Primo Levi: il canto poetico

Letteratura

In un canone occidentale, autorevolissimo perché canonizzato occidentalmente da una grande firma – Bloom, mi pare, ma io le fonti, devo dire, non le controllo quasi mai – o forse in una delle classificone che divertono, di tanto in tanto, i più Hornsby-style fra gli inglesi, in cui definitivamente venivano poste le opere meritevoli di stare sugli scaffali dell’Occidente, gli italiani non sono in eccesso; una lingua il cui appeal letterario è decaduto – con l’eccezione della lirica – è quasi peggio della periferia completa, che almeno si può fregiare del titolo di esotica e, perciò, far spuntare a sorpresa qualche autore sconosciuto ai più.

Dante, non bisogna chiederselo nemmeno, se c’era, in questa classifica o canone o che; poteva sorprendere un Vasari: d’altronde, va a costui il merito d’aver creato un genere, quello delle vite degli artisti. Il Novecento, con gli italiani, è avarissimo; mi rendo conto che non siamo in cima al mondo da secoli ma almeno Fenoglio e Gadda, per quanto mi riguarda, gridano vendetta: scontiamo il prezzo di una bellissima lingua difficile da rendere, e di quanto detto poco più su. Chi c’è, fra i prodi? Primo Levi. Certo: è uno dei vati assoluti della Testimonianza; è uno dei padri della letteratura dell’Olocausto – il padre?; e forse, la mamma, morta più o meno all’età della madre del Dalla-Gesù bambino di 4/4/1943, è Anna Frank. Ma che importa?

Invece, maledette classifiche, maledetti schemi, e maledetto io che seguo tutto questo compulsivamente, Primo Levi – e nemmeno lui stesso, così, si percepiva, non tanto perché consapevole d’essere icona di uno squarcio d’assurdo, nel mondo, troppo più evidente del solito, ma perché si pensava studioso, chimico, intellettuale semmai, sì, ma soltanto prestato alla letteratura – è stato un grande scrittore, tout court: asciutto, chiarissimo pur senza scadere nella banalità, ironico; e verrebbe da pensare all’ovvio collegamento con l’ironia ebraica, che certamente fa la sua parte. Ma quella di Levi non è l’ironia dell’ineffabile, dell’assurdo, come si muove anche oggi nei film dei Cohen, è al contempo piantata nell’ebraismo e italianissima, capace cioè di sollevare un commento, uno sguardo, un’osservazione che alleggerisce anche mentre non si sa se si diventerà un martire, un niente o una saponetta.

E scopriamo dunque anche il Levi pre-esperienza totalizzante, quello de Il sistema periodico, in cui narra della sua ascesa di chimico: genialmente, è un romanzo attraverso dei racconti, ognuno con il titolo di un elemento chimico: ogni elemento, in base alle sue proprietà, genera un racconto che s’appoggia su quelle proprietà stesse, intrecciate a loro volta agli eventi narrati. Un gioco d’incastri letterario di pura maestria, e in un italiano bello e caldo e impavido. Il carico d’aver sostenuto lo sguardo nei confronti dell’assurdo non può non offuscare la semplice qualità letteraria; ma penso che un modo di emancipare qualcosa che non è emancipabile – che non ci deve far pensare, secondo me, come ebbe a dire Adorno (brutalizzandolo), che dopo Auschwitz non ci poteva essere più poesia, e proprio perché autori e uomini come Levi sono rimasti a cantarla ancora – sia ascoltare la musica, il ritmo, la limpidezza di questo canto poetico, oltre al messaggio prorompente e impossibile che si trascina dietro. (Lu Po)

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