Quando è moda, anche Gaber è di moda

Letteratura

Canzoni sulle quali si ritorna, come l’atleta che ha trovato nel boschetto non lontano da casa il luogo ideale per allenarsi ma – soprattutto – per ritrovare pezzi di sé, quelli più reconditi, più intoccabili rispetto alla coscienza stessa della persona cui appartengono: i pezzi che affiorano nell’oblio col quale il grande campione vince la gara quando la gara è importante, per cui si diventa meri strumenti in mano a quel segreto incontrollabile che è nascosto in ognuno di noi e che – si permetta di dare sfogo al mio lato hippy – ci riconnette al silenzioso, inquietante Cosmo.

E ogni tanto si torna a quel boschetto; come a quella canzone, o a quell’album. Una di queste, per me, è Quando è moda è moda di Gaber. Per chi la conosce, e sa quanta forza invettiva riesce a trattenere in sé (puro livore, addirittura, nel finale), potrebbe pensare che l’amo e la ripercorro perché scalda il motore della mia indignazione rispetto alla Gran Denuncia che scaturisce dal testo e da quello scandire marziale, quel climax (il cui arrangiamento ha la complicità di Battiato e Giusto Pio), quasi come un ticchettio di una bomba che – non si sa quando, ma lo farà! – esploderà, con il surplus amaro della constatazione, ascoltando il brano, di quanto sia copiaincollabile all’attualità. Invece la amo per il suo attaccamento, come una sfida senza ritorno all’assurdità dell’esistenza, all’essere umano, alla speranza per un suo riscatto: altrimenti, non si può schiumare dalla bocca così tanto, se si è acuti come lo sono stati Gaber e Luporini; e per la sua intimità con i sentimenti profondi che agitano il pezzettone di carne (quindi cancerogeno, potenzialmente, per l’eventuale cannibale?!) che ognuno di noi è. Non ne voglio parlare, voglio che la ascoltiate! Mi limito a segnalare la genialità dell’utilizzo della parola kimoni: quando con un solo termine si evoca un microcosmo complesso. Per me, quel kimoni è geniale.

L’ennesimo ritorno a questo boschetto così rigenerante anche se petroso nasce dalla lettura di G. – Vi racconto Gaber di Sandro Luporini, ovvero la dolce metà di quell’unicum innovativo che è stato il teatro-canzone gaberiano: a lui è spettato il compito di tradurre in versi il frutto delle discussioni fra questi due amici speciali. Il libro non lo consiglio, lo fantasupermegaconsiglio! (per citare l’iperbole di una delle canzoni per cartoni animati con cui Fidenco riattivò la propria carriera, dopo essere stato legato a un granello di sabbia per molto tempo): perché restituisce un pezzo di Storia, perché riappassiona a una fetta importante della musica di cui l’Italia si può, a buon diritto, vantare, perché le canzoni Gaber-Luporini sono raccontate da uno dei due diretti interessati, il che mette un sigillo definitivo sulla veracità delle pagine; per l’affettuoso e ammirato ricordo di Gaber. Forse Luporini l’ha scritto anche per far sapere, sommessamente, che è stato, se non il 50 %, il 49 % di quelle canzoni (poiché Gaber in scena, come il pittore-autore viareggino stesso spiega, donava al testo stesso sfumature che lo arricchivano ancor più)? Può darsi, e ha fatto bene a segnalarlo a chi non lo sapeva, semplicemente perché è vero. Ed è bello, peraltro, sapere che anche nella maturità si può essere ironici e incazzati come sempre. E anche giovani, lucidi, sinceri. È moda?! (Lu Po)

Ph: Enrica Scalfari.

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