò non basta perché, fra politici, politicanti, opinionisti, personaggi dello spettacolo (scusate per i sinonimi) la si spara grossissima quasi sempre. Il nostro udito si è abituato, come chi dorme da vent’anni di fronte a una ferrovia. Ma ogni tanto vuoi la Sorte, vuoi la scivolosità dell’argomento, si crea il miracolo e si esce dall’anonimato dei miliardi di frasi giornaliere, tutte tedofore di verità eterne, per chi le scrive. Non sono aforismi, tecnicamente; ma l’attimo di celebità li rende proverbiali almeno per un po’, citabili, proprio come un aforisma di Chateaubriand.

Come non citare la neo-vegana Martani! – il veganesimo e l’arte del tatuaggio sono due mondi molto cavalcati, ultimamente, per esistere a livello mediatico; altrimenti, un evergreen rimane sempre il farsela con parecchi tipi; poi, come dimenticare l’animalismo, che produce in me il desiderio continuo di strangolare astiosamente piccoli criceti, mici tenerissimi, cagnolini con lo sguardo alla: «Ma mi vuoi bene?» , per poi mangiarli – come direbbe il santo padre Hannibal Lecter – «con un piatto di fave e un buon Chianti». L’ex pasionaria di Alitalia e poi gieffina ha affermato che il terremoto ad Amatrice è un segno del Karma: la Natura ci starebbe dicendo, probabilmente in romanesco: «Aoh!, abbasta coll’amatricianaa! Ve fa mmaleeee! Devi da magnà la verdura! E mo’ sai che ffò?! Te sto a distrugge ‘na vorta pe’ tutte la cittadina che l’avrebbi ‘nventata!». Chissà, magari Ischia, colpevole del coniglio all’ischitana – una leccornia – sta acquistando in queste ore tutti i corni possibili in commercio; ma è più probabile che il Karma stia mandando affanculo Daniela Martani dandole il peggiore dei terremoti interiori: lasciandola così com’è, coi suoi pensieri. Ovviamente, il giorno dopo ha affermato che è stata colpa di un hacker entrato nel suo computer.

Altro grande classico, non attribuibile a qualcuno in particolare perchè lo si trova a macchia di leopardo, è ficcarci dentro i babau del momento: ok, il terremoto, ma quei levalavoroaglitagliani dei migranti?! Non poteva capitare a loro?! Eh?! (Ipotizzando dunque, come coi missili, i terremoti intelligenti, che seguono coloro che vanno eliminati ed evitano invece gli italiani veri, celebri per essere, al pari degli Inuit, una razza pura, mai mescolatasi con chicchessia!).

Eppure, com’è difficile, oggi, epoca in cui il privato va diffuso (e quindi disatteso), non scivolare, quando si tratta di scrivere un post sulle tragedie, le disgrazie, gli eccidi. Non scrivi niente e pensi: ma sembrerò insensibile?! Scrivi qualcosa, e la Retorica è lì che ti guarda pensando: «So che stai arrivando da me, baby». Tu tieni duro ma poi, alla fine, proprio quando sei quasi riuscito a rimanere asciutto, ti scappa un “In questo momento di dolore…”, “A volte mi chiedo se Dio…” e così via. Alla stessa stregua, i post di chi si scandalizza dei messaggi smaccati sulle disgrazie, che da Madame Retorica si son fatti intortare da subito; e con accanimento per gli scivoloni – poichè i social hanno almeno un lato positivo: i gladiatori sono virtuali, e puoi scannare la gente senza ammazzarla fisicamente; il risvolto, purtroppo, è che si diffonde a macchia d’oilio il perverso piacere di uccidere col giudizio sociale, come Ridicule (tocca citarlo nuovamente) sa illustrare con sapienza: una frase infelice a corte, e i terreni promessi dal re erano perduti – diventa irresistibile, ad esempio, postare la foto del fidanzato della politica Pezzopane, nel luogo del terremoto, con la faccia da Gianni e Pinotto fusi in un sol corpo e l’espressione che sembra dire: «Noooo, ragazzi, non avete idea!!!».

O quelli come me. Che odiano i vari post che terminano con “non condividere, copia e incolla sul tuo profilo” ma cedono, in certi casi, come in questo: ho copiato e incollato il post che suggerisce di consegnare l’alto jackpot della Lotteria ai terremotati. Poi, un amico – e collega di Dirt, peraltro – mi ha amorevolmente fatto notare che tutto è gestito da privati e che allo Stato va solo una piccola parte dei soldi. Vedete, come l’epoca delle immagini – e perciò del giudizio sociale – ci stende, fa diventare tutto autoreferenziale o di commento al testo, piuttosto che del testo. Vi ho infatti parlato delle reazioni alle tragedie e non, delle tragedie stesse. E adesso Madame Retorica è sempre lì, sorniona come una prostituta che sa già che le sgancerai il bigliettone, perché vorrei scrivere che forse è meglio non aver fatto accenno diretto al terremoto di questi giorni, poiché certe cose non si possono descrivere. Olè, bigliettone sganciato!

E ripenso (autoreferenziale, ancora!) a quando con una band nella quale ho militato per un bel po’ – avevo ancora i capelli, mooolto tempo fa – partecipammo a un Telethon (noi, senza collegamento RAI col già allora terribile Mazzocchi e la gazzellona Zamparo ma con quello, mi pare, di Telegolfo!); a ognuno, la presentatrice rivolse una domanda. Chi si beccò: «Come è nato il vostro gruppo?», chi «Quali sono i vostri autori di riferimento?», con consequenziale altra domanda sugli Afterhours, Radiohead e Buckley (beh, eravamo ambiziosetti) e io, che ero l’ultimo in fila, ricevetti la fatidica, maledetta domanda da Telethon: «Siete qui non certo per un’occasione qualsiasi: quanto è importante donare?». L’attimo, quell’attimo durato un’eternità, in cui cercavo la via per non essere ipocrita o marchettaro o buono-senza-ragionamento, produsse in un me quasi sulla soglia dello svenimento queste parole, che potevano essere applicate a tutto: «Certe cose non si dicono, si fanno e basta». E giù l’applauso. Ma sentivo ridere sonoramente la Madama! Sapevo – sapeva, Lei – che avevo intrapreso la carriera da retore; in quel preciso istante. (Lester Bongs)

CondividiShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on TumblrShare on Google+Email this to someone

Leave a Response